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“Naza”: un pugno allo stomaco, e uno schiaffo alle nostre coscienze

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“Naza” (2026), il documentario realizzato dai registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor e vincitore del Premio della Giuria alla Mostra del cinema di Venezia, sta girando in questi giorni nelle sale italiane. Gli spettatori – compresa l’autrice di questo articolo – ne restano scioccati, ammutoliti, incapaci di tutto al di fuori delle lacrime di fronte a questo orrore burocratizzato. Ma oltre a una momentanea e comprensibile paralisi, questo film dovrebbe anche innescare in noi una forza propulsiva e spingerci ad agire. 


Lunedì 28 settembre 2026, ore 16.30. Nella sala del Cinema Beltrade, a Milano, dove è appena terminata la proiezione del documentario Naza, è calato un silenzio surreale. Un silenzio pesante, denso di lacrime e smarrimento, che satura l’aria rendendola irrespirabile. Nessuno si muove durante i titoli di coda. Quando le luci si riaccendono, gli spettatori si alzano lentamente dalle poltrone ed escono – sconvolti, testa bassa e occhi lucidi – dalla sala. 

Nella precedente ora e mezza, sullo schermo del Beltrade sono passate le immagini di una Tel Aviv immersa nel buio della notte, rischiarata solo dalle luci dei grattacieli, degli interni delle case, dei lampioni, delle macchine che sfrecciano sulle strade.

Per un’ora e mezza nella sala sono risuonate le voci digitalmente modificate di ventiquattro soldati e membri dell’intelligence israeliana che, dai tetti della città, hanno descritto i sistemi di pianificazione e attuazione degli attacchi aerei su Gaza a partire dal 7 ottobre 2023.

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Voci raggelate da un indottrinamento vecchio decenni, rinvigorito e infiammato dall’attuale classe dirigente israeliana. Ma anche voci turbate da quanto hanno fatto o visto, dalla macchina dello sterminio a cui hanno preso parte e di cui ora rivelano il funzionamento – impeccabile nella sua brutalità – davanti alla telecamera. Voci tremanti e incerte, da cui traspare un dissidio, una scissione interiore: da un lato, l’autorevolezza di una narrazione propagandistica pervasiva, trasmessa attraverso ogni mezzo, primo tra tutti la televisione; dall’altro, l’emergere di un barlume di coscienza, di lucidità, di umanità, che porta a chiedersi: che cosa stiamo facendo? – e che impedisce di andare avanti. 

Gli intervistati spiegano che quelli in cui operano o hanno operato sono reparti speciali, altamente selezionati, in cui la maggior parte degli israeliani ambisce a prestare servizio. 

Uno di loro assimila le operazioni che conduce a quelle di un videogioco: in entrambi i casi, gli obiettivi vengono individuati e colpiti attraverso uno schermo. La sensazione di irrealtà e distacco che ne deriva, in effetti, è la stessa. Solo che negli attacchi israeliani a essere colpiti sono degli esseri umani. 

Altri, invece, compiono queste operazioni a una distanza più ravvicinata con le loro vittime. C’è chi racconta di aver seguito, attraverso la telecamera, gli ultimi istanti di vita di un ragazzino appena prima che fosse colpito da una bomba, o di aver visto cadaveri divorati dai cani, e aver distolto lo sguardo. I colleghi intorno, invece, avevano continuato a guardare. Qualcun altro, appena prima di effettuare un attacco, attraverso i telefoni – la rete telefonica è uno strumento imprescindibile di sorveglianza sul popolo palestinese – ha sentito dei bambini piangere o salutare il papà appena rientrato a casa. 

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Una donna e un bambino tra le macerie a Gaza (Immagine: il manifesto).

Questi bambini sono i Naza – acronimo di nezek agavi, “danno collaterale” –, ovvero le vittime civili palestinesi tollerabili per ogni singolo attacco a un membro di Hamas. Nel film, che prende il nome proprio da questo termine del lessico militare israeliano, i testimoni sono concordi nel fornire questa spiegazione: lo scopo dichiarato è eliminare i membri di Hamas; ma se per raggiungerlo è necessario togliere la vita anche ai loro familiari innocenti, in genere mogli e figli, si accetta questo danno collaterale di entità di volta in volta variabile – si può arrivare anche a 500 persone. Spesso, anzi, gli attacchi finiscono addirittura per colpire solo Naza e non i (presunti) terroristi. Ma tant’è. Si ammette questo margine di errore, senza cercare di evitarlo. 

Davanti alle domande scomode e dirette dell’intervistatore, molti degli intervistati si giustificano: stavano solo facendo il loro lavoro; il loro è un ruolo tecnico, non è previsto che esprimano delle valutazioni morali in merito; non sono altro che ingranaggi di un sistema in cui credono, o in cui sono stati portati a credere. 

Ecco, anche se non lo capiamo subito, o non lo capiremo mai, queste parole rischiano di parlare anche di noi. Noi, che un anno fa riempivamo le strade di tutta Italia al grido di “Free Palestine!”. Noi, che abbiamo condiviso sui social le immagini della distruzione di Rafah, a maggio 2024, o le notizie sulla missione della Global Sumud Flotilla, nell’estate 2025, o ancora i video dei palestinesi fucilati mentre correvano verso i pochi aiuti umanitari fatti entrare da Israele nella Striscia. 

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Roma, 22 settembre 2025, manifestazione da mezzo milione di persone per la Palestina (Immagine: Internazionale).

Queste parole rischiano di parlare anche di noi, e perciò risuonano nelle nostre orecchie come un monito.

Non corriamo il rischio di cadere anche noi nella vischiosa trappola della banalità del male. Non corriamo il rischio di fuggire dalle nostre responsabilità arrampicandoci sugli specchi del “Le mie singole azioni non contano niente, è il sistema che è malato e deve cambiare”. È vero, il sistema è malato, ma ciascuno di noi è un individuo dotato di capacità critica, e prodotti come Naza spronano a esercitarla. Non professiamo i nostri nobili ideali solo a parole, con cori e striscioni, hashtag e slogan: iniziamo a renderli fatti, piccole grandi scelte della nostra quotidianità. 

Boicottiamo. Smettiamo di dare i nostri soldi a realtà che, più o meno direttamente, sostengono il genocidio. Avere soldi significa avere potere, in questo caso potere di vita o di morte su un’intera popolazione. Abbiamo il privilegio di scegliere: se comprare una Coca-Cola o un succo di frutta, se fare la spesa al Carrefour o al mercato, se prenotare un soggiorno con Booking.com o direttamente dal sito della struttura in questione. Se la causa palestinese ci tocca davvero – e giustamente – così tanto, al punto da farci scendere in migliaia per le strade delle nostre città, al punto da farci piangere di vergogna, orrore e commozione durante la visione di Naza, abbiamo il coraggio e la coerenza di trasformare la nostra indignazione in azioni concrete. Anche laddove costa fatica, perché richiede un sacrificio o anche solo una lieve modifica delle nostre abitudini. 

Qualcuno potrà obiettare che finché non saranno le istituzioni a promuovere politiche diverse, di opposizione e non di supporto a uno Stato genocida, niente cambierà davvero. Ma sono i popoli in rivolta che scrivono la storia, che premono sulle istituzioni influenzandone le decisioni. E spesso, perché bruci l’incendio della rivolta, è sufficiente che in origine si accenda anche solo una piccola miccia. 

C’è un noto precedente storico: il 19 luglio 1984, a Dublino, la cassiera della catena di supermercati Dunnes Stores Mary Manning si rifiutò di passare alla cassa due pompelmi provenienti dal Sudafrica, per boicottare – secondo le indicazioni del suo sindacato, l’IDATU – il regime di apartheid allora vigente nel Paese africano.

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Mary Manning (a sinistra) con l’arcivescovo africano Desmond Tutu (Immagine: HuffPost Italia).

Nove colleghe e un collega si unirono a lei, in uno sciopero che sarebbe durato quasi tre anni e avrebbe avuto conseguenze del tutto inaspettate. Un semplice gesto individuale diede infatti vita a un movimento nazionale di portata così ampia da reindirizzare le scelte del governo irlandese: dal 1987 l’Irlanda interruppe le importazioni di frutta e verdura dal Sudafrica, e in seguito divenne il primo Paese occidentale a cessare del tutto le importazioni da questo Stato.

Perché anche all’interno di un sistema malato è sempre possibile resistere e prenderne le distanze, anche singolarmente, anche con gesti in apparenza insignificanti.

Non rimaniamo meri ingranaggi, non cediamo alla banalizzazione del male e alla burocratizzazione dell’orrore, ma rivendichiamo la nostra libertà di coscienza e di azione. Cambiamo il mondo un atto di resistenza alla volta. 

Federica Lainati


“Naza”: un pugno allo stomaco, e uno schiaffo alle nostre coscienze è un articolo di Federica Lainati. Clicca qui per leggere altri articoli dell’autrice!

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