“Serpenti” (2026), il terzo film di Roberto De Paolis Maino, è stato presentato nella sezione Spotlight della 83esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (perché non nel concorso rimane un mistero). La pellicola si apre con una frase di Ennio Flaiano: «La situazione politica in Italia è grave ma non è seria». La citazione, ormai abusata, qui riacquista senso, perché in essa è contenuto il cuore nevralgico del film: in Italia, il problema dei femminicidi – benché grave – non sempre viene trattato in modo serio.
Un film drammatico… fino a un certo punto
Serpenti inizia già in modo emblematico: i titoli di testa si susseguono con una grafica ispirata a Snake, il videogioco in cui bisogna nutrire un serpente che crescerà fino a diventare ostacolo di se stesso.
Proprio come il senso di colpa del protagonista, che compare subito dopo, intento a pulire il pavimento di casa – un’attività banale, quotidiana, che però sembra costargli una gran fatica.
Una volta finito il suo lavoro, si siede inquieto su una sedia. La camera si stringe su di lui che fissa lo spettatore, mettendolo a disagio.

Paolo Marra (Leonardo Lidi, attore prima teatrale che cinematografico) confessa di aver ucciso la moglie. Non sa perché l’ha fatto, e lo racconta in modo diretto, intenso, tormentato. Divorato dal senso di colpa, si veste di tutto punto e va a costituirsi.
Da questi primi minuti si potrebbe pensare di sapere già tutto, che le carte siano già tutte in tavola: è stato commesso un crimine orribile, e il colpevole, pentito, si dirige in commissariato. Ma è proprio qui che Roberto De Paolis Maino – insieme ai fratelli D’Innocenzo alla sceneggiatura – ribalta le aspettative.
Se quello che abbiamo visto e sentito finora fa pensare a un film impegnato su una tematica sociale importante (anche la colonna sonora è martellante, austera, talvolta stridente), l’arrivo in commissariato cambia tutto.
Una buffa trinità
Il film è tripartito in modo molto semplice, tanto da rischiare di sembrare ripetitivo. A restituirgli vitalità sono i dialoghi, scritti in modo arguto e incalzante. Ogni segmento presenta un personaggio: il poliziotto (Alessandro Borghi), l’avvocato (Pietro Castellitto) e la cartomante (Valeria Golino).

Già dall’arrivo di Paolo in commissariato capiamo che il film sarà una rappresentazione in miniatura del nostro paese. Non sappiamo precisamente dove ci troviamo, ma riconosciamo ciò che vediamo: il muro di un giallo sbiadito, le sedie in plastica blu e gli avvisi appesi alle bacheche accanto ai poster celebrativi della Polizia di Stato. Un non-luogo privo d’identità, simile a ogni ufficio pubblico d’Italia, in cui tutti, almeno una volta nella vita, ci siamo ritrovati.
Paolo confessa, ma non ottiene ciò che lui e il pubblico si aspettano. L’assassino non riesce a farsi prendere sul serio.
Borghi qui si rivela un ottimo attore comico, al punto da far pensare che forse, nella sua carriera, abbia sfruttato troppo poco questo registro. Il poliziotto sta solo vivendo la sua routine: è stanco, svogliato, ciò che Paolo racconta non lo smuove.
L’umorismo del film (da questo momento si riderà molto) è surreale, ma se ci soffermiamo a pensare alla burocrazia e agli automatismi a cui Paolo viene sottoposto capiamo che quello che succede nella pellicola è tristemente plausibile.
Scagionare e vittimizzare il colpevole
Il poliziotto trova anche un avvocato a Marra, ed è così che entra in scena Pietro Castellitto. Il film continua la linea ironica iniziata con il poliziotto, ma in questa scena tocca l’apice del grottesco.

Se l’assassino voleva a tutti costi essere punito, l’avvocato mira solo a scagionare il suo cliente – d’altronde, è deformazione professionale. Castellitto incarna l’atteggiamento – fin troppo diffuso – di chi sminuisce la problematicità del femminicidio, alleggerendo le colpe di chi lo commette.
Infine, abbandonato nell’ennesima sala d’attesa, Marra incontra una cartomante. Durante la lettura dei tarocchi la donna ripropone ciò che spesso viene fatto nei salotti tv: lei vuole comprendere Paolo. E allora inizia a cercare un trauma infantile, una motivazione viscerale che l’abbia spinto a commettere questo atto atroce. Una ricerca mista a fascinazione per l’assassinio, ritratto fedele del modo morboso con cui di frequente ci si approccia alla cronaca nera.
Specchio del Paese reale
In conferenza stampa è stata usata dai giornalisti la parola “satira”, ma Roberto De Paolis Maino ha messo subito le cose in chiaro: «Non c’è nessuna intenzione di fare satira sociale, volevamo raccontare una storia del reale. Abbiamo preso molto seriamente la storia, dal presupposto che la realtà è grottesca e assurda. Non abbiamo mai lavorato sulla parodia ma sulla realtà».
Serpenti si assume un rischio: come la commedia all’italiana d’un tempo, usa la risata per farci riflettere su una verità preoccupante con cui facciamo i conti tutti i giorni.

Chi sono i serpenti?
Da un lato, Paolo Marra è un carnefice schiacciato dal senso di colpa e imprigionato nel paradosso kafkiano di non riuscire a farsi punire per il terribile delitto che ha commesso. Dall’altro lato ci sono le autorità e la burocrazia italiana, e con loro la capacità di rendere l’orrore rutinario o, al contrario, di spettacolarizzarlo, senza mai risalire all’origine sistemica del problema.
L’uccisione di una donna ormai non rompe più il corso della normalità. Nel film i personaggi faticano a trattare il crimine commesso da Paolo con la dovuta gravità: l’avvocato dirà che uccidere la moglie ormai è un trend, la cartomante suggerirà a Paolo di uccidere un uomo se vuole essere preso sul serio. Ma dietro questo paradosso si cela una normalizzazione che appartiene, tristemente, alla nostra realtà.
Un fallimento collettivo
Quando viene raccontato l’ennesimo caso di femminicidio si cercano spiegazioni, o meglio giustificazioni, e l’assassino spesso diventa il fulcro del racconto, l’uomo da comprendere.
La donna, intanto, sparisce sullo sfondo. E questo continuerà finché non smetteremo di parlare di raptus, di gelosia, di abbinare a titoli truci foto di coppie felici, senza mai guardare la problematicità sistemica di un fenomeno che affonda le sue radici ovunque: nell’educazione, nella politica, nei media.

Con atteggiamento da voyeur, trasformiamo la violenza in uno spettacolo da tv del dolore, quasi una forma perversa di intrattenimento. Ormai siamo in un circolo vizioso: come il poliziotto non trattiamo il fenomeno con severità, come l’avvocato deresponsabilizziamo il singolo colpevole – insieme alla società che l’ha cresciuto – e come la cartomante riduciamo tutto a una tragica fatalità.
Qui Serpenti smette di essere solo una provocazione e diviene una denuncia e un monito: finché rimarremo il Paese che non solo non riesce a proteggere una donna che ha sporto sette denunce contro un uomo violento, ma che neppure sa prendere le misure adeguate contro il reato di quest’ultimo, allora saremo un Paese che ha fallito.
Sofia Lollini
“Serpenti” – una lucida e surreale riflessione sul femminicidio in Italia è un articolo di Sofia Lollini. Clicca qui per leggere altri articoli dell’autrice!
