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Entrare nell’UE è stato un “Eurosuicidio”? – Intervista a Gabriele Guzzi



Nel suo libro “Eurosuicidio”, Gabriele Guzzi ricostruisce le origini del declino economico italiano, mettendole in relazione con l’architettura dell’Euro e le politiche economiche adottate dall’Unione Europea negli ultimi trent’anni. Nell’intervista di Alessandro Donati Guzzi ripercorre le politiche di austerità, liberalizzazioni e privatizzazioni che hanno segnato l’Italia negli ultimi trent’anni, analizzandone le conseguenze sull’economia e sul lavoro. Affronta poi il ruolo della Germania, l’evoluzione di Mario Draghi, il riarmo europeo e i possibili scenari per il futuro dell’Italia dentro (o fuori) l’attuale assetto europeo.


Alessandro Donati: Nel suo libro Eurosuicidio, sceglie di ribaltare il paradigma che sentiamo sempre ripetere: ‘l’Italia non fa quello che chiede l’Europa, per questo non cresciamo’. Lei sostiene che non sia vero che l’Italia abbia applicato poco o male le ricette europee. Al contrario, afferma che è stato uno dei Paesi che più fedelmente ha seguito i principi di privatizzazioni, contenimento del costo del lavoro, dismissione degli asset pubblici e austerità. È stata proprio questa fiducia nelle direttive europee a condurre l’Italia nella crisi nella quale si trova da ormai da trent’anni?

Gabriele Guzzi: Prima di parlare dell’Italia bisogna chiarire un punto: il problema riguarda l’architettura stessa dell’euro. L’area euro è un’unione monetaria incompleta. Gli Stati hanno condiviso la moneta senza costruire uno Stato europeo, cedendo una parte essenziale della propria sovranità a un’istituzione indipendente come la Banca centrale europea. Si è così creato un “gap di sovranità”: un potere sottratto agli Stati ma mai realmente trasferito a un’autorità politica europea.

Questa fragilità era nota fin dall’inizio. Molti economisti, da Robert Mundell a Joseph Stiglitz e Paul Krugman, avevano previsto che un’unione monetaria priva di un’unione politica avrebbe reagito con difficoltà agli shock economici.

Foto: Copertina libro “Eurosuicidio” Gabriele Guzzi, Fazi Editore

La crisi del 2011 ne è stata la conferma. Avendo perso il controllo della moneta e dei tassi d’interesse, gli Stati dell’eurozona hanno potuto recuperare competitività solo comprimendo salari e costo del lavoro.

In questo contesto l’Italia è stata il Paese che ha pagato il prezzo più alto. Contrariamente alla narrazione dominante, è stata tra le grandi economie europee quella che ha applicato con maggiore rigore le politiche ispirate all’ordoliberalismo tedesco: austerità, privatizzazioni, liberalizzazione del mercato del lavoro e moderazione salariale.

Dal 1992 registra quasi sempre un avanzo primario, ha privatizzato una parte consistente dell’industria pubblica e ha progressivamente precarizzato il lavoro attraverso le principali riforme degli ultimi trent’anni.

L’Italia, inoltre, era il Paese meno adatto a quel modello. La sua crescita si era fondata su una forte presenza dello Stato nell’economia e su un sistema industriale diverso da quello tedesco. Venuta meno la possibilità di svalutare la moneta, è stata costretta a svalutare il lavoro, con salari stagnanti e una crescita sempre più debole.

Per questo ritengo che il declino italiano non sia il risultato di un’insufficiente applicazione delle regole europee, ma, al contrario, della loro applicazione particolarmente rigorosa in un Paese la cui struttura economica era profondamente diversa da quella su cui quei trattati erano stati costruiti. Comprendere questa dinamica non significa essere antieuropeisti, ma ricostruire con onestà ciò che è accaduto negli ultimi trent’anni.

A.D.: Nel libro Eurosuicidio più volte descrive un’Unione Europea a trazione tedesca. Può spiegarci, in parole semplici, cosa significa questo per un Paese come il nostro? Può chiarire ai nostri lettori cosa intende macro-economicamente quando afferma che la Germania “esporta deflazione” verso gli altri Paesi europei?

G.G.: La Germania viene spesso definita la “locomotiva d’Europa”, ma è un’immagine fuorviante. Una locomotiva traina gli altri perché importa molto e sostiene la domanda. È il caso degli Stati Uniti. La Germania, invece, basa la propria forza economica sull’export: vende molto più di quanto acquisti e accumula enormi surplus commerciali. In questo senso non traina l’economia europea, ma vive della domanda degli altri Paesi.

Foto: Bundestag, Parlamento tedesco / Pixabay

Questo modello affonda le proprie radici in una concezione che gli economisti definiscono neo-mercantilista. L’obiettivo non è far crescere la domanda interna, ma mantenere alta la competitività internazionale. Per farlo, la Germania ha contenuto la crescita dei salari ben al di sotto di quella della produttività. Le imprese sono così diventate sempre più competitive sui mercati esteri, mentre il potere d’acquisto interno è rimasto relativamente compresso.

Il risultato è che molti Paesi europei sono diventati importatori netti di prodotti tedeschi, accumulando nel tempo squilibri commerciali e debito verso l’estero. Quando è arrivata la crisi del 2011, quegli squilibri dovevano essere corretti. Ma, non potendo più svalutare la propria moneta, gli Stati dell’eurozona hanno potuto recuperare competitività soltanto comprimendo salari e costo del lavoro. È questo il senso dell’espressione “esportare deflazione“: gli altri Paesi sono stati costretti ad adeguarsi al modello tedesco.

Il problema è che una strategia fondata sull’export può funzionare per un singolo Paese, non per un’intera area economica. Se tutti cercano di esportare più di quanto importano, manca inevitabilmente qualcuno che acquisti.

Per molti anni la Germania ha potuto contare sull’energia a basso costo proveniente dalla Russia e sulla forte domanda di Stati Uniti e Cina. Oggi entrambe queste condizioni sono venute meno. Gli Stati Uniti chiedono a Berlino di riequilibrare i rapporti commerciali, anche aumentando la spesa militare, mentre la Cina è diventata un concorrente diretto, capace di produrre beni industriali di qualità a costi inferiori.

Per questo il modello tedesco è entrato in crisi. L’Europa ha costruito la propria architettura economica prendendo a riferimento un sistema che oggi mostra tutti i suoi limiti.

A.D.: Come giudica oggi Mario Draghi? Dalla sua esperienza in Goldman Sachs al Ministero del Tesoro, dalla presidenza della BCE fino a Palazzo Chigi e, più recentemente, al rapporto sulla competitività dell’Unione Europea: lei vede una sostanziale continuità nel suo pensiero o un’evoluzione? In particolare, le sembra che abbia preso le distanze dal neoliberismo più radicale, arrivando a sostenere che gli Stati, o meglio l’Europa, debbano tornare a investire in modo strutturale? Nel suo ultimo rapporto, infatti, sembra affermare che il solo libero mercato non sia più sufficiente e che, per restare competitivi, servano anche investimenti pubblici e una vera politica industriale organizzata dall’alto.

G.G.: Mario Draghi è stato uno dei principali protagonisti del modello europeo degli ultimi trent’anni. Dal Ministero del Tesoro negli anni delle privatizzazioni a Goldman Sachs, dalla Banca d’Italia alla BCE fino a Palazzo Chigi, il suo percorso coincide con le principali tappe dell’integrazione europea.

Mario Draghi al Quirinale, 2021
Foto: Francesco Ammendola / Wikimedia Commons

Tra gli episodi più significativi c’è la lettera inviata nel 2011 dalla BCE al governo Berlusconi, nella quale veniva indicata una precisa agenda di riforme come condizione per il sostegno della banca centrale. A mio avviso fu un’ingerenza molto forte nella sovranità democratica italiana. Lo stesso approccio emerse durante la crisi greca, quando la BCE sospese la liquidità alle banche nel pieno di un referendum.

Per questo considero Draghi una delle figure simbolo dell’attuale costruzione europea. È però interessante osservare come oggi riconosca alcuni limiti di quel modello. Nel suo rapporto sulla competitività afferma infatti che l’Europa non può più affidarsi esclusivamente al mercato e che servono investimenti pubblici e una politica industriale comune.

È un cambiamento significativo rispetto all’impostazione che ha caratterizzato la stagione precedente. Ritengo tuttavia che le sue proposte restino insufficienti. Draghi immagina una maggiore integrazione europea attraverso strumenti comuni, come gli investimenti o la difesa, senza affrontare il nodo fondamentale della legittimazione politica.

Uno Stato non nasce per decisione tecnica. È il risultato di una storia condivisa, di una cultura e di una volontà politica comune. Pensare di costruirlo semplicemente attribuendo nuove competenze alle istituzioni europee significa, a mio avviso, sottovalutare la natura stessa della politica. Per questo considero il progetto di Draghi più tecnocratico che realmente politico.

A.D.: Come interpreta il caso della Spagna? Pur restando nell’UE e nell’euro, ogni è l’economia europea che cresce di più. Ha fatto un uso aggressivo dei fondi europei, ha fatto una riforma del mercato del lavoro nel 2022) e ha ridotto drasticamente il ricorso ai contratti a termine, spingendo verso l’indeterminato. È un’eccezione oppure dimostra che il problema non è l’Unione Europea in sé ma bensì le scelte dei governi nazionali? 

G.G.: La Spagna e l’Italia partono da strutture economiche molto diverse. La Spagna non è mai stata un concorrente diretto della Germania sul piano manifatturiero, mentre l’Italia sì. Per questo il processo di deindustrializzazione ha colpito soprattutto noi. L’economia spagnola è storicamente più orientata ai servizi e alle costruzioni, settore che infatti pagò un prezzo altissimo con la crisi del 2008.

C’è poi un secondo elemento. La Spagna ha praticato molta meno austerità dell’Italia. Ha utilizzato il deficit pubblico in misura decisamente maggiore, mentre noi, dagli anni Novanta, abbiamo quasi sempre mantenuto un avanzo primario, sottraendo risorse all’economia. È una differenza che pesa molto nel confronto tra i due Paesi.

Alcune riforme introdotte dai governi spagnoli, compresa quella del mercato del lavoro, possono essere considerate positive. Ma la Spagna ha seguito un’impostazione meno rigorista e meno ordoliberale rispetto all’Italia.

Primo Ministro spagnolo Pedro Sánchez
Foto: Arne Müseler / Wikimedia Commons

Naturalmente anche le responsabilità delle classi dirigenti nazionali esistono. I vincoli europei lasciano comunque un certo margine di scelta, e la politica italiana ha spesso adottato un atteggiamento più conformista di quella spagnola. Sánchez ha dimostrato una maggiore autonomia rispetto a quanto abbiano fatto molti governi italiani.

Però questo non elimina la questione macroeconomica dell’Unione Europea. Le cose non sono monocausali, sono complesse, però non si eliminano a vicenda. Ovviamente. 

A.D.: Lei individua nel declino italiano molte responsabilità dell’Unione Europea. Quali responsabilità attribuisce invece alle classi dirigenti italiane? Ad esempio, l’Italia è uno dei pochi Paesi dell’UE (ad oggi solo 5 su 27) a non avere un salario minimo legale. Se la politica italiana investisse maggiormente nella qualità del lavoro e in retribuzioni più dignitose, non vedremmo già un miglioramento significativo?

G.G.: L’Unione Europea limita fortemente la possibilità degli Stati di fare una vera politica industriale. Molti interventi pubblici vengono considerati aiuti di Stato e quindi scoraggiati o impediti.

Il caso del Monte dei Paschi di Siena è emblematico. Dopo essere stata salvata con risorse pubbliche e riportata in condizioni di solidità, la banca è stata comunque destinata alla privatizzazione in base alle regole europee. L’Italia ha così rinunciato a uno strumento che avrebbe potuto sostenere gli investimenti e lo sviluppo.

Il salario minimo, invece, è una misura che il nostro Paese potrebbe introdurre già oggi e che considero condivisibile. Lo stesso vale per una politica industriale più ambiziosa. Anche la Spagna ha rafforzato il ruolo pubblico in alcuni settori strategici, come quello energetico.

Resta però un limite di fondo. Una politica realmente orientata alla piena occupazione e alla crescita dei salari finirebbe, prima o poi, per scontrarsi con i vincoli macroeconomici dell’euro. Aumentare il costo del lavoro significa infatti ridurre quel vantaggio competitivo costruito negli ultimi anni attraverso la moderazione salariale.

Il problema centrale resta la produttività. In Italia è cresciuta soprattutto quando lo Stato ha investito direttamente nell’economia. Senza una nuova politica degli investimenti, sarà difficile aumentare stabilmente salari e benessere senza entrare in tensione con l’attuale architettura europea.

A.D.: La Prima guerra mondiale rafforzò molto il senso di appartenenza nazionale degli italiani, che si trovarono a combattere fianco a fianco nelle stesse trincee per anni. Pensa che oggi alcuni leader europei vedano il confronto con la Russia come uno strumento per forgiare, grazie al conflitto, la nascita di una vera identità europea?

G.G.: Credo che il paragone tra l’Italia del Risorgimento e l’Europa di oggi sia improprio. L’idea di Italia esisteva da secoli: il problema era la sua divisione politica, non l’assenza di un’identità comune. Dante, Machiavelli e Mazzini parlavano già di una nazione italiana molto prima dell’unificazione. Il Risorgimento diede forma politica a una comunità che possedeva già una storia, una cultura e una tradizione condivise.

L’Europa si trova in una condizione completamente diversa. Non esiste un popolo europeo paragonabile ai popoli nazionali, né una sovranità comune sulla quale costruire una vera identità politica. Persino i confini dell’Europa restano oggetto di discussione.

Per questo non credo che una guerra possa creare un’autentica unità europea. Se dovessero verificarsi conflitti, sarebbero gli Stati nazionali a combatterli, non un soggetto politico chiamato Europa.

È possibile che alcuni leader tentino di rafforzare il senso di appartenenza europeo attraverso la percezione di una minaccia esterna. Tuttavia un progetto di questo tipo avrebbe basi molto fragili. La Russia non rappresenta la stessa minaccia per tutti i Paesi europei e difficilmente italiani, portoghesi o spagnoli percepiscono il rischio allo stesso modo degli Stati baltici. Le identità collettive non nascono dalla propaganda, ma da processi storici molto più profondi.

Foto: Soldati russi della Guardia d’Onore / Pixabay

A.D.: Per anni Berlino ha sostenuto il rigore di bilancio e limiti stringenti alla spesa pubblica; oggi, invece, finanzia con 800 miliardi di euro di nuovo debito il proprio riarmo. E, al di là dell’aspetto economico, una Germania che torna a investire massicciamente nelle proprie forze armate è qualcosa che dovrebbe preoccupare l’Europa oppure no?

G.G.: La Germania punta ad avere entro il 2039 il più grande esercito convenzionale d’Europa. È un cambiamento significativo: sembra aver archiviato l’idea di essere una grande potenza economica ma marginale sul piano geopolitico.

Questo riarmo, però, avviene nel momento di massima integrazione con gli Stati Uniti. Berlino si sta riarmando all’interno della cornice atlantica e acquistando in larga parte tecnologia e armamenti americani. Da questo punto di vista rafforza anche la leadership statunitense sul continente.

Foto: Elicottero militare tedesco, Heeresflieger / Pixabay

Nel lungo periodo, tuttavia, una Germania dotata dell’esercito convenzionale più potente d’Europa non può non sollevare interrogativi. Non credo che la Russia rappresenti una minaccia concreta per un’invasione dell’Italia, mentre la storia dimostra che la Germania ha già costituito un pericolo per gli equilibri europei. Non significa prevedere un nuovo conflitto, ma ricordare che la prudenza in geopolitica è sempre necessaria.

Non parlerei inoltre di un vero riarmo europeo. Si tratta soprattutto di un riarmo nazionale tedesco. L’idea di una difesa comune resta, a mio avviso, più una formula politica che una realtà. E, se mai dovesse concretizzarsi, finirebbe inevitabilmente per essere guidata dai Paesi più forti, in particolare Germania e Francia.

Il riarmo è anche una risposta alla crisi del modello economico tedesco e alla difficoltà della sua industria. Ma riflette soprattutto una crisi più profonda: quella dell’identità europea. Dopo le due guerre mondiali l’Europa ha perso la propria centralità e non ha ancora trovato un nuovo equilibrio. L’attuale Unione Europea non colma questo vuoto; lo sostituisce con un progetto prevalentemente tecnocratico.

A.D.: Ritiene possibile che la Germania, qualora i suoi interessi strategici nei confronti di Russia e Cina dovessero divergere in modo significativo da quelli dell’Unione Europea, possa arrivare a mettere in discussione la propria permanenza nel progetto europeo?

G.G.: Non lo escludo. La Germania potrebbe arrivare a ritenere che l’Unione Europea non risponda più ai propri interessi strategici, pur essendo stata finora il Paese che ne ha tratto i maggiori benefici.

Per questo ritengo che l’Italia debba mantenere un atteggiamento di vigile attesa. Oggi non ha la forza politica per una scelta di rottura, ma deve comprendere fino in fondo quale sia stato il ruolo dell’integrazione europea nella propria storia e prepararsi a eventuali cambiamenti dello scenario internazionale.

A.D.: È davvero pensabile, oggi, un’uscita dell’Italia dall’Unione Europea o dall’euro? A sei anni dalla Brexit tutti hanno potuto osservare come abbia in realtà impoverito il Regno Unito: non rischieremmo anche noi di stare peggio fuori l’UE rispetto che dentro?

G.G.: La Brexit è difficilmente comparabile al caso italiano. Il Regno Unito ha sempre mantenuto la propria moneta e, dopo l’uscita dall’Unione Europea, ha compiuto scelte economiche discutibili. Inoltre, al di là della narrazione prevalente, la sua performance economica complessiva post Brexit è stata migliore di quella spesso descritta.

Foto: Ex Primo Ministro U.K. Boris Johnson nel gennaio 2020 / Wikimedia Commons

L’Italia si trova in una situazione molto diversa, perché l’adozione dell’euro ha creato un’integrazione molto più profonda. Un’eventuale uscita dalla moneta unica sarebbe un passaggio di natura quasi rivoluzionaria: tecnicamente possibile, ma politicamente estremamente complesso. Oggi non esistono le condizioni istituzionali per affrontare una scelta simile. Richiederebbe una coesione politica e istituzionale che il Paese non possiede.

Ciò che l’Italia dovrebbe fare è preparare le condizioni affinché, se necessario, una decisione di questa portata possa essere presa. Significa recuperare capacità decisionale, rafforzare la sovranità democratica e restituire centralità alla politica.

Negli ultimi decenni si è affermata l’idea che le decisioni fondamentali debbano essere affidate a organismi tecnici o a poteri considerati neutrali. A mio avviso questo ha progressivamente svuotato la democrazia. La politica deve tornare ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte, recuperando visione strategica e capacità di immaginare il futuro.

A.D.: Nell’ultimo capitolo del suo libro lei delinea tre possibili scenari per l’Italia nel prossimo futuro: potrebbe descriverceli brevemente? Quale auspica avvenga e quale teme?

G.G.: Nel libro descrivo tre possibili scenari. Il primo è quello che definisco della “rana bollita“: continuare ad amministrare il declino senza mettere mai in discussione il modello economico che ha guidato gli ultimi trent’anni. È, di fatto, la strada che l’Italia sta già percorrendo. Destra e sinistra si alternano al governo, ma senza affrontare le cause profonde della perdita di crescita, sovranità e capacità industriale.

Il secondo scenario è l’uscita unilaterale dall’euro. È una possibilità tecnicamente realizzabile, come dimostra la storia delle unioni monetarie, ma richiederebbe una classe dirigente molto forte, istituzioni compatte e un Paese disposto ad affrontare costi e incertezze nel breve periodo. Sarebbe una scelta rischiosa, ma finalizzata a recuperare un modello economico più coerente con la struttura produttiva italiana.

Il terzo scenario, che oggi considero il più probabile, è che siano Francia o Germania a rimettere in discussione l’attuale assetto europeo. Anche per loro questo modello sta diventando progressivamente meno conveniente. Non sappiamo quando potrà accadere, ma ritengo che l’Italia debba prepararsi a questa eventualità.

Per questo parlo di “vigile attesa”. Il nostro Paese dovrebbe evitare ulteriori cessioni di sovranità, rafforzare la propria economia e ricostruire una classe dirigente capace di affrontare un eventuale cambiamento degli equilibri europei. Quando quel momento arriverà, bisognerà essere pronti.

Alessandro Donati

(in copertina, Gabriele Guzzi, fonte: gabrieleguzzi.it )


“Eurosuicidio”: trent’anni di declino italiano nell’Unione Europea, l’intervista a Gabriele Guzzi è un’intervista a cura di Alessandro DonatiClicca qui per altri articoli dell’autore!

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