Paolo D’Achille e Rita Librandi, rispettivamente Presidente e Vicepresidente dell’Accademia della Crusca, ci guidano in una riflessione sullo stato di salute della lingua italiana. Nell’intervista curata da Beatrice Russo, i due linguisti affrontano le principali sfide del nostro tempo: dall’impatto dei social network e dell’Intelligenza Artificiale sul nostro modo di comunicare, al delicato equilibrio tra la tutela della tradizione e l’inevitabile rinnovamento del lessico, fino al ruolo cruciale che la lettura e la scuola rivestono nella salvaguardia della nostra ricchezza espressiva.
Beatrice Russo: Stiamo scivolando verso il silenzio? Secondo un articolo pubblicato recentemente, Sliding into Silence?, stiamo perdendo circa 300 parole al giorno. La ricerca, condotta in Europa, Australia e America, ha considerato la variabile sociolinguistica dell’età su un campione compreso tra i 10 e i 94 anni, osservando che in particolare tra i 10 e i 25 anni il numero di parole perse si aggira attorno alle 400. L’articolo adotta toni allarmistici; tuttavia, è normale che molte parole diventino desuete, mentre altre ne vengano introdotte. Gli studiosi imputano la riduzione del nostro bagaglio lessicale all’evoluzione tecnologica e alla riduzione delle occasioni di dialogo in presenza, interrogandosi sugli effetti che questo potrebbe avere anche sulle nostre capacità di espressione non verbale. Qual è il vostro pensiero in merito?
Paolo D’Achille: Io devo dire che se ci sono delle parole che escono ce ne saranno altre che entrano; quindi in genere sono sempre un po’ cauto quando si fanno questi calcoli pessimistici. Però quello che certamente penso sia vero è che la minore consuetudine con certi tipi di testi scritti faccia sì che una certa ricchezza lessicale si perda, come è normale che avvenga nel parlato rispetto allo scritto. Ma naturalmente la lingua non si usa solo nel parlato e quindi il possesso di un vocabolario ampio è un obiettivo a cui ognuno dovrebbe puntare.
Sappiamo che nel parlato il numero di parole che adoperiamo è sempre inferiore rispetto allo scritto. Lo stesso Manzoni, nei suoi Promessi Sposi, nel passaggio dalla Ventisettana alla Quarantana, orientata verso il parlato fiorentino contemporaneo, si servì di meno parole; quindi, se guardiamo alla comunicazione parlata, è chiaro che tutti, quando parliamo, usiamo meno lessemi e preferiamo le voci dal significato più ampio, ma più generico, ai termini più precisi e definiti.
Il problema è che molti lessemi che parlando non adoperiamo dovremmo comunque conoscerli, saperli capire quando li troviamo scritti e, all’occorrenza, servircene. E questo io credo che effettivamente sia un problema, perché oggi c’è un contatto minore con la lettura.
La lettura è sempre stata un po’ problematica in Italia, per una serie di ragioni storiche, ma forse oggi lo è ancora di più, almeno con certi tipi di libri (magari con la lettura sullo schermo del telefonino le cose vanno meglio).
A questo si aggiungono una minore attenzione della scuola per la tradizione letteraria nazionale e un contatto generazionale un po’ rallentato, per cui si perde tutta una serie di parole che un tempo imparavamo a casa e che ci legavano a un mondo di tradizioni che ora si stanno dissolvendo.

Rita Librandi: Sono d’accordo sul fatto che andrei con cautela su certe statistiche, perché è vero che alcune parole sono diventate desuete – anche parole bellissime, lo stesso aggettivo ‘desueto’ non credo che si adoperi più con tanta frequenza –, però è anche vero che altre ne entrano, sperando che non siano solo anglismi (per approfondire, leggi l’articolo di Elisa Ciofini): insomma, la lingua si rinnova.
Beatrice Russo: La tecnologia influenza inevitabilmente la lingua. La scrittura stessa, del resto, è una tecnologia. Inoltre, pensiamo all’invenzione della stampa a caratteri mobili, che è strettamente correlata alla nascita della punteggiatura moderna, o al ruolo di Internet e delle app di messaggistica istantanea, che hanno reso sempre più fluidi i confini tra parlato e scritto. Oggi stiamo assistendo a un’altra rivoluzione tecnologica: l’Intelligenza Artificiale. Qual è il rapporto che intercorre fra lingua e IA e quali sono gli effetti dell’Intelligenza Artificiale sull’italiano?
Rita Librandi: Io non sono per la demonizzazione dell’IA, perché è inutile demonizzare le scoperte e le innovazioni, semmai vanno adoperate con la giusta misura.
Però è anche vero che l’intelligenza artificiale è diventata un confidente, con la capacità di rispondere in maniera consolatoria e quindi in grado di catturare gli adolescenti, restringendo l’interazione con la realtà e la comunicazione dal vivo.
Ora, studi recenti sull’italiano dell’IA mostrano che si tratta di un italiano tendenzialmente corretto, con un buon livello di standard scritto, ma sempre caratterizzato da uno stile neutro non adatto a tutti i tipi di scrittura.

Può andar bene per una relazione o un saggio scientifico, ma non per un testo che debba suscitare emozioni e che richiederebbe forza espressiva. Purtroppo si comincia a osservare il ricorso all’IA anche per le sceneggiature o per i testi letterari e ciò comporta un’omologazione preoccupante.
Credo che sia lì uno dei problemi da risolvere.
Paolo D’Achille: I mezzi tecnologici non vanno demonizzati, vanno adoperati con la consapevolezza che può dare solo la loro conoscenza. Mettersi su una posizione di rifiuto è assolutamente sbagliato, perché anche la lingua, in un qualche modo, deve fare i conti con la tecnologia.
Beatrice Russo: Quindi, qual è il ruolo dell’Accademia della Crusca oggi?
Paolo D’Achille: Ecco, questo non dobbiamo dirlo noi, dovrebbero dircelo altri. L’Accademia della Crusca, come recita il suo statuto (qui il testo completo), ha il compito fondamentale di contribuire a promuovere e tutelare l’italiano e il suo studio, sia in Italia che all’estero, considerando sia la lingua del passato sia quella del presente.
Rita Librandi: Condivido pienamente. Questo è il ruolo dell’Accademia della Crusca: da sempre, e oggi più che mai, cercare di difendere la lingua senza cadere negli eccessi del rigorismo purista, ma neppure cedendo troppo a quelle innovazioni che possono effettivamente rivelarsi rischiose per la struttura stessa della lingua.
Beatrice Russo
Come sta cambiando la nostra lingua? – Intervista a Paolo D’Achille e Rita Librandi è un’intervista di Beatrice Russo. Si ringraziano gli organizzatori del Crivu Festival per la disponibilità. Clicca qui per leggere gli articoli di Linguistica di Giovani Reporter!
