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Intervista ad Emanuele Bernardi – “Orrenda strage a Milano. Piazza Fontana, la questione agraria, la finanza globale”

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Perché si dovrebbe parlare di strage alla Banca nazionale dell’Agricoltura piuttosto che di strage di Piazza Fontana? Quali sono le ombre e le questioni che avvolgono ancora la vicenda? Chiara Rapiti di Giovani Reporter ha intervistato Emanuele Bernardi autore del recente saggio “Orrenda strage a Milano. Piazza Fontana, la questione agraria, la finanza globale” (Donzelli, 2025).


A 57 anni dalla strage alla Banca nazionale dell’Agricoltura, Emanuele Bernardi – professore di Storia contemporanea alla “Sapienza”, Università di Roma – ha indagato una mole impressionante di carte d’archivio finora inesplorate, che costituiscono il cuore del recente volume Orrenda strage a Milano. Piazza Fontana, la questione agraria, la finanza globale, edito per i tipi di Donzelli editore.

Grazie ai nuovi documenti, Bernardi ha cercato di gettare una luce diversa sui fatti di quel 12 dicembre 1969, passato nella memoria collettiva come ‘Strage di Piazza Fontana’ (ma sarebbe meglio dire ‘strage alla Banca nazionale dell’Agricoltura’). Ma, più che le luci, al professor Bernardi sembrano interessare le ombre che ancora avvolgono moventi e protagonisti di quella vicenda: “Perché gli attentatori […] scelsero le banche, colpendo proprio la Banca dell’Agricoltura? Al lettore tirare le fila di una possibile risposta” (p. 140).

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Il volume Orrenda strage a Milano. Piazza Fontana, la questione agraria, la finanza globale di Emanuele Bernardi (Donzelli 2025).

Per approfondire i nodi storici e interpretativi affrontati in “Orrenda Strage”, Chiara Rapiti di Giovani Reporter ha recentemente intervistato il professore.

Emanuele Bernardi:Il libro prende le mosse proprio da questa considerazione, che potrei annoverare come una delle basi della ricerca, volta principalmente a sollevare precisi interrogativi. La prima constatazione riguarda il discorso pubblico: il processo di nazionalizzazione che ha interessato questo evento ci ha portato a impiegare quasi esclusivamente l’espressione ‘Piazza Fontana’. Ma il concetto di piazza sembra assumere nel tempo le sembianze di un non-luogo: tale concetto infatti collettivizza e amplia lo sguardo, il significato, le implicazioni di quell’evento, trascendendo dalla storia del singolo edificio colpito.

Tuttavia, in questo allargamento si rischia di perdere la specificità del luogo: quello appunto di un istituto di credito sito in Piazza Fontana, e di una struttura edilizia che ospitava anche l’Ispettorato del Ministero dell’Agricoltura, il Consorzio agrario, la sede dell’Associazione degli Allevatori, quella della Confagricoltura provinciale, etc. In quel pezzo di Milano si concentrava il microcosmo del mondo agricolo nazionale. Aggiungo, inoltre, che spesso dimentichiamo che quel giorno gli attentati colpirono ben tre istituti di credito: non soltanto la Nazagricoltura, ma anche la Banca Commerciale Italiana a Milano e la BNL a Roma.

La copertina del Corriere della Sera all’indomani dell’attentato (fonte: Fisac-Cgil).

Mi è sembrato che questa fosse una pista, un aspetto di questa vicenda spesso poco valutato dalla storiografia e dalle indagini giudiziarie, che nel complesso mi pare abbiano scarsamente tematizzato i luoghi scelti dagli attentatori. Come sottolineato anche  da Valentine Lomellini, la scelta del bersaglio può essere un aspetto importante all’interno di una strategia stragista come quella del 12 dicembre e pare molto difficile sostenerne la casualità: è assurdo pensare che un’azione di tale portata sia stata orchestrata senza un’attenta valutazione dei luoghi da colpire.

Chiara Rapiti: Lei ha citato la Confagricoltura e, in effetti, dal suo lavoro tra i protagonisti emergono le organizzazioni datoriali del mondo rurale – come anche la Confederazione Nazionale dei Coltivatori Diretti – che agivano all’ombra della Democrazia Cristiana. Inoltre, nel saggio lei evidenzia la precarietà dell’accesso alle fonti di questi attori, il che non ha fatto altro che aggravare la difficoltà di mettere a fuoco questo evento. Com’è possibile che, pur essendo state colpite al cuore da quella strage, queste realtà non abbiano mai divulgato ed elaborato una propria ricostruzione storica dell’accaduto?

Emanuele Bernardi: Partirei di nuovo da una constatazione che diventa domanda. La Banca nazionale dell’Agricoltura – guidata dal 1953 da Giovanni Auletta fra mille problemi – non era un semplice istituto di credito tra i tanti, ma rappresentava la banca (privata) più importante del mondo rurale. La prima riflessione riguarda di fatto quel mondo che nelle sue diverse sfaccettature racchiudeva un microcosmo impressionante del capitalismo italiano del Novecento: dagli investimenti per le industrie alimentari e la meccanizzazione ai tempi del Piano Marshall, fino al credito agrario, alla chimica e alla produzione lattiero-casearia.

I morti del 12 dicembre appartenevano a quel mondo, come ben sottolineato da tutta la stampa dell’epoca. Eppure, quel mondo non ha raccontato né elaborato quanto accaduto. Perché, mi chiedo? Per quale motivo quelle classi dirigenti non hanno lasciato memoria, interviste, ricostruzioni?

Perché quelle classi dirigenti non celebrano il ricordo di quel triste 12 dicembre come un evento che appartiene alle proprie storie? Certo è strano constatare il fatto che anche le indagini della magistratura non abbiano toccato mai quei protagonisti, non abbiano approfondito il contesto e le specificità di quell’ambiente.

La folla di fronte alla Banca nazionale dell’Agricoltura dopo l’attentato (fonte: Rai Cultura).

Ma chi sedeva nel Consiglio di amministrazione della Banca nazionale dell’Agricoltura, considerata una banca “di destra”? La Confederazione dei coltivatori diretti (Coldiretti), la Confagricoltura e la Federconsorzi. Non è facile spiegare perché questi attori abbiano sostanzialmente rimosso quel passaggio difficile dalle rispettive narrazioni. Tranne un recente e polemico lavoro di Nunzio Primavera sull’impegno della Coldiretti in favore delle vittime e le celebrazioni per Gerolamo Papetti (Confagricoltura), ci si accorge di un assordante silenzio.

Essendo i rappresentanti diretti delle vittime della strage – tra agricoltori, commercianti e famiglie spezzate – le rispettive organizzazioni si sono attestate su una posizione passiva, senza storicizzarla e raccontarla. Ma proprio per questo si sarebbe potuto – dovuto? – commemorarle e celebrarle. Invece, la memoria rimane o assente o perlopiù circoscritta a livello locale.

Chiara Rapiti: Forse è stato questo l’errore più grande della vicenda, non aver coinvolto quel mondo?

Emanuele Bernardi: C’è uno strano intreccio storico. Da un lato, le indagini di polizia e magistratura come noto si avviarono quasi subito sulla pista anarchica per poi virare sui gruppi neofascisti di Ordine Nuovo – che poi si rivelarono effettivamente gli autori dell’attentato. Dall’altro, nelle dinamiche politico-sindacali, le organizzazioni degli interessi preferirono estraniarsi: pur essendo parte in causa e rappresentando le vittime reali, rimasero ai margini delle dinamiche pubbliche. Insomma, si verificò un singolare ‘gioco di posizioni’, tipico peraltro degli anni della Guerra fredda.

In quegli anni le sinistre – dall’ANPI ai sindacati come la CGIL e l’Alleanza nazionale dei contadini – scesero in piazza negli anniversari della strage; Confagricoltura e Coldiretti, al contrario, preferirono le commemorazioni silenziose delle messe per i propri martiri. È come se quel mondo separato si fosse ripiegato su sé stesso. Il risultato è che oggi ci troviamo di fronte a un evidente vuoto nel racconto storico e nella memoria. Un vuoto legato anche all’impostazione delle importantissime indagini giudiziarie che, pur essendosi rivelate fondamentali, non si sono mai chieste cosa ne pensassero davvero Paolo Bonomi o Alfredo Diana dei fatti del 12 dicembre, o cosa si sia detto all’interno dei vertici delle loro Confederazioni.

Posso dire in anticipo che le ricerche stanno continuando e che – grazie alla collaborazione dei diversi attori in campo – forse sarà finalmente possibile mostrare chiaramente quello che a me pare del tutto evidente: quel mondo non fu affatto passivo.

Rifletté eccome su quel 12 dicembre, sugli esecutori come sui possibili mandanti e su quale posizione assumere rispetto alle dinamiche politiche che si sarebbero potute innescare, guardando al contesto nazionale ma anche a quello internazionale.

La verità è che, sotto un velo di apparente silenzio e passività, ci fu un vero e proprio terremoto, cominciato nel 1968.

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I funerali delle vittime della strage (fonte: Lombardia beni culturali).

Chiara Rapiti: Nella precedente domanda ha citato Paolo Bonomi, presidente della Coldiretti. A questo proposito, vorrei ricollegarmi a una lettera molto forte, appunto del 1968, inviata ad Aldo Moro – allora presidente del Consiglio – in cui emerge la preoccupazione del primo per proteste contadine che avvenivano nel seno della propria confederazione, “liquidate” come infiltrazioni di “squadre nere”: “Per la verità, tra i partecipanti alle squadre che potremmo chiamare di pestaggio, abbiamo individuato attivisti che non conoscendo i problemi del latte e del bestiame invocavano pane e libertà per i loro bambini” (p. 35). Inoltre, proprio in quei giorni venivano presentati lo Statuto dei lavoratori e la riforma dei fitti agrari, in un clima di Sessantotto rurale, di cui si parla ancora troppo poco.

Emanuele Bernardi: Credo che l’espressione Sessantotto rurale sia più che corretta, anche se si tratta di un cantiere di ricerca ancora aperto. Secondo me sappiamo ancora troppo poco delle proteste, delle lotte e dei movimenti che attraversano le campagne a partire dal 1968 (e per buona parte degli anni Settanta), così come del ruolo dei Centri di Azione Agraria e di ciò che si mosse a destra della Democrazia Cristiana di fronte ad un mondo rurale in difficoltà. Lo stesso Bonomi racconta un fenomeno del tutto nuovo per la Coldiretti: le imponenti proteste esplose proprio nel marzo del 1968 alla Fiera di Verona.

Quel fatto rappresentò uno spartiacque, la dimostrazione concreta che il Sessantotto rurale non era un’ipotesi, ma una realtà che stava travolgendo anche i luoghi simbolici del mondo agricolo. A questo proposito esiste un filmato eccezionale che mostra in presa diretta, per la prima volta, la portata di quelle contestazioni. Studiare queste organizzazioni così complesse in relazione al 12 dicembre è estremamente affascinante, in quanto erano realtà capillarmente articolate e radicate nei territori, erano come dei diapason che misuravano la stabilità o l’instabilità di pezzi importanti della società italiana.

A questo quadro già complesso si aggiunge poi un altro elemento: quando – e siamo già fra il 1967 e il 1968 – un oscuro imprenditore come Michele Sindona si avvicinò alla Banca nazionale dell’Agricoltura, queste realtà entrarono subito in allarme; ma cosa sapevano di Sindona e delle sue mire sull’agroalimentare prima del 12 dicembre? La strategia sindoniana mirava al controllo sulla Banca nazionale dell’Agricoltura, entrando in diretto conflitto con la Banca d’Italia e con Mediobanca. La contesa coinvolse anche la presidenza della Repubblica e il Vaticano, che aveva ancora influenza nel mondo delle campagne; ad esempio, Paul Marcinkus, responsabile dello IOR, faceva affari con Sindona già nell’estate del ‘69.

Il bello e il difficile di questa ricerca sta proprio qui: nel momento in cui, da quella semplice domanda da cui siamo partiti mi sono messo sulla strada della ricerca tra le carte d’archivio, la pista ‘mi è esplosa in mano’. Tutti i fili che all’inizio sembravano univoci, una linea retta, in realtà si sono diramati.

Chiara Rapiti: Rimaniamo allora sul personaggio di Michele Sindona. Dagli archivi emerge che questo “affarista siciliano” (p. 69) – nonché tessera n. 0501 della Loggia P2 che all’epoca tentò di scalare i grandi istituti creditizi italiani – ebbe un ruolo centrale, seppur nell’ombra, accanto a potenze come Stati Uniti e Inghilterra. Come si intrecciò la geopolitica della Guerra Fredda a questo attentato, e come si ricollega la vicenda alla massiccia fuga di capitali di quel periodo?

Emanuele Bernardi: Mentre guarda al mondo delle campagne, il mio lavoro cerca proprio di tenere insieme la dimensione economicofinanziaria con quella politica e geopolitica: trattandosi di istituti di credito, del resto, è impossibile scindere questi piani. Adottando questa prospettiva, ci si accorge che tra il 1968 e il 1970 l’Italia è stata colpita da una violenta speculazione e da un’importante fuga di capitali all’estero, al punto che la Banca d’Italia dovette varare una manovra straordinaria per arginare l’emergenza.

Sebbene diversi elementi della strategia della tensione rimangano ancora da chiarire, è evidente l’influenza di centri di interesse economico statunitense e britannico che mirarono a destabilizzare, per poi stabilizzare, il Paese per sbloccare l’impasse derivata dal ‘68.

Immagine di Michele Sindona (fonte: Wikimedia).

Inoltre, tutto fa pensare che questi gruppi economico-finanziari puntassero a una svolta a destra, che avrebbe potuto avere delle ricadute, per loro favorevoli, come la svalutazione della moneta e un’apertura deregolamentata del sistema creditizio. In questo contesto s’inseriscono anche le dimissioni – prima rassegnate e poi ritirate all’inizio del 1970 – del Governatore della Banca d’Italia, Guido Carli. Eventi casuali?

Nel libro mi permetto di sollevare interrogativi su incontestabili coincidenze: intorno al 12 dicembre, queste tensioni economico-finanziarie toccarono un’acme che coincise con l’opzione stragista. Non credo ci sia mai stata nella storia d’Italia una fase  di così elevata tensione negli intrecci tra il piano economico-finanziario e l’ordine pubblico, tra la politica, la finanza, i militari. Il 1964 richiama per certi aspetti la crisi del ’69, che però va ben oltre. C’è stata una torsione della democrazia italiana del tutto particolare, una vera e propria crisi di sistema.

Chiara Rapiti: Tra le 17 vittime della strage figura anche il nome di un bambino: Enrico Pizzamiglio figlio di una famiglia di agricoltori. Perché la scelta di colpire proprio quel microcosmo umano dice molto sulla natura politica della strage? E in che modo ferì l’intero ecosistema degli interessi agricoli italiani?

Emanuele Bernardi: In realtà, come dico nel libro sin dall’inizio, non sono il primo a interrogarsi sulle ragioni per cui fu colpita proprio la Banca nazionale dell’Agricoltura: è una questione che si posero già diversi osservatori e giornalisti dell’epoca. Quel mondo aveva una sua fisionomia sociale ben precisa: i frequentatori della Banca non erano braccianti, ma figure sociali con una specifica estrazione e mentalità.

Certo, non tutti devono essere considerati parte di un mondo che guardava necessariamente a destra, ma si trattava indubbiamente di una realtà educata e disciplinata, in quel secondo dopoguerra all’insegna dell’anticomunismo, della logica dell’ordine, della gerarchia e della disciplina.

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 1970: Piccoli consegna il Clichè d’oro a Enrico Pizzamiglio (fonte: Archivio Luce).

Parliamo di un microcosmo fortemente strutturato. La Coldiretti era forse l’organizzazione collaterale della DC più influente, se non la più importante, capace di muovere tra i 5 e i 6 milioni di voti. Accanto a questa non va sottovalutata la Confagricoltura: quel mondo di proprietari terrieri e imprenditori, sebbene calante e declinante, aveva ancora molto peso in alcuni circoli e all’interno della Banca nazionale dell’Agricoltura.

Basti pensare a Michele Sindona: nel curriculum inviato alle metà degli anni Sessanta a Enrico Cuccia – il numero uno di Mediobanca – nella prima pagina, oltre ai propri dati generali, riportava di essere un imprenditore fondiario e che la sua famiglia possedeva proprietà in Sicilia e in Toscana. Senza dimenticare che suo padre lavorava nella Federconsorzi, un’istituzione anch’essa presente nell’azionariato della Banca nazionale dell’Agricoltura, un vero e proprio pilastro del capitalismo italiano del Novecento, il cui vertice si riunì proprio il 12 dicembre.

Sarebbe quindi un grave errore valutare queste figure e gruppi come compartimenti stagni. Questa fitta rete rivela quanto la Banca nazionale dell’Agricoltura fosse al centro di un articolato intreccio di interessi: colpirla significava lanciare un segnale preciso a un intero blocco di potere economico e sociale lì rappresentato. È un tassello credo importante che si aggiunge alle tante cose che grazie alla magistratura e alle opere storiografiche (penso per esempio agli studi di Mirco Dondi e di Benedetta Tobagi) già conosciamo su quella strage e sulla strategia della tensione.

Chiara Rapiti: Concludo chiedendole se, alla luce di questo intreccio tra finanza e mondo rurale, possiamo dire che la politica agro-alimentare italiana fosse ed è tutt’ora profondamente legata alle banche come strumento politico ed economico? L’‘ombra agraria’ proietta ancora i suoi effetti sull’attuale struttura del capitalismo italiano?

Emanuele Bernardi: Il fatto che dagli anni Sessanta in poi vi sia stato un processo di finanziarizzazione dell’agricoltura, integrato sempre in misura maggiore nel sistema agroindustriale, fa parte della storia d’Italia e non solo. La finanza italiana e quella globale hanno individuato nel settore agroalimentare un campo d’azione strategico: oggi le multinazionali del cibo cercano di controllare l’intera filiera – dal produttore al consumatore – erigendosi a vere e proprie potenze globali, di fronte alle quali gli Stati nazionali si trovano a dover gestire, assecondare o contrastare questi network. Quindi sì, l’ombra agraria proietta ancora oggi tutti i suoi effetti sulle nostre vite.

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Cappelli e detriti nel salone della Banca subito dopo la strage (Fonte: Rai Cultura).

I legami con quella stagione sono molti più di quanti immaginiamo, sia sul piano culturale che su quello delle continuità personali. Molti attori, del resto, non hanno alcun interesse a riaprire certe pagine, ritenendole dolorose e inopportune. Forse questo è un libro scomodo, non lo so, lo diranno i lettori, ma è stato scritto con l’idea di lanciare degli stimoli, dei segnali. Sto continuando a lavorarci proprio perché credo valga la pena analizzare delle fonti che ancora aspettano di essere valorizzate e pesate nel loro insieme.

È sicuramente un saggio diverso dagli altri, perché vorrebbe spronare anche i più giovani a misurarsi con queste tematiche da un angolo visuale nuovo, pur nella consapevolezza delle difficoltà documentarie. Infatti, per molto tempo l’accesso agli archivi è stato un ostacolo quasi insormontabile: le carte della Banca nazionale dell’Agricoltura sono ancora indisponibili e quelle della Coldiretti sono state a lungo difficilmente accessibili.

Oggi il panorama sta migliorando: il fondo della Confagricoltura, ad esempio, si trova presso l’Archivio Centrale dello Stato con un primo inventario e, pur tra mille complicazioni, si sta lavorando per renderlo fruibile. Sono comunque ottimista: mi sembra che queste carte possano indicare in modo inequivocabile delle questioni e delle linee di studio per il futuro, per chi avrà la forza e la voglia di cimentarsi, con uno sguardo nuovo, nella ricerca di una verità storica più completa sui fatti del 12 dicembre 1969.

Chiara Rapiti

(in copertina, l’interno della Banca dopo la strage, fonte: Wikimedia)


Intervista ad Emanuele Bernardi – Orrenda strage a Milano. Piazza Fontana, la questione agraria, la finanza globale è un’intervista di Chiara Rapiti. Clicca qui per altri articoli dell’autrice!

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