CronacaInterviste

I tre anni di Espulse – Intervista ad Alessia Bisini

Intervista Alessia Bisini Espulse

Le due inchieste del collettivo Espulse sugli abusi nelle scuole di giornalismo e nelle redazioni italiane sono il punto di partenza di questa intervista di Benedetta Stella Ritorto ad Alessia Bisini, tra le fondatrici del collettivo. Tra la paura di denunciare, il nuovo Codice etico dell’Ordine e la decisione di fermarsi dopo tre anni, un bilancio a caldo di un percorso intenso.


Lo scorso giugno abbiamo raccontato, in queste pagine, il lavoro del collettivo Espulse: due inchieste che hanno raccolto centinaia di testimonianze su molestie e abusi di potere nelle scuole di giornalismo e nelle redazioni italiane.

A qualche settimana di distanza abbiamo incontrato Alessia Bisini, tra le fondatrici del collettivo, per scoprire insieme a lei come è nata questa collaborazione, cosa ha lasciato, e perché oggi Espulse ha scelto di fermarsi.


Benedetta Stella Ritorto: Qual è stato il tuo percorso? Cosa ti ha portato a creare insieme alle tue colleghe il collettivo Espulse?

Alessia Bisini: Ho iniziato con questo mestiere ormai nel 2015. Oggi ho 30 anni, ne avevo 20 all’epoca. Ho sempre avuto questa grandissima passione per la scrittura che non sapevo come incanalare. Anche le professoresse di italiano al liceo mi incoraggiavano molto a scrivere. Leggevo i giornali e mi informavo tanto. Quindi ho iniziato con le prime esperienze, scrivendo di musica, soprattutto per dei blog.

Piano piano sono arrivate altre opportunità di collaborazione: ho fatto un po’ di radio e comunicazione social. Finché non sono arrivate le prime esperienze su carta con testate più grosse. Ad oggi io sono totalmente freelance. Scrivo soprattutto di sport e di questioni di genere.

Logo del collettivo (Immagine: Filosofemme)

Com’è nato il nostro collettivo? Ci siamo conosciute nell’estate del 2023. Io ho conosciuto in primis la collega Stefania Prandi che è una giornalista con esperienza ventennale in giornalismo d’inchiesta ed è stato un po’ il mio punto di contatto perché io mi stavo avviando alla professione da freelance e non sapevo che cosa aspettarmi, dato che avevo sempre lavorato in piccole redazioni.

Abbiamo cominciato aparlare del fatto che non ci fosse stato ancora un MeToo effettivo nel mondo del giornalismo. L’intento era quello di capire quali fossero gli squilibri di potere e le situazioni problematiche all’interno delle redazioni italiane.

B. R.: Il vostro lavoro mi ha colpito moltissimo soprattutto perché sono una studentessa di giornalismo e, ancor prima dell’articolo, ho condotto una ricerca con le mie colleghe. Le ho intervistate per capire le loro percezioni e aspettative sulla professione. Il risultato più rilevante è che tutte quante hanno paura del loro futuro lavorativo. Alla luce di questi risultati, oltre ai limiti strutturali che comunque conosciamo come il gender pay gap e le molestie, quanto questa paura inciderà sulle loro possibilità e che consiglio daresti alle future giornaliste?

A. B.: È una bella domanda questa perché in entrambe le inchieste abbiamo sottolineato la paura di denunciare. Denunciare è un privilegio, nel senso che non tutte possono permettersi effettivamente di farlo.

La paura prende il sopravvento ed è spesso ciò che ti fa rinunciare a opportunità, ad avanzamenti di carriera, che ti impedisce di avere una progressione a livello lavorativo di cui invece i nostri colleghi uomini possono contare nel corso della loro carriera. Spesso le colleghe, soprattutto le più giovani, si rendono conto di come le dinamiche di potere siano squilibrate.

Quello che consiglio soprattutto alle giovani giornaliste è trovare qualcuno che possa essere una figura che le motivi, che sia un mentore. Per me è stata la collega Stefania Prandi, una delle ragazze con cui ho lavorato all’inchiesta insieme anche a Roberta Cavaglià e Francesca Cagnoli. Stefania, per noi, è stata un po’ una guida anche perché io non avevo mai fatto giornalismo d’inchiesta prima, quindi, ho imparato tantissimo anche lavorando sul campo.

Poi non avere il timore di mettersi in gioco e anche la consapevolezza di poter dire di no. Guardando alla me del passato, avrei preferito dire qualche no in più piuttosto che magari accettare proprio tutto. E un’altra cosa importantissima è non aver paura di negoziare il proprio valore. Abbiamo un valore ed è importante che venga retribuito.

(Immagine: Divercity)

B. R.: Grazie. Sono consigli preziosissimi. In tutto questo mi chiedevo anche se si può affermare che è veramente tutta colpa della cultura patriarcale o in questo ambito, quindi nelle redazioni, nelle scuole, ci sono anche altre responsabilità?

A. B.: Sicuramente noi viviamo e assorbiamo questo sistema. Quindi attribuisco principalmente queste colpe di cui parliamo a un sistema che ha sempre accettato e normalizzato certi comportamenti. Ed è il motivo per cui ad oggi credo siano anche così difficili da sradicare. Questo richiede ovviamente una partecipazione, un cambiamento che deve essere collettivo.

Poi sicuramente ci sono anche delle responsabilità individuali. Soprattutto per quanto riguarda la prima inchiesta la responsabilità è della singola scuola nel gestire i propri studenti e formatori. Ci siamo rese conto che sicuramente la volontà di cambiare c’è, tanto che è stato approvato un nuovo Codice etico e di comportamento che a giugno del 2025 è stato implementato.

Già a ottobre del 2024 il presidente dell’Ordine dei Giornalisti Carlo Bartoli aveva convocato tutti i direttori delle scuole di giornalismo proprio perché si era capito che fosse necessario contenere e migliorare la situazione. Quindi credo che ci sia stata un’assunzione di responsabilità.

B. R.: A proposito del Codice etico, secondo te è stata una risposta adeguata alla situazione? La prima cosa che mi ha colpito è che l’Ordine dei Giornalisti si è mostrato un po’ sorpreso perché non era suo compito nominare i docenti.

A. B.: Credo che assolutamente siano state prese delle misure adeguate. Poi sicuramente sarà importante metterle in pratica e credo che i risultati non possano essere immediati. Noi abbiamo messo un primo mattoncino rispetto al lavoro svolto con Espulse. Mi auguro che ci saranno anche altre giornaliste che decidano di accettare questo passaggio di testimone che noi diamo, perché invitiamo ad andare avanti, a denunciare come è possibile, a farsi sentire.

Ci tengo a raccontare questo aneddoto: in un corso di formazione che abbiamo fatto in cui abbiamo parlato delle nostre inchieste, ci è stato chiesto quale realtà rappresentassimo. Ci è stato detto che tutto quello che si vedeva sul proiettore alle nostre spalle erano parole buttate lì a caso.

(Immagine: Rfi)

Quando vedi una situazione come questa in cui ti viene detto: “Io in 60 anni di lavoro non ho mai visto qualcosa del genere”, “Nessuna collega si è mai esposta con me, né ha mai parlato”; questi sono campanelli d’allarme che ci devono far capire che le inchieste sono state necessarie perché scomode. Una delle colleghe che era presente al corso di formazione ha detto “La realtà che rappresentano è la mia, ma non è solo la mia, probabilmente quella di tante altre colleghe”.

Quando siamo andate a fare gli incontri è capitato spesso che donne venissero a raccontarci ciò che avevano vissuto e a ringraziarci per il nostro lavoro. Il sostegno delle istituzioni, poi, è stato fondamentale. Soprattutto per questa seconda inchiesta abbiamo ricevuto il supporto della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, dell’Ordine del Trentino-Alto Adige, dell’Ordine del Piemonte, dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti. E quindi li ringrazio fortemente.

B. R.: È stato un lavoro importantissimo prima di tutto per la capacità che ha avuto di farci sentire viste. Guardando, invece, alla stampa generalista che risonanza hanno avuto a livello nazionale le inchieste? Pensi siano riuscite ad uscire dalla bolla social?

A. B.: La prima inchiesta ha avuto sicuramente una risonanza maggiore. Però, fino a quando il dottor Bartoli non ha convocato i direttori dei Master delle scuole di giornalismo riconosciute dall’Ordine, l’inchiesta era rimasta più nel contesto social. Dopo questo l’inchiesta è esplosa. È stata ripubblicata da tante testate, soprattutto dalla stampa generalista che non è una cosa scontata, anche da alcune internazionali.

Per la seconda inchiesta l’impatto è stato comunque buono. Per il momento abbiamo raccolto una cinquantina di segnalazioni, tra cui anche il Corriere della Sera, soprattutto sulla 27ª ora nella rubrica di Francesca Visentin. Questo ci fa molto piacere perché sapevamo che sarebbe stato un po’ più complicato promuoverla, parlarne. Perché un conto è finché si parla delle scuole di giornalismo, un conto è quando tocchi la realtà.

Noi speriamo che l’attenzione rimanga alta perché ci sono ancora persone che si sorprendono che questo accada.

(Immagine: profilo Instagram di Espulse)

B. R.: Hai detto che tu scrivi sia per la stampa italiana che per quell’anglosassone. Quindi mi interesserebbe conoscere il tuo parere su come i media italiani trattano le tematiche di genere rispetto agli altri Paesi.

A. B.: Voglio essere gentile. Credo che ci sia un abisso.

Ogni paese ha i suoi problemi, ha il suo modo di raccontare il mondo che ci circonda. Credo che all’estero ci sia, soprattutto per quanto riguarda le questioni di genere, un’attenzione veramente diversa. Noi qua abbiamo tante giornaliste che scrivono di questi temi, lo fanno molto bene, sono esperte, sono competenti in materia, però io avverto che sicuramente all’estero c’è una sensibilità, una competenza e un’attenzione maggiore, forse perché hanno anche una regolamentazione diversa all’interno delle redazioni.

In Inghilterra non c’è un ordine dei giornalisti. Hanno il National Council for the Training of Journalists, che fa un sacco di corsi di formazione e ti abilita alla professione. Se tu vuoi coprire certi temi devi avere una specifica certificazione.

(Immagine: Society of editors)

B. R.: Fortunatamente negli ultimi anni le tematiche femministe sono emerse maggiormente, soprattutto grazie ai social, e sono nati anche i primi giornali femministi. Mi viene in mente ThePeriod con cui tu collabori. Credi sia questa la strada per un’informazione di maggiore qualità e, invece, quali pensi siano le difficoltà che questi tipi di media possono incontrare?

A. B.: Prendo l’esempio di ThePeriod perché ho avuto modo di scrivere un pezzo per la loro newsletter. Ammiro molto quello che Corinna De Cesare fa perché è un modello di business totalmente indipendente che si basa su un abbonamento che oggi è una prova di fiducia gigantesca.

Leggiamo molto meno rispetto a prima, la soglia d’attenzione è calata drasticamente. È cambiato radicalmente il modo di fare informazione. Lei è la prova che sicuramente bisogna trovare modelli alternativi che possono essere sostenibili anche con tutte le fatiche del caso.

Spesso racconta di quanto sia importante sostenere un’informazione di questo tipo perché se vuoi leggere informazione femminista di qualità sui giornali, soprattutto quelli mainstream, il linguaggio che viene adottato quando si parla di femminicidi, quando si parla di casi di violenza di genere, quando si parla più in generale di donne ha un problema di fondo gigantesco.

(Immagine: Substack)

Difficile dire quanto sarà sostenibile. Io spero che finché ci saranno delle voci che credono in questo tipo di giornalismo con un’ottica e un approccio femminista potremo sperare che ci sia un pluralismo di informazione e che continui. Poi sta a noi sostenerlo, sta a noi supportarlo. È proprio vero che sì, il giornalista ci mette il suo, ma ci deve essere qualcuno che lo legga e che sostenga il suo lavoro.

B. R.: Questi media alternativi stanno facendo un po’ una rivoluzione culturale tutta loro. Per concludere, tu hai detto che il collettivo ha esaurito ormai il suo lavoro. Quindi, non state più lavorando insieme? Il vostro obiettivo è solo la promozione delle inchieste?

A. B.: In questo momento . E ti dico anche perché. Sono stati tre anni di lavoro molto intensi e soddisfacenti, che mi hanno arricchito molto, non solo da un punto di vista professionale, ma da un punto di vista anche personale.

Lo rifarei? Ti dico assolutamente di per il feedback che abbiamo avuto, ma il carico emotivo che porta con sé questo lavoro è tanto. Non solo per raccogliere testimonianze, lavorarci, scriverle, verificare tutto, fare fact checking, ben fatto, no? C’è anche una responsabilità emotiva importante che ad oggi sentiamo di avere esaurito. Per il momento sicuramente promuoveremo l’inchiesta e poi vedremo che cosa ci riserverà il futuro.

B. R.: Grazie mille per il tuo tempo.

A. B.: Grazie a voi ancora per il vostro tempo.

Benedetta Stella Ritorto

(In copertina grafica di Giovani Reporter, si ringrazia Alessia Bisini per la concessione dell’immagine)


I tre anni di Espulse – Intervista ad Alessia Bisini è un’intervista a cura di Benedetta Stella Ritorto. Clicca qui per altri articoli dell’autrice!

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