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“Tempi nuovi” per la Lega? – Intervista ad Armando Siri (parte 2)

Armando Siri intervista (2)

Prosegue l’intervista a Armando Siri, responsabile della scuola di formazione politica della Lega, rilasciata a Giovani Reporter. In questa seconda parte il confronto si sposta sulla politica estera, dal memorandum Italia-Libia ai rapporti con gli Stati Uniti di Trump, dalla gestione dei flussi migratori alla guerra in Ucraina fino alla posizione su Israele e Palestina.


Alessandro Donati: A proposito di immigrazione, il memorandum Italia-Libia e gli accordi tra l’Unione Europea e la Guardia costiera libica sono stati spesso criticati. Papa Francesco ha definito i centri di detenzione in Libia dei veri e propri campi di concentramento. Non c’è il rischio che queste strategie di deterrenza finiscano per sostenere realtà responsabili di gravi violazioni dei diritti umani? Penso anche al caso di Al-Masri e, più in generale, ai rapporti con figure molto controverse.

Armando Siri: Non siamo solo noi ad avere rapporti con personaggi discutibili. La politica internazionale è piena di interlocutori controversi, ricevuti nei palazzi istituzionali e con i quali, per ragioni diplomatiche, è necessario mantenere un dialogo. Quello che possiamo fare è cercare di contribuire allo sviluppo di quei Paesi affinché le persone non siano costrette a fuggire, ma possano costruire un futuro nella propria terra.

A. D.:  […] Gli Stati Uniti ad oggi restano comunque un alleato, anche alla luce delle recenti dichiarazioni di Donald Trump nei confronti della presidente Meloni?

A. S.: Credo che si sia perso, almeno in parte, il senso dei rapporti istituzionali tra gli Stati. L’Italia, dal canto suo, sta svolgendo un lavoro importante sul piano internazionale. Gli italiani dovrebbero forse essere meno inclini all’autosvalutazione e riconoscere anche gli sforzi che le nostre istituzioni stanno compiendo.

Le dichiarazioni di Trump, ad esempio, sono state criticate dall’intero Parlamento, non soltanto dal governo. Questo dimostra che, su alcune questioni fondamentali, esiste una coesione istituzionale che andrebbe valorizzata.

Fonte: La Repubblica

A. D.: Parlando di immigrazione, nell’ultimo punto del suo Manifesto dei Tempi Nuovi lei scrive che “non esiste alcun diritto a odiare” e sostiene che l’ordine debba convivere con l’umanità nella gestione dei flussi migratori. Tuttavia, non ritiene che, soprattutto negli ultimi anni, il linguaggio politico di Matteo Salvini abbia contribuito ad alimentare paure e tensioni anziché favorire un clima più pacifico?

A. S.: Credo che Matteo Salvini abbia interpretato un sentimento già presente nel Paese. Non ha creato quelle paure, ma ha dato voce a una parte significativa della popolazione che chiedeva allo Stato di intervenire. C’è stato un periodo in cui l’arrivo di grandi flussi migratori, soprattutto via mare, ha generato una forte preoccupazione in molti cittadini. A questo si è aggiunta una crescita della criminalità che, almeno in parte, è stata percepita come collegata a quei fenomeni migratori.

Fonte: Fanpage.it

A. D.: Come si concilia allora questa posizione con il principio espresso nel suo manifesto?

A. S.: Il principio resta lo stesso. Se le persone arrivano nel nostro Paese e rispettano le regole, possiamo e dobbiamo cercare di aiutarle. Ma quando vengono commessi reati, atti di violenza o comportamenti che generano insicurezza, è inevitabile che la popolazione provi paura. Non ho mai sentito Matteo Salvini esprimere ostilità nei confronti di qualcuno per il colore della pelle, la provenienza o le idee politiche.

A. D.: Tuttavia, scorrendo i profili social di Matteo Salvini, si nota che quando un reato è commesso da un immigrato la notizia viene spesso rilanciata, mentre quando il responsabile è un cittadino italiano questo accade molto meno. Non c’è il rischio di una rappresentazione selettiva del fenomeno?

A. S.: Non credo. Quando, ad esempio, si verificano episodi gravissimi come ragazzi che uccidono i propri genitori o i propri fratelli, e si tratta di cittadini italiani, abbiamo parlato anche di quei casi. Detto questo, sappiamo anche come funziona il sistema mediatico. I media tendono ad amplificare alcuni fenomeni e, in parte, contribuiscono a costruirli.

A. D.: Lo stesso ragionamento, però, non potrebbe essere applicato anche al tema della sicurezza? Non c’è il rischio che una continua attenzione mediatica e politica verso criminalità e immigrazione finisca per alimentare una percezione di insicurezza superiore alla realtà?

A. S.: Su questo punto faccio una distinzione. Se il fenomeno fosse esclusivamente mediatico, con il tempo perderebbe forza. Invece molte persone vivono esperienze dirette che alimentano quella percezione. Per questo credo che il tema della sicurezza debba essere affrontato senza contrapposizioni ideologiche. Non è una questione di destra o di sinistra, ma riguarda tutti i cittadini.

A. D.: Passiamo alle ultime domande, dedicate alla politica estera. Partiamo dalla guerra in Ucraina. Ritiene che l’Italia e l’Europa facciano bene a sostenere militarmente Kiev oppure considera questa strategia fallimentare? E, più in generale, ritiene che l’Ucraina abbia il diritto di difendersi?

A. S.: Tutti hanno il diritto di difendersi. Un conto, però, è il diritto all’autodifesa, un altro è pretendere che siano altri a sostenere quella difesa. Il conflitto tra Ucraina e Russia è estremamente complesso e affonda le proprie radici negli anni precedenti all’invasione. Era una polveriera pronta a esplodere, e alla fine è esplosa.

Proprio per questo ritengo che una questione del genere non possa trovare soluzione sul piano militare. Non si tratta di schierarsi con una delle due parti […]. L’obiettivo dovrebbe essere quello di raggiungere un accordo, perché abbiamo bisogno di una Russia più vicina all’Europa e non sempre più distante. La Russia fa parte della storia e della cultura europea. Consegnarla definitivamente all’influenza della Cina sarebbe un errore strategico.

Fonte: La Stampa

A. D.: Ma la Russia di oggi, quella guidata dal dittatore Vladimir Putin, è davvero compatibile con i valori europei? Stiamo parlando di un Paese che reprime ogni forma di libertà individuale, che soffoca ogni pluralismo politico e che ha invaso uno Stato sovrano.

A. S.: Perché definisce Putin un dittatore? Putin è stato eletto dal popolo russo e, parlando con i cittadini russi, emerge come una larga parte della popolazione continui a sostenerlo e a votarlo.

A. D.: E gli oppositori del regime, avvelenati con il polonio-210? Penso, ad esempio, a Navalny e Yushenkov oltre che ad altri casi molto noti.

A. S.: In qualsiasi Paese in cui esista una vera opposizione, questa trova comunque il modo di manifestarsi. Se una parte consistente della popolazione fosse realmente contraria a Putin, potrebbe scegliere di non votare oppure di lasciare scheda bianca […].

A. D.: Seguendo questo ragionamento, allora anche Kim Jong-un in Corea del Nord o Xi Jinping in Cina potrebbero essere considerati leader legittimati dal voto. Eppure, molti li definiscono dittatori.

A. S.: Il sistema nordcoreano e quello cinese sono profondamente diversi da quello russo. Si tratta di modelli politici chiusi, nei quali il processo di selezione della classe dirigente avviene all’interno del partito e non attraverso un suffragio universale come quello al quale siamo abituati, pur con tutte le differenze che esistono anche in Russia o in Turchia. Per questo ritengo che non si debbano fare sovrapposizioni.

Non spetta a noi distribuire patenti di “buoni” e “cattivi”.

A. D.: Resta però il tema dell’invasione dell’Ucraina e delle centinaia di migliaia di vittime provocate dal conflitto.

A. S.: L’invasione è un fatto gravissimo. Ma non è la prima volta che un Paese democratico invade un altro Stato o utilizza la forza militare. Anche l’Italia, ad esempio, ha partecipato ad operazioni militari quando gli aerei sono decollati dalla base di Aviano per bombardare la Serbia.

Per questo motivo ritengo che la guerra sia sempre sbagliata, indipendentemente da chi la combatte.

A. D.: Restando sul tema dei conflitti, sarebbe favorevole a imporre sanzioni su Israele per le ripetute violazioni del diritto internazionale?

A. S.: Quanto accaduto in Israele e nei territori palestinesi, soprattutto in alcuni momenti del conflitto, è stato profondamente tragico. Occorre però distinguere tra Israele come Stato e il governo guidato da Benjamin Netanyahu.

Le decisioni di Netanyahu non coincidono necessariamente con il pensiero dell’intera società israeliana. Molti cittadini, intellettuali e opinion leader israeliani hanno espresso posizioni fortemente critiche nei confronti del governo. È innegabile che si siano verificati fatti gravissimi e che debbano essere condannati, come ha fatto anche il governo italiano. Se necessario, anche attraverso sanzioni […].

Israele ha il diritto di esistere e questo non deve essere messo in discussione. Allo stesso tempo, anche il popolo palestinese ha diritto a uno Stato. Questa è, a mio avviso, anche la posizione dell’Italia: c’è spazio per entrambi i popoli.

Fonte: La Stampa

A. D.: Se è così, perché il governo italiano non riconosce ufficialmente lo Stato di Palestina?

A. S.: Il riconoscimento dello Stato palestinese non è soltanto un atto simbolico, ma anche una questione giuridica e politica molto complessa.

Per riconoscere uno Stato servono condizioni precise: occorre avere interlocutori istituzionali chiari, un governo riconosciuto e una situazione di stabilità che renda quel riconoscimento concreto e non soltanto formale. Alcuni governi, come quello spagnolo guidato da Pedro Sánchez, hanno scelto di procedere comunque con un riconoscimento dal forte valore simbolico. È una scelta legittima, ma diversa da un riconoscimento pienamente operativo.

L’obiettivo dovrebbe essere quello di arrivare a riconoscere uno Stato palestinese quando esisteranno le condizioni per farlo in maniera concreta, all’interno di un quadro di pace e stabilità.

Fonte: La Moncloa

A. D.: Grazie per averci concesso questa intervista.

A. S.: Grazie a voi. È stato un piacere.

Alessandro Donati

(Immagine di copertina di Giovani Reporter)


“Tempi nuovi” per la Lega? – Intervista ad Armando Siri è un’intervista a cura di Alessandro Donati. Clicca qui per altri articoli dell’autore!

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