Il tema della rappresentanza partitica riempie da sempre le pagine di diversi scrittori politici. Tra questi c’è Michels, che elabora una classificazione delle principali categorie di partiti commentata da Antonio Gramsci in una nota dei “Quaderni”. Lo scrittore polacco Machajski va oltre e lega il concetto al potere dell’intellighenzia borghese. Nel Novecento, invece, si fa strada il concetto di ‘partitocrazia‘. Al giorno d’oggi queste riflessioni portano a interrogarsi sulla natura dei nostri partiti. Che spesso non ci rappresentano appieno, anche a causa delle leggi elettorali.
La dissoluzione dei corpi intermedi porta la società a essere dominata dalla dittatura della maggioranza, in quanto formata da individui isolati. Lo afferma Tocqueville in La democrazia in America (1835-1840) nelle pagine dedicate al potere della maggioranza nelle istituzioni americane.
Venuti meno i corpi intermedi dell’ancien régime – corporazioni, ordini, comunità locali –, l’individuo resta solo dinanzi allo Stato e alla maggioranza che lo governa. Improvvisamente, mancano gli elementi in grado di mediare e arginare la potenziale tirannia del potere.
La sua riflessione, applicata ai giorni nostri, porta a considerare il partito uno strumento essenziale per rappresentare gli interessi dei singoli e garantire un assetto democratico reale.

Tuttavia, una parte dell’analisi politica moderna e contemporanea è giunta a una critica talvolta radicale di questo strumento. Il partito, secondo gran parte di queste teorie, è spesso soggetto a interessi di casta o a velleità di singoli ‘uomini carismatici’, per dirla con Robert Michels.
Proprio a partire da un commento di questo autore, Antonio Gramsci – nella nota 75 del secondo dei Quaderni del carcere – riflette sullo strumento del partito. L’intellettuale comunista ne espone i pregi e i limiti, basando il suo ragionamento su una premessa fondamentale: il partito permette di ottenere l’egemonia di classe?
Anche nel presente la domanda rimane attuale. Tra soglie di sbarramento difficili da superare, frammentazione partitica e – soprattutto – l’attuale sistema elettorale, il partito sembra aver perso il suo ruolo di rappresentanza effettiva.
In ragione di questo, forse, si spiega anche il grave problema del crescente astensionismo.
Tra Michels e Weber
Robert Michels è uno dei pensatori politici che più hanno analizzato la forma-partito. E Gramsci lo sa, lo legge e lo commenta. Per farlo, parte dallo scritto Les Partis politiques et la contrainte sociale, articolo uscito il 1° maggio 1928 su Mercure de France.

In prima battuta l’autore dei Quaderni individua l’origine dei partiti basandosi sulle tesi di Max Weber.
Essi nascono “dall’associazione spontanea di propaganda e d’agitazione” (p. 230), che tende al potere per portare vantaggi morali e materiali a un gruppo.
Il partito deriva quindi dal Machtstreben, ovvero una forza personale o impersonale.
I partiti personali sono quelli basati sulla “protezione accordata a degli inferiori da un uomo potente” (p. 230).
La stessa storia del movimento operaio dimostra che i socialisti non hanno spezzato questa tradizione borghese, poiché ciascun sottogruppo ha preso il nome del suo capo (ad esempio, in Germania, con i marxisti e i lassalliani).
Gramsci classifica poi le tipologie di partito a partire dalle considerazioni di Michels. La prima è quella del capo charismatico (‘carisma’ deriva dal greco χάρισμα, ovvero ‘dono di Dio’), dove il capo esercita “un influsso sui suoi aderenti per qualità così eminenti che sembrano soprannaturali a questi ultimi”. (p. 231)
Più tardi – prosegue l’autore dei Quaderni – le masse hanno iniziato a chiedere almeno un simulacro di democrazia e potere collettivo. Si formarono così gruppi con numeri sempre maggiori di capi, avversi all’amministrazione di uno solo.
Le caratteristiche del capo carismatico
Michels rubrica anche Mussolini come “esempio di capo partito che ha del veggente e del credente” (p.232). Il Duce, inoltre, è capo unico non solo di un grande partito, ma anche di un grande Stato. Per questo motivo, con lui l’assioma ‘il partito sono io‘ ha raggiunto il massimo sviluppo.

Gramsci giudica storicamente inesatta una simile osservazione, dato che con il fascismo erano vietate la formazione di gruppi e ogni discussione di assemblea. Mussolini, peraltro, si era servito dello Stato per dominare il partito e solo nei momenti difficili era accaduto il contrario.
Oltre a ciò, il ‘charisma’ come inteso da Michels nel mondo moderno “coincide sempre con una fase primitiva dei partiti di massa, con la fase in cui la dottrina si presenta alle masse come qualcosa di nebuloso e incoerente, che ha bisogno di un papa infallibile per essere interpretata e adattata alle circostanze”. (p.233)
Più ciò avviene, più il partito va incontro a uno sviluppo ‘artificiale’. Non nasce e si forma su una concezione del mondo “unitaria e ricca di sviluppi perché espressione di una classe storicamente essenziale e progressiva”, ma sulla base di “sentimenti ed emozioni incoerenti e arruffate” (p.233).
Queste ultime non sono completamente dissolte perché sono espressione di una classe che sopravvive e si difende dall’avvenire attaccandosi alle glorie del passato.

Nella nota trova spazio anche il concetto di passione politica, ben esemplificato dal pensatore socialista francese Saint-Simon.
Sul letto di morte disse ai suoi discepoli che per fare grandi cose serve essere appassionati ed essere appassionati vuol dire saper appassionare gli altri.
“Questo è il vantaggio dei partiti charismatici su gli altri basati su un programma ben definito e sull’interesse di classe”. (p. 234) Ciò, tuttavia, comporta che lo slancio dei capi carismatici dipende molto dalla durata dell’entusiasmo.
La storicizzazione del centralismo partitico
Gramsci, rispetto a Michels, osserva che il capo carismatico può appartenere a qualsiasi partito, autoritario o antiautoritario. Pertanto, ritiene che la classificazione dell’autore italo-tedesco sia “molto superficiale e sommaria”, considerando anche che prevede tre tipologie di partito molto monolitiche.
La prima è quella dei partiti carismatici – basati su personalità forti, programmi rudimentali, fede e autorità di uno solo – che, secondo Gramsci, non si sono mai visti: i capi autoritari hanno quasi sempre intercettato degli interessi di classe.
La seconda tipologia è costituita da partiti basati su interessi di classe, economici e sociali. La terza da partiti generati da idee politiche o morali. Ai tre tipi Michels aggiunge anche i partiti confessionali e nazionali (dopo il 1848 scomparsi e diventati nazionalisti).

Fortunatamente – dice Gramsci – Michels considera questa distinzione incompleta e non netta. I partiti reali spesso esprimono sfumature intermedie o combinazioni di tutte e tre le tipologie.
Tra le affermazioni per Gramsci vuote e imprecise c’è quella su una presunta anima del partito e su una naturale tendenza all’oligarchia, indipendente dai programmi ideali originari.
Michels – affermando invece proprio questo – fa l’esempio del partito socialista: i proletari, delegando ai capi le loro istanze, creano una nuova forma di dominio.
Secondo questa visione, il mestiere politico diventa sempre più complesso e sono necessarie competenze burocratiche e grande furberia. Si crea anche così la separazione tra masse e partiti, tra intenzioni iniziali e pratiche reali.
Gramsci, tuttavia, differenzia la democrazia di Stato da quella di partito. Infatti, per conquistare la democrazia nello Stato può essere necessario un partito fortemente accentrato. Il problema dell’oligarchia, inoltre, non si percepirebbe se non ci fosse una differenza – di classe sociale, di divisione del lavoro e di educazione – tra capi e gregari.
La soluzione sarebbe creare uno strato medio per limitare eventuali devianze dei capi e dare la possibilità alla massa di elevarsi.
Machajski: il partito come dittatura dell’intellighenzia
Anche Jan Wacław Machajski tratta il tema del dirigismo di partito. Nato a Pintzov (Polonia russa) il 15 dicembre 1866, Machajski è un pensatore antizarista, inizialmente vicino al nazionalismo polacco e poi al socialismo.
Dopo quattro anni di prigionia in Galizia per attività sovversive (1891-1895), emigra a Zurigo.
L’anno successivo – durante uno sciopero a Łódź – viene arrestato per tre anni a Cracovia, prima di essere deportato per cinque anni in Siberia.

Qui si informa minuziosamente sui temi del socialismo, fino a giungere al paradosso di rivolgere il pensiero marxista rivoluzionario contro Marx stesso. Machajski accusa i socialisti di sfruttare la posizione privilegiata che occupano nella società capitalista per diventare la nuova classe dominante. Anche per questo, dopo la Rivoluzione d’Ottobre, continua a essere un pubblicista, ma viene guardato con sospetto dai bolscevichi.
Machajski nel suo libro La dittatura dell’intellighenzia (Gog Edizioni, 2022) critica i partiti socialisti, categoria nella quale annovera anche il Partito Comunista Sovietico.
In particolare, accusa le loro gerarchie intellettuali di perpetuare i propri interessi. Nel nome di un avvenire socialista (che mai arriverà), il popolo affida il proprio destino a dei sacerdoti e rinuncia alla rivoluzione, unica soluzione per abbattere lo status quo.

Il partito, peraltro, non è una mera organizzazione, ma il frutto di una vera e propria classe: l’intellighenzia, che usa il sapere come capitale per imporre il dominio sulle classi sottostanti.
Opponendosi a Bernstein e Lenin, Machajski non ritiene il partito lo strumento di emancipazione del proletariato, ma la causa della sua sottomissione.
Il socialismo non incarna un reale interesse di classe e il partito non se ne fa promotore. Semmai, è il dominio dei borghesi colti e il partito è solo l’atto di autoproclamazione di una ristretta élite, che si serve delle aspettative delle classi inferiori per attrarre consenso.
Dal partito di massa alla partitocrazia
Se Michels espone un meccanismo e Gramsci lo storicizza, Machajski fa un passo successivo, con una lettura di classe: il partito è un artificio del potere per mantenersi in vita.
Al netto delle derive estreme del suo pensiero (rivoluzione armata come unico mezzo sensato per il cambiamento), questo autore fornisce delle chiavi di lettura per leggere il presente.
Il partito è ancora una ‘casta a sé stante’? Prima, in realtà, bisogna individuare i passaggi storici che hanno trasformato il sistema partitico. In particolare, serve capire come via via dai partiti di massa si è passati alla partitocrazia attuale, dove il partito sembra venire prima della domanda dell’elettorato.

Il termine ‘partitocrazia’ viene coniato da Giuseppe Maranini nel 1949 in Governo parlamentare e partitocrazia. Questa voce nel Dizionario di storia della Treccani recita: “Predominio, strapotere dei partiti, che tendono a sostituirsi alle istituzioni rappresentative nella direzione e nella determinazione della vita politica democratica dello Stato”.
Già dall’Italia di inizio Novecento, attraverso il sistema elettorale proporzionale e il voto di fiducia in Parlamento, i partiti possono controllare in modo rigoroso deputati e senatori.
I segretari dei partiti non scelgono i futuri deputati per merito, ma per ‘docilità’. In questo modo la classe politica si allontana dalle lotte reali, sostituite da astrattezze ideologiche. E il deputato ascolta queste, insieme al vate che le propina, piuttosto che il suo collegio elettorale. Maranini sostiene che accadrebbe il contrario con il sistema uninominale.
Richard Katz e Peter Mair in un saggio del 1995 parlano del ‘cartel party’: i partiti non sono più radicati nella società civile, ma si saldano allo Stato, tra finanziamento pubblico e colonizzazione delle istituzioni.
Viene così a mancare la rappresentanza ed è anche per questo che – come spiega Mauro Calise in Il partito personale (2000) – il leader strumentalizza il partito (e qui torniamo a Gramsci), che accentra leve organizzative, prima su tutte la scelta dei candidati.
Il dirigismo dei segretari di partito
La scelta dei candidati, oltre che dai partiti, dipende dalle leggi elettorali. E quella che più di tutte ha cambiato le carte in tavola è stato il Mattarellum del 1993. Da quel momento in avanti il sistema proporzionale adottato durante la Prima Repubblica viene sostituito da un sistema misto. Per ridurre la frammentazione partitica, infatti, si passa a tre quarti dei seggi assegnati con collegi uninominali maggioritari e il restante quarto assegnato con il proporzionale.

L’esperimento dura poco, perché nel 2005 – con il cosiddetto ‘Porcellum’ – si ritorna al sistema proporzionale (con premio di maggioranza) e – novità decisiva – le liste bloccate. In altre parole, gli elettori possono scegliere il partito e non il candidato.
Il primo, in questo modo, diventa il protagonista assoluto perché le segreterie scelgono l’ordine dei candidati a scapito degli elettori. Ciò comporta che da quel momento non conta più il merito, ma prevalgono i rapporti personali e di convenienza.
La Corte Costituzionale – con la sentenza n. 1 del 2014 – dichiara incostituzionale proprio questa disposizione, nella misura in cui liste troppo lunghe rendono i candidati di fatto ignoti agli elettori, svuotando il voto del suo contenuto reale.
L’Italicum del 2015 e il Rosatellum del 2017 (ancora in vigore) introducono invece forme parziali di liste bloccate all’interno del sistema proporzionale. Il potere di preferenza degli elettori, quindi, resta di fatto bloccato da un sistema che – al netto di modifiche – è rimasto uguale e quindi problematico.
I rischi dello ‘Stabilicum’ meloniano
Parlando di attualità, il rischio di perdere ulteriore rappresentanza si potrebbe manifestare qualora dovesse passare la legge elettorale proposta dal governo Meloni. Il cosiddetto ‘Stabilicum’ prevede infatti un sistema integralmente proporzionale con liste bloccate su tutti i seggi e un premio di maggioranza per la coalizione vincente.
Oltre al fatto che sarebbe la sesta legge elettorale in trent’anni (primato assoluto in Europa), questa modifica renderebbe ancora più evidente il problema del dirigismo partitico.
Svuotando l’elettorato dei poteri di influenza il potere di scelta dei rappresentanti viene delegato al ceto politico. Che grazie a leggi elettorali di fatto create per riprodurre la sua esistenza, riesce a sopravvivere anche per molteplici legislature.

Le liste bloccate, infatti, portano alla ‘longevità parlamentare‘, con tanto di interessi economici annessi per i deputati. In questo modo, per ottenere il potere diventa centrale la fedeltà verso il partito e non più il giudizio popolare.
Ricordiamoci che chi controlla la lista, controlla la carriera e chi controlla la carriera, controlla il voto in aula. Per evitare che i politici perpetuino i loro interessi e non quelli della cittadinanza, dunque, serve una buona legge elettorale. Anche così sopravvive la democrazia.
Martino Giannone
(In copertina: foto creata da Gemini AI)
“Gramsci consiglia” – I partiti ci rappresentano davvero? è un articolo scritto da Martino Giannone. Clicca qui per altri articoli dell’autore!
