La sera del 20 luglio 2026 la città di Bologna era divisa a metà: chi si trovava al presidio commemorativo per la morte di Fakir, avvenuta il 19 luglio al Pilastro, e chi invece si stava dirigendo in Piazza Maggiore per il Cinema all’aperto, perché alle 21:45 ci sarebbe stata la proiezione del Film “Pirati dei Caraibi”. Io ero tra le persone che all’impegno civico aveva preferito il film. La serata andò diversamente, e in questo articolo ripercorro passo dopo passo la mia esperienza in prima persona a Bologna, in quella che doveva essere una manifestazione pacifica e che si è trasformata in un momento di tensione e scontro polarizzato.
Ore 20:00. Un odore strano
Tacchi, trucco e un bel po’ di sospetto. Mi dirigo verso l’incrocio tra via Ugo Bassi e via Marconi intorno alle 20:00. Dovevo vedermi con un’amica. All’incrocio tra le due vie c’è la polizia municipale, e sopra di noi un elicottero della Polizia.
Raggiungo la mia amica.
Non noto niente: non subito, almeno.
Camminiamo e ci inoltriamo in via Ugo Bassi. Il rumore delle pale dell’elicottero si fa sempre più insistente, quasi a confermare i sospetti iniziali.
“Non senti un odore strano?”
“Non ti pizzicano un po’ gli occhi?”
Il sospetto trova conferma mentre cerchiamo di raggiungere Piazza Maggiore. Vediamo persone bendate correre nella nostra direzione, del fumo grigiastro e gli agenti che braccano le traverse.
La polizia in borghese ci impone di andare via, intimandoci a gran voce di prendere un’altra strada per raggiungere la piazza. Clangori di agenti da sommossa: avanzano dalle stradine verso via Ugo Bassi mentre noi veniamo praticamente scortate altrove.
Ore 20:15. “Tout le monde déteste la police!”
A poche centinaia di metri da quell’atmosfera di tensione e paura, c’è la solita vita di una classica sera d’estate bolognese: centinaia di persone sedute sulle sedie adibite per il cinema, nei bar, per terra sui teli, sulle scalinate di San Pietro.
Eppure, basta guardare verso Piazza del Nettuno per capire che qualcosa non va. Io e un paio di amiche andiamo a vedere cosa succede.
Siamo animate dall’adrenalina provata poco prima, dalla necessità improvvisa di capire meglio se le due cose, il presidio commemorativo e gli scontri, siano collegate o meno. Spoiler: lo sono. L’elicottero non dà tregua, sorvola la zona stridulo e ci controlla, puntando il suo faro sopra la folla di via Ugo Bassi, anche se del tutto pacifica.
Ci avviciniamo così tanto da vedere chiaramente la polizia. Sono schierati, con i manganelli al fianco e lo scudo protettivo di fronte. Caschi blu lucidissimi e senza un’ammaccatura. Di fronte a loro, una folla che intona un coro:
“Tout le monde déteste la police!”
“Tout le monde déteste la police!”
“Tout le mond…”
Stavolta lo noto, senza bisogno di alcun presagio. Una traiettoria parabolica fatta di scintille e fumo: la folla inizia a indietreggiare, a correre all’indietro, ad assottigliarsi contro i muri.
“Bagnati gli occhi” mi dicono, e io lo faccio.
Ore 20:30. Una nube densa
Io e la mia amica ci teniamo per mano, corriamo anche noi ai lati della strada, schiacciate contro i muri. Vediamo piccoli oggetti di metallo cadere a terra, dai quali esce rapidamente una nube densa.
La gola, gli occhi, il naso: pizzicano e pungono, non si respira.
La folla indietreggia fino a via Rizzoli, della gente si rifugia in Piazza del Nettuno. “La polizia non arriverà così vicino a Piazza Maggiore”, dice qualcuno.
Improvvisamente il sagrato di San Pietro si svuota, le sedie del cinema all’aperto non ospitano più le centinaia di persone presenti fino a un momento prima, i bar semi-chiudono le saracinesche.
L’indignazione aumenta. Nessuno stava facendo nulla se non intonare cori: i lacrimogeni erano davvero di troppo. Siamo in tanti, tra manifestanti e curiosi, tra cittadini consapevoli e turisti.
È un momento di rottura, come quando qualcosa si spezza, e lascia un potente silenzio e profondo amaro in bocca. Un conflitto, nel senso più letterale del termine.
Ore 20:40. Idranti e bombe carta
Mentre indietreggiamo, vediamo alcuni manifestanti prendere le transenne dei cantieri per erigere barricate; usano biciclette, pietre e assi di legno trovate per terra per formare un muro alto quasi un metro, difficile da superare con un salto o una corsa veloce.
Molti salgono sulla fontana e sui pali, sulle mattonelle trovate nel cantiere di fronte Piazza Nettuno, inneggiando cori e insulti, più forte di prima, con più foga. L’indignazione repressa con la violenza si trasforma in rabbia. E la rabbia diventa contagiosa, pilastro della ribellione.
La curiosità prende il sopravvento, inizio a fare domande a chiunque mi stia attorno. Tutti dicono che a iniziare è stata la polizia: la manifestazione era pacifica, ma l’elicottero sorvola insistentemente il centro di Bologna già dalle 19:15, come confermano i gestori dei bar.
I manifestanti, singoli cittadini e associazioni o gruppi politici, avevano iniziato a dirigersi verso Piazza Roosevelt, in direzione della Prefettura, dove erano stazionati i furgoni delle forze dell’ordine.
La concentrazione di persone nei pressi della Prefettura, ritenuta colpevole di aver applicato lo scudo penale ai due poliziotti e ai quattro sanitari presenti al momento della morte di Fakir, ha fatto scattare l’allarme. Idranti, acqua sparata ad altezza viso.
Da lì, il caos: bombe carta, lacrimogeni, bombe sonore.

Ore 20:50. Nel fumo dei lacrimogeni
L’acqua e le bandane nere sul volto, i boati, il fumo che inghiotte i portici. In quel momento capisci che la manifestazione è finita e al suo posto è rimasta soltanto un’apatica gestione dell’ordine pubblico.
Nel giro di pochi minuti, la memoria di Fakir si è dissolta nel fumo grigio dei lacrimogeni e nel boato delle esplosioni.

La causa per cui eravamo scesi in strada non c’era più: era stata sostituita dalla pura meccanica dello scontro. Da una parte la forza rigida delle istituzioni, dall’altra la rabbia contagiosa della piazza. E, in mezzo, noi.
Ore 21:00. Un’auto in fiamme
Qualcuno dà fuoco a un’automobile. Cenere e schiuma si mescolano sotto i copertoni, sprigionando un odore pungente e triste. Ci si chiede come sia possibile: sono stati i manifestanti per allontanare la polizia, o la polizia per creare distanza?
L’auto era usata dai manifestanti per salirci sopra e intonare cori. Domande che appaiono quasi superflue, nate dall’impulsività del momento, ma che rischiano di distrarre da qualcosa di più importante: la morte di un momento collettivo in favore del conflitto e della propaganda.
Il gusto amaro dei lacrimogeni e della cenere scende fino ai polmoni, diventando un peso che blocca lo stomaco: è paura?

Post Scriptum: qualche ora più tardi
Lo sappiamo: tutto quello che è accaduto la sera del 20 luglio 2026 verrà strumentalizzato da giornali e politica, verrà ridotto a semplice vandalismo ed estremismo, verrà raccontato come un evento momentaneo e impulsivo.
Quello che ho visto, però, è stata la reazione di un’indignazione viscerale, che cresce nella città e tra i suoi cittadini con l’inasprirsi della guerra di posizione tra corteo e forze dell’ordine. La complessità di una città che chiede giustizia sulla morte di un uomo, integrità da parte delle forze dell’ordine, meno rigidità dallo stato, verrà cancellata da titoli a effetto.
Ed è forse proprio qui che il racconto politico fallisce ogni volta: quando smette di guardare le persone e si limita a contare i danni. Forse è questo a bloccarmi lo stomaco.
È questo che lascia l’amaro in bocca.
Ludovica Maria Accardi
(In copertina e nell’articolo foto di Guido Calamosca/LaPresse)
