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Il rage-baiting è una cosa molto seria – L’egemonia della rabbia e il caso Vannacci

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Nelle ultime settimane stanno facendo discutere le controverse dichiarazioni di Roberto Vannacci. Quelle che sembrano assurdità, però, sono figlie di una strategia comunicativa ben architettata: il rage-baiting. Tale pratica presuppone la produzione di contenuti web volti a suscitare clamore in modo da vincere l’attenzione degli utenti, sempre più distratti. Su questo terreno la sinistra riesce a giocare solo di risposta, senza riuscire a imporre la sua agenda nel dibattito pubblico.


Rage-baiting: un contenuto web che ha come fine principale quello di suscitare indignazione e/o rabbia. Con questa definizione è possibile descrivere quello che – a mio avviso –  è il principale fenomeno sociologico sul web negli ultimi (almeno) due anni. 

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Illustrazione di Ava Kaleah David

Questo paradigma informatico investe tutte le principali forme di comunicazione web e social: dai meme alla musica, dagli storytelling più banali al marketing. E forse, più di tutti gli ambiti, il rage-baiting investe la politica via Internet. Per dominare una porzione di spazio sempre più contesa da milioni di contenuti, l’argomento politico deve svestirsi della sua (in teoria richiesta) razionalità per indossare i panni della provocazione, del messaggio collerico, emotivo e sensazionale.

Il regime dell’attenzione sul web

Sia chiaro, la politica nel corso della storia ha sempre fatto – più o meno – appello agli istinti più bassi dell’uomo. Se per governare servono polso e raziocinio, per mobilitare le masse e orientare il consenso occorrono da sempre malizia, carisma e pathos. Una miscela che spesso ha portato gli oratori politici a fare appello alle irrazionalità più pure dell’uditorio.

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Immagine di Darren Halstead

Nel web, però, il meccanismo sembra essere ulteriormente rafforzato dalla necessità di diffondere messaggi più brevi, incisivi e memorabili. La strada per il consenso via etere, infatti, è tortuosa. Prima bisogna farsi notare. Poi bisogna convincere l’ascoltatore a restare. In terzo luogo, quest’ultimo deve compiere un’azione, che sia un follow, un commento, un like o la sottoscrizione di un abbonamento. Infine, il destinatario va fidelizzato.

La comunicazione diventa così, a tutti gli effetti, marketing permanente, e per essere efficace pesca dal mare delle strategie pubblicitarie. Se gli spazi a disposizione sono spesso video da 30 secondi, essi dovranno essere impeccabili e portare a una qualche forma di convincimento del destinatario. Magari facendolo incazzare. La rabbia – indotta o spettacolarizzata – è infatti spesso e volentieri sinonimo di viralità. Proprio su questo si basa il rage-baiting.

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Immagine di Headway

I due flussi del rage-baiting

Si potrebbe pensare che parlare alla pancia serva a rafforzare la propria base elettorale. In realtà, il rage-baiting fa leva proprio sugli avversari. Sono questi ultimi a garantire la più riuscita pubblicità al politico di turno.

Un uditorio forte e consolidato aiuta di certo in occasione del voto, ma non basta per una buona campagna elettorale. Avere alle spalle solo messaggi incoraggianti consolida l’immagine del candidato, ma non lo rende il protagonista della scena mediatica.

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Immagine di Janelle Hiroshige

A differenza del discorso puramente propagandistico dei dittatori novecenteschi, il rage-baiting va oltre il mero coinvolgimento di massa. Nella comunicazione web, per essere rilevanti, la prima regola è evitare di essere autoreferenziali. Al contrario, conta essere oggetto di discussione perenne da parte di tutti. Vince il ‘purché se ne parli’ di Oscar Wilde, per intenderci.

Una classica regola del marketing della polarizzazione parla chiaro: il risultato migliore è avere il 50% delle persone che ti amano e il 50% che ti odiano. I due poli, sommati, portano a un uditorio più ampio, e se litigano frontalmente è più probabile che l’oggetto divisivo diventi l’argomento del giorno.

La rabbia, più di tutti i sentimenti, divide e unisce al contempo. Genera coesione interna nei gruppi e li isola sempre di più tra loro. Insieme, però, i litiganti formano un totale di attenzione pressoché permanente. 

La regola numero uno del rage-baiting, insomma, presuppone che anche gli avversari (o addirittura i ‘nemici’) contribuiscono alla vittoria. La comunicazione divisiva e provocatoria ha due flussi, coincidenti con due momenti diversi: uno di ingresso – l’emissione del messaggio per chi ti sostiene – e uno di risposta, derivante da chi ti osteggia.

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Immagine di Klara Kulikova

L’ascesa della destra e del rage-baiting sul web in America…

Ora come ora, a padroneggiare queste tecniche è decisamente la destra. E spesso lo fa nelle sue forme più estreme. In un periodo di recessione economica globale, sono loro che per primi hanno incanalato la frustrazione delle masse convogliandola verso gli arcinoti nemici esterni: gli immigrati, i poteri forti tecnocratici, le élite pseudo-progressiste, Bruxelles e così via.

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Immagine di Joseph Lockley

In tal senso, decisivo – ma solo ultimamente studiato – è stato il ruolo di Internet negli ultimi decenni. Anche se esistono bolle digitali di più o meno qualsiasi orientamento politico, la destra è stata la prima forza politica – oltre che la più brava – a sfruttare il loro potenziale: sono stati proprio gli ambienti più radicali (molto coesi al loro interno) a riverberare la forza di certi messaggi e a renderli più popolari – se non addirittura credibili – a un numero sempre più ampio di persone. 

Le origini del fenomeno si riscontrano in Stormfront, sito americano fondato dall’ex leader del Ku Klux Klan Don Back. È nel 2005, però, che c’è la svolta con la nascita di Breitbart News, il sito che nel 2012, sotto la guida di Steve Bannon, diventa il principale megafono dei temi nazionalisti e populisti in America.

Da non sottovalutare sono anche i board anonimi come 4chan (2003) e Schan (2013), inizialmente eterogenei politicamente ma poi progressivamente più orientati a destra. Molto rilevante è anche il webzine di Richard Spencer AlternativeRight.com, con il quale nasce il termine ‘alt-right‘ (‘destra alternativa’).

Quest’ultima diventa protagonista dopo il 2014 soprattutto con Gamergate, una campagna di molestie online volta ad attaccare le donne nel mondo dei videogiochi. Intorno a questo fenomeno – difeso dallo stesso Breitbart News – si calcifica la stessa alt right, che con ampio uso di trolling e meme (su tutti Pepe the Frog) aumenta la visibilità di questa bolla digitale, anche in vista del sostegno alla candidatura presidenziale di Donald Trump

Se tutti questi casi sono rubricabili come deplatforming, è dal 2018, invece, che si strutturano diversi ecosistemi alternativi (nel senso di vere e proprie piattaforme) come Gab, Parler, Gettr e Rumble, fino ad arrivare al social di Trump, Truth Social (2022). 

…e in Europa

In Europa, invece, sono soprattutto AfD e il Rassemblement National di Marine Le Pen a padroneggiare. Proprio riguardo al caso francese, David Doucet e Dominique Albertini hanno scritto il saggio La fasciosfera (La Nave di Teseo, 2018). Il loro testo descrive nel dettaglio alcune realtà della rete sorte all’inizio di questo millennio (anche qui l’estrema destra è arrivata prima di tutti) in seno ad ambienti filo-fascisti, neonazisti, cattolici reazionari e antisemiti.

Realtà ideologicamente eteroclite, ma comunque accomunate dall’avversione verso i media mainstream, la diffusione di odio, il linguaggio offensivo e l’inneggiamento alla violenza.

Ultimamente, i partiti di estrema destra hanno avuto successo grazie a un massiccio uso di TikTok, social capace di far avvicinare le ideologie reazionarie ai giovani attraverso contenuti frivoli. Su questa piattaforma. Inoltre, ha inizio l’era del successo degli attivisti digitali come Bardella, abili a creare ‘contropubblici‘ di destra. In Italia vale lo stesso e a TikTok si aggiunge Telegram, con il suo sottobosco di canali alternativi, quando non decisamente estremi.

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Immagine di Christian Wiediger

Sintetizzando, la destra si è affermata sia sulle piattaforme mainstream come X e Instagram – tendenzialmente privilegiate dai partiti – sia nell’ecosistema ‘alt-tech‘ (stile Truth), che ospita le posizioni più radicali. In ogni caso, si tratta sempre di ambienti caratterizzati da una carica verbale molto forte, moderazioni pressoché inesistenti e una libertà di espressione smodata, oltre che orgogliosamente esibita.

Gli ambienti di destra nella rete si distinguono per una più generale critica al sistema ‘corrotto’, paradigma nel quale trovano posto l’enfatizzazione della ‘white culture‘ e la guerra culturale. Nell’ambito di quest’ultima, per colpire con più forza il ‘nemico’ viene in aiuto proprio la provocazione

Il problema dell’agenda-setting

Anche grazie a quanto appena esposto, ben presto la destra si è svestita della sua allure di ‘forza delle aristocrazie‘ e si è reinventata portavoce delle classi medie e povere.

In che momento, invece, la sinistra ha smesso di essere la protagonista principale del dibattito pubblico? Da quanto tempo non si fa più portavoce del popolo? Da quando non guida l’agenda politica

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Immagine di Ian Sanderson

Difficile dare una risposta univoca. Sicuramente, però, c’è stato un periodo in cui in Italia, negli anni ’70, guidava il dibattito nazionale su temi come aborto, femminismo, divorzio, diritti dei lavoratori e giustizia sociale. E spaventava la destra, che riusciva solo a rispondere a suon di controcampagne informative e moraleggianti. 

La stessa destra aveva un’identità meno chiara, scissa tra voto utile (DC) e radicale (MSI). Non a caso, pur governando, la destra si organizzava come polo anticomunista, antimodernista o ‘antiqualsiasi cosa fosse percepita come ‘di sinistra’.

Inoltre, l’ascesa del PCI alla fine del decennio stava testimoniando il vantaggio della sinistra, almeno sul piano culturale

L’egemonia dispersa

Oggi sembra tutto il contrario. Dopo Tangentopoli la sinistra si è scissa in tante famiglie, tutte con obiettivi e modalità d’azione diversi. Berlusconi ha rivoluzionato il panorama politico e culturale italiano e tutto da lì è cambiato. Di questi tempi, la destra domina non a caso l’agone politico e la sinistra struttura la sua identità sulla sola opposizione: antifascista, antirazzista, antimisogina e via dicendo. Tutte battaglie nobilissime e giuste, ma mai davvero trascinanti di fronte all’ondata dei sovranismi, dei nazionalismi e delle ideologie reazionarie.

A ciò si aggiunga che la sinistra, in seguito alla caduta del Muro di Berlino – forse per mettersi alle spalle un passato troppo scomodo – ha progressivamente abbandonato il lessico e le griglie di lettura del mondo a lei proprie da sempre. Ciò ha coinciso con l’abbracciare in campo economico alcuni presupposti del liberismo e con l’abbandono, a tratti, dei diritti sociali.

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Immagine da Fondazione Turati

Al di là delle classiche critiche alla ‘sinistra radical chic’, comunque, si è affermato un progressivo scollamento storico tra il fronte progressista e il suo elettorato. La sinistra ha smesso di essere un’istanza di classe. O meglio, ha smesso di essere l’istanza di una classe ben precisa: quella dei lavoratori. Che oggi non vuol dire solo i poveri, ma anche la classe media, sempre più impoverita.

Come dimostra un interessante studio di Jean-Yves Dormagen, tra l’altro, questa classe non è più omogenea come un tempo. È attraversata da bisogni diversi, valori spesso conflittuali e trasversalità politica. I segmenti popolari — operai, impiegati, ceti a basso reddito — che nel 2022 hanno votato il centrodestra e ora potrebbero passare a Vannacci sono collocabili in diversi cluster.

I principali sono i Nazional-popolari, i Nordisti e gli Euroscettici: gruppi favorevoli alla redistribuzione e ai diritti sociali, spesso apertamente antisistema, ma saldamente ostili all’immigrazione. Le destre, cogliendo come soffiava il vento, ne hanno approfittato.

Il rage-baiting del generale Vannacci

Negli ultimi mesi il protagonista della politica italiana è l’ex generale Roberto Vannacci.

Dopo aver lasciato la Lega e aver contribuito a fondare Futuro Nazionale, il leader è cresciuto inesorabilmente nei sondaggi, proponendosi come mina vagante anche in vista delle future elezioni politiche. 

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Immagine di Vincenzo Di Canio

Vannacci risponde a un diffuso malcontento dello stesso elettorato di destra. I circa quattro anni del governo Meloni hanno disatteso le promesse di chi lo aveva sostenuto. Futuro Nazionale, dunque, sta provando a proporsi come ‘destra pura‘ (espressione usata dallo stesso Vannacci), senza timore di mostrarsi autentica.

La forza del leader ‘futurista’ non sta nei contenuti, ma nel modo di portarli. La narrazione costruita attorno a lui richiama in un certo senso quella di Trump in America: una figura estranea alla politica si inserisce nell’arena pubblica e si impone come forza di rottura reale. 

Anche per questo l’ex generale ha definito senza problemi gli omosessuali ‘persone non normali’ o ha affermato che ‘se non ci fossero gli immigrati non ci sarebbero i crimini’.

La remigrazione al centro del dibattito pubblico

Quella che all’apparenza può sembrare un’incosciente accozzaglia di ‘sparate’, in realtà è il frutto di una furba strategia comunicativa. In linea con la scelta dei candidati discutibili (la ‘sporca dozzina‘), Futuro Nazionale vuole essere percepito come profondamente divisivo, scorretto, pericoloso. È l’ala radicale della destra, che da un lato vuole fare pressione dall’esterno sui programmi, dall’altro spingere più in là il malcontento popolare, per trasformarlo in consenso. 

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Immagine da il Sole 24 Ore

Se si dovesse usare lo schema degli archetipi del marketing – derivati dagli studi dello psicanalista Carl Gustav Jung – Vannacci e il suo partito sarebbero i ‘fuorilegge’, gli antagonisti un po’ outsider che rompono le regole. Non è un caso che abbiano usato fin qui toni forti anche in Parlamento, suscitando scandali di cui si parla per giorni. D’altronde, non è con la ragione, ma con la ripetizione ossessiva (tipica strategia del reframing) che formazioni come Futuro Nazionale sono riuscite a imporre carsicamente concetti – prima esecrabili – come la remigrazione e il cameratismo

Le polemiche del giorno relative a questi temi hanno configurato la nuova agenda politica degli italiani, senza possibilità di scelta. Non importa che nel mondo reale molte famiglie non arrivino a fine mese e che la sanità e l’istruzione stiano lentamente cadendo a pezzi. La destra remigrazionista ha deciso che gli immigrati sono alla base dei principali problemi del Paese e, con i mezzi giusti, li ha messi al primo posto dell’ordine del giorno. Anche – paradossalmente – per chi ritiene che la remigrazione sia un abominio incostituzionale.

Cosa serve alla sinistra?

Gli innumerevoli contenuti di fact-checking sulle dichiarazioni di Vannacci fanno il suo gioco. L’intervista da Lilli Gruber, per esempio, è stata per molti un dibattito vinto dalla conduttrice (e dalla giornalista-spalla Lina Palmerini) sul piano dei contenuti. Sul piano del campo, però, ha vinto Vannacci, rimanendo coerente con la sua narrazione e con l’obiettivo con cui era entrato nello studio: far parlare di sé.

Ben vengano allora i caroselli delle pagine di sinistra come ‘Abolizione del Suffragio Universale’, ma non si pensi minimamente che siano la soluzione per sconfiggere ‘il Generale’. Sottolineare gli errori di Vannacci amplifica e dà importanza al suo messaggio e al suo frame. Significa dire che quanto afferma merita attenzione e tempo.

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Immagine da Vanity Fair

La sinistra, quindi, più che diventare il polo dell’indignazione, dovrebbe diventare quello di una base ben precisa e solida. Che certamente è stanca dei Salvini, dei Vannacci e delle Meloni, ma al tempo stesso pretende anche altro. Esige un’identità chiara, un racconto, una visione del mondo credibile e un ascolto attivo dei bisogni reali. Gli stessi che, spesso e volentieri, sono propri anche di chi si fa ingaggiare dai discorsi vannacciani.

Come insegna la scienza della comunicazione, il modo migliore per rispondere alle provocazioni… è con altre provocazioni.

Non bisogna ricalcare il frame avversario, ma creare il proprio. Non bisogna giocare sul campo altrui – dove è l’altro sicuramente vincerà – ma definire il proprio e scrivere le regole del gioco con autorevolezza, prima che lo faccia l’avversario.

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Immagine da SkyTg24

Condannare le dichiarazioni di Vannacci – un leader pericoloso, ideologico ed estremista – in democrazia è sicuramente un dovere civico. Tuttavia, la sinistra, per contare davvero qualcosa, dovrà iniziare ad andare oltre il ruolo di mera oppositrice. Il rischio, altrimenti, è quello di fornire assist alla destra e di sparire dietro a un velo di chiacchiere.

Martino Giannone

(In copertina immagine da RSI)


Il rage-baiting è una cosa molto seria – L’egemonia della rabbia e il caso Vannacci è un articolo di Martino GiannoneClicca qui per altri articoli dell’autore!

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