Edito da Bompiani, “La sonnambula” è l’ultimo romanzo di Bianca Pitzorno. Traendo ispirazione da un ritaglio di giornale ottocentesco, l’autrice dà vita a un racconto intessuto nell’onirico e abitato da credenze popolari, pur rimanendo ancorato alla realtà storica più cruda. Candidato al Premio Strega 2026, il libro è stato proposto da Roberta Mazzanti, che esalta la capacità di Pitzorno di mescolare eventi accaduti e invenzione romanzesca, trascinandoci in una “sarabanda sorprendente”.
I mille volti di Bianca Pitzorno
Al nome di Bianca Pitzorno quasi tutti ricorderanno classici intramontabili della letteratura per l’infanzia, quali Ascolta il mio cuore o Magie di Lavinia & C.
In realtà, il panorama in cui l’autrice si inserisce è molto più ampio: Pitzorno ha formato tanti ragazzi e ragazze con i suoi romanzi, ma è stata anche sceneggiatrice televisiva, illustratrice e traduttrice, e ancora insegnante di scuola e personalità politicamente attiva.
A partire dai primi anni 2000, abbandona la letteratura per l’infanzia dedicandosi a quella per adulti, come nel caso della sua ultima opera: La sonnambula, candidata al Premio Strega 2026 e parte dei sei finalisti.


L’idea – secondo quanto dichiara la stessa autrice alla fine del libro – nasce dalla lettura di un quotidiano italiano di fine Ottocento che sua nonna aveva conservato. Tra i vari annunci, a conquistare l’attenzione di Pitzorno è quello pubblicato da – per l’appunto – una ‘sonnambula’, che offre i suoi servizi al pubblico.
Con questo termine, al tempo, si indicava una donna che cade in trance e grazie ai suoi poteri sovrannaturali riesce a predire il futuro. Per intenderci, quella che noi chiameremmo una medium o una sensitiva.
Prendendo le mosse da questo dettaglio, l’autrice elabora un romanzo storico ambientato prevalentemente nella città di Donora – pseudonimo della città natale di Pitzorno, Sassari. In tale scenario e intorno alla figura della sonnambula si intrecciano le vite di numerosi personaggi: alcuni realmente esistiti – tra cui antenati della stessa autrice – ed altri di fantasia.
Immersi nel contesto ottocentesco, i lettori sono chiamati a partecipare a uno spaccato di vita dell’Italia dell’epoca, di cui possono conoscere luci e ombre. Il tutto non senza un pizzico di magia.
Ofelia Rossi: non una donna qualsiasi… o forse sì
Pitzorno ci immerge subito nella singolare infanzia della protagonista – Ofelia Rossi – segnata dal manifestarsi di “strani attacchi” (p.9) che le fanno sanguinare il naso, perdere l’equilibrio e, a volte, anche i sensi. Non si tratta, però, di un semplice malessere fisico: queste crisi le rivelano indizi vaghi su accadimenti futuri.

Pur possedendo tale dote misteriosa, Ofelia rimane una giovane donna nell’Italia di fine Ottocento e, di conseguenza, la sua più alta aspirazione rimane una soltanto: il matrimonio.
L’occasione le si presenta quando il conte Folco Acciardi dimostra il proprio interessamento, per poi chiederla in sposa. Il sogno romantico di Ofelia, però, ha vita breve: dopo le nozze, Folco rivela la sua natura disonesta, approfittatrice e, in particolar modo, violenta.
Alla delusione segue il desiderio di riscatto: Ofelia fugge dai maltrattamenti e inizia la sua avventura in solitaria. Il viaggio attraverso l’Italia si conclude a Donora, dove sceglie di stabilire lo ‘studio’ da sonnambula, in cui esercitare liberamente la sua professione – o, ancor meglio, “missione” (p.15).
Da questo momento, la vicenda personale di Ofelia scivola in secondo piano: si passa da un romanzo di formazione a una raccolta di racconti investigativi. Ogni capitoletto – tre o quattro pagine l’uno – racconta e risolve la storia di una delle sue clienti.
Giovani e anziane, nobili e modeste, mogli infelici, vedove solitarie, ragazze in cerca di marito… Alla sonnambula si rivolge ogni tipologia di donna, ciascuna con i suoi dubbi e domande.
Con l’avanzare dell’età, però, il potere di Ofelia si manifesta sempre più raramente e lei capisce di non avere alcun controllo su di esso. Per questo motivo, la sonnambula risponde alle clienti servendosi solamente del suo acume.
La vediamo ingegnarsi in ricerche, letture e discorsi con le persone del posto, al fine di fornire un’adeguata risposta alle donne che la interrogano.
Il potenziale inesplorato delle figure femminili

Tema centrale del romanzo non può che essere la condizione femminile in tutte le sue declinazioni: l’istruzione, il matrimonio, la violenza domestica, l’accesso al lavoro. Pitzorno tenta di mostrarci più sfaccettature possibili di questa realtà.
Talvolta, però, la mescolanza risulta artificiosa: pochi sono i personaggi che vengono caratterizzati in maniera completa e profonda; i restanti assumono l’aspetto di macchiette stereotipate, utili più a mandare avanti il racconto che a farci immedesimare nella loro vita.
Ofelia stessa – seppur si tratti di un personaggio meglio articolato degli altri – ricade in luoghi comuni, anche incoerenti tra loro. La sonnambula rimane spezzata tra la completa ingenuità e l’assoluta astuzia: se dapprima ragiona come una bambina alle prese con un mondo incomprensibile, subito dopo pensa da esperta investigatrice. Il tutto senza una spiegazione che giustifichi questa forzata alternanza.
Piuttosto, molto interessante da indagare – sempre riguardo alla condizione femminile – sarebbe stato il rapporto che viene a instaurarsi tra la sonnambula e le sue clienti: in fin dei conti, l’intera trama si basa sulla scelta di Ofelia di dedicare la propria vita ad aiutare altre donne.
Inoltre, dal momento in cui i suoi poteri non sembrano venirle in aiuto, è bello notare come non serva nulla di sovrannaturale per rendersi utile: gli strumenti che la rendono una sonnambula di successo sono soltanto l’empatia e l’ascolto.
Purtroppo, però, anche questo aspetto viene tralasciato nel romanzo, che dà maggior rilievo alla dinamica investigativa e all’aura misteriosa e magica. Forse, per rendere le donne veramente protagoniste del racconto, si poteva dare loro modo di esistere al di fuori degli stereotipi, concedendo respiro a ogni personaggio.
Non si sfugge alla responsabilità narrativa
Quanto detto finora si applica anche alla questione della violenza domestica, che viene sorvolata, dando l’impressione di essere stata inserita solo per adempiere a un ‘obbligo narrativo’, più che per una volontà reale di affrontarne la complessità.
È come se, trattandosi di una vicenda ambientata nell’Ottocento, fosse inevitabile imbattersi nella dinamica uomo violento–donna vittima. Esiste, però, una differenza tra la scelta di non approfondire un determinato argomento – del resto, nessun romanzo può trattare ogni tema – e quella di affrontarlo in maniera semplicistica, relegandolo a un mero espediente di trama.
Nel caso della Sonnambula, la violenza tocca proprio la protagonista: Folco sposa Ofelia per sfruttarne le capacità e trarne un vantaggio economico; poi, quando si rende conto che lei non controlla il suo potere, la frustrazione che ne deriva si trasforma in aggressività.
Tuttavia, al contrario di quanto ci si aspetterebbe, non è il comportamento abusante del marito a spingere Ofelia alla fuga, bensì la scoperta di un tradimento. Questa scelta narrativa altera la gerarchia delle colpe, presentando il tradimento come l’offesa più grave, mentre la violenza assume un ruolo secondario.
A ciò si aggiunge la caratterizzazione unidimensionale di Folco: uomo crudele e privo di scrupoli, mosso unicamente dal desiderio di arricchirsi. Non che non possano esistere persone di questo tipo, però ridurre tutto alla sola ‘cattiveria’ individuale non rende giustizia alla realtà dei fatti.

Affrontare il tema della violenza di genere richiede consapevolezza e profondità di analisi. Questo non significa che ogni opera debba necessariamente trattarlo, né che non si possa rappresentare contesti storici in cui determinati comportamenti erano socialmente diffusi.
Tuttavia, considerando l’ampia risonanza di un’autrice come Pitzorno e il fatto che il romanzo abbia al centro una donna, La sonnambula avrebbe potuto costituire un’occasione preziosa per esplorare tale tematica con maggiore attenzione.
Cosa ci resta
Tirando le somme, possiamo dire che La sonnambula parta da delle premesse interessanti e che alcune scelte narrative – come l’ambientazione sarda o il dettaglio del sovrannaturale – siano senza dubbio originali. Purtroppo, però, l’idea viene sviluppata in maniera superficiale.
La narrazione è meccanica, composta da frasi semplici e spezzate. I paragrafi descrittivi sono quasi assenti: troviamo solo una successione di eventi e azioni. Tutto accade subito e velocemente, senza particolari colpi di scena – perché i problemi e gli ostacoli vengono risolti nel giro di una pagina.
I pensieri dei personaggi vengono riportati in maniera esplicita e trasparente, spiegando anche cose che il lettore potrebbe cogliere autonomamente. Così facendo, non viene lasciato spazio al dubbio e al mistero, che sembrava centrale all’inizio della storia.
Nel romanzo di Bianca Pitzorno una pagina non tira l’altra e l’occhio non corre veloce tra le righe per sapere cosa accadrà dopo. Non per questo, però, la storia perde totalmente di valore. Rimane una lettura leggera e disimpegnata, per chi ha voglia di trascorrere un po’ di tempo in una porzione misteriosa della Sardegna ottocentesca.
Irene Iovine
(In copertina: foto da Arcanum.paris)
“La sonnambula” di Bianca Pitzorno – Sul confine tra realtà e magia è un articolo di Irene Iovine. Clicca qui per altri articoli dell’autrice!
