Non me ne voglia Massimo D’Azeglio per aver preso in prestito la sua citazione, ma, se inserita nel contesto odierno, è più attuale che mai. Da qualche anno, infatti, noi Europei ci siamo accorti, o forse abbiamo smesso di fingere di non accorgerci, che nel mondo la guerra e la violenza non sono finite con la Seconda Guerra Mondiale, né tantomeno con la Guerra Fredda, ma che anzi non si sono mai arrestate. L’aggressione russa in Ucraina, nell’ormai lontano 2022, ci ha ricordato cosa significa avere la guerra nel proprio continente; il genocidio in Palestina ci ha dimostrato che troppo spesso le atrocità le commettono anche i nostri alleati e la presidenza Trump ci ha costretto a pensare all’Europa in modo diverso, per la prima volta dal 1945 fuori dall’ombrello statunitense.
A che punto siamo
Dal secondo dopoguerra in poi l’Europa si è sempre comportata nei confronti degli USA come un adolescente ribelle, che non condivide le idee e i metodi dei genitori, ma che poi alla fine non ha né il coraggio né la possibilità di andare via di casa. Per anni abbiamo delegato agli Stati Uniti la nostra sicurezza militare, confidando non solo nella tenuta delle organizzazioni multilaterali, ma anche e soprattutto nella fedeltà dell’alleato.
Per questo motivo, infatti, il disimpegno odierno di Washington nei confronti dell’Europa lascia il Vecchio Continente non solo sbigottito, ma anche profondamente impreparato sia da un punto di vista militare che politico.
L’aspetto più critico della vicenda, e che certifica l’immobilismo europeo, è che questo scenario non giunge affatto improvviso: gli Stati Uniti già nel novembre 2011 durante l’amministrazione Obama, con il celebre piano “Pivot to Asia”, annunciavano e pianificavano una maggiore presenza militare nell’area del Sud-Est Asiatico a scapito dell’Europa, e le amministrazioni successive hanno progressivamente trasformato quel piano teorico in una realtà operativa.
Trump, quindi, non ha fatto altro che accelerare, in modo sicuramente poco istituzionale, un processo già in corso e ben definito, rallentato solo dal conflitto in Ucraina.
Appare quindi sempre più necessaria una maggiore integrazione europea poiché, in un mondo multipolare caduto nuovamente nel baratro dell’imperialismo in cui stanno prevalendo Russia, USA e Cina, all’Europa non resta che scegliere tra la sottomissione e la federazione. Nella sua odierna forma ambigua, a metà tra organizzazione internazionale e confederazione, l’Unione risulta profondamente inadeguata a gestire le nuove crisi all’orizzonte.
È importante notare come purtroppo negli ultimi anni questa evidente inadeguatezza dell’UE sia stata sfruttata molto meglio dai movimenti euroscettici che dagli euro federalisti. Sebbene in linea teorica la risposta più logica a tale impasse sarebbe stata, e sarebbe tuttora, un salto di qualità nell’integrazione comune, la storica distanza tra le istituzioni europee ed i cittadin ha fatto proliferare in tutto il continente movimenti che lavorano per scardinare l’Europa dall’interno e che hanno acquisito sempre maggiore popolarità.
La straordinaria crescita di AfD in Germania, del RN in Francia, di Vox in Spagna, e ora anche di Futuro Nazionale in Italia, non è un caso, ma anzi la conseguenza ultima di un’Europa che non ha ancora trovato il modo adatto per confrontarsi con i suoi cittadini e che ha lasciato che la rabbia degli europei si incanalasse in questi movimenti populisti di estrema destra.

Ciò che è ancora più interessante e paradossale è che, rispetto a qualche anno fa, anche le forze più euroscettiche dell’attuale scenario politico non mettano più in dubbio la permanenza nell’UE, ma solo la sua configurazione politica.
Anche coloro che gridano alla dissoluzione dell’Unione si sono resi conto che ormai da soli non possiamo più esistere: un ritorno all’ “Europa delle Nazioni”, come recitavano alcuni slogan delle ultime elezioni europee, non solo sarebbe altamente inefficace, ma probabilmente irrealizzabile.
Tuttavia, nonostante i progressi degli ultimi decenni, l’incapacità di avvicinarsi ai suoi cittadini è sempre stata una conseguenza del grande limite dell’UE: la sua caratterizzazione altamente tecnocratica. Il progetto di integrazione europea nacque infatti nel 1952, quando sei Stati (Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi) decisero di dare vita alla Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA).
Con il trattato di Parigi, per la prima volta dopo secoli di guerre intestine, gli Stati Europei decisero di collaborare nella produzione delle materie prime essenziali per gli armamenti, prospettando un rivoluzionario spazio non solo di coesistenza, ma di collaborazione e rispetto reciproco.
Ciononostante, dal Trattato di Roma nel 1957, che istituì la Comunità Economica Europea, fino alla creazione effettiva dell’UE, a Maastricht nel ’92, il processo di integrazione si è sempre basato sulla collaborazione economica tra gli Stati piuttosto che su una effettiva coesione politica e sociale.
Solamente dalla fine dello scorso millennio l’integrazione ha spinto verso tale obiettivo, fermata però dalla bocciatura della proposta di una Costituzione Europea nel 2005. Infine, il Trattato di Lisbona del 2007, che ha aumentato l’importanza dell’Europarlamento e che ha dotato l’UE di personalità giuridica indipendente, ha cercato di rivitalizzare questo processo, ma oggi come allora la sfida rimane difficilissima.

Per tantissimi anni, complice la storia politica dell’attuale Unione, la società civile ha sempre guardato a Bruxelles come al luogo dove uomini e donne in giacca e cravatta si incontravano per decidere la direzione economico-commerciale del continente, e mai come al più grande esperimento di democrazia della nostra storia.
Gli enormi privilegi che il progetto europeo ci ha garantito non sono mai riusciti a fare breccia nell’opinione pubblica su larga scala, troppo spesso oscurati dalle inevitabili contraddizioni dell’UE.
La sfida del secolo
La grande, complicatissima, sfida del nostro tempo è tutta qua: nonostante tale progetto non sia sicuramente a breve termine, noi Europei dobbiamo impegnarci a creare un’ identità culturale comune. Dobbiamo provare a smettere di pensarci uniti solo dal mercato unico o da questioni geografiche, ma piuttosto iniziare ad abitare l’Europa intesa come spazio socio-politico, oltre che economico.
Dobbiamo iniziare a sentirci Europei in quanto accomunati da valori ed ideali comuni, dall’idea di equità e giustizia sociale; dobbiamo sentirci custodi dei valori democratici che continuano ad erodersi nel resto del mondo.
Come già accennato, la sfida è colossale ed è ovvio che la costruzione di un sentimento europeo non può essere solo frutto di un insieme di scelte individuali, ma anche e soprattutto di una chiara e definita scelta politica. Il nostro passato ci può essere d’aiuto: fin dai tempi delle strategie di integrazione dell’Impero romano, la storia politica europea è colma di esempi di costruzione di identità nazionale, basati proprio sull’idea di integrazione ‘dall’alto’.
Il caso forse più importante sono le Leggi Ferry, istituite in Francia durante la Terza Repubblica, e che fornirono istruzione primaria gratuita, laica e obbligatoria con lo scopo di creare una cultura nazionale unitaria all’interno della République.
Nonostante tempo e contesto radicalmente differenti, l’Europa dovrebbe agire mossa dagli stessi intenti: non limitarsi a cercare l’integrazione tramite la sola modifica dei Trattati, per esempio superando il potere di veto nel Consiglio e dando maggior peso al Parlamento UE, ma anche promuovendo e sovvenzionando policy di integrazione, sottolineando le caratteristiche che accomunano i vari popoli europei, piuttosto che rimarcandone le differenze.
Ciò sarebbe estremamente utile anche per la realizzazione di un ideale esercito comune europeo, il quale consentirebbe di creare una sorta di economia di scopo tale che non solo aumenteremmo efficienza e credibilità dell’UE, ma anche risparmieremmo soldi pubblici da reinvestire in welfare.
Per far sì che questa utopia diventi realtà occorre creare le condizioni, che attualmente non ci sono, per cui un francese ed un tedesco decidano di combattere fianco a fianco, magari comandati da un generale spagnolo.
Al fine di rafforzare l’integrazione culturale, un valido esempio può essere fornito dal programma Erasmus, pietra miliare del processo di integrazione europeo, che ha permesso a generazioni di studenti di pensare l’infrastruttura universitaria europea come un’unica grande rete nella quale muoversi in totale libertà. Al giorno d’oggi, andare a lezione con un compagno di banco irlandese o polacco e condividere esperienze di vita quotidiana, è diventata la normalità, e questo certifica il successo del programma.

Sarebbe quindi opportuno estendere tale modello al di là del mondo universitario per consentire anche a chi ne è al di fuori di conoscere l’ambiente europeo e partecipare a diverse esperienze di vita. Prendendo come esempi formule già sperimentate o loro possibili evoluzioni, si potrebbe ipotizzare, sul modello degli European Solidarity Corps, l’istituzione di un servizio civile obbligatorio da svolgere in un altro Stato dell’Unione, o, estendendo il già esistente programma DiscoverEU (i biglietti interrail), potremmo prevedere la possibilità di offrire ai giovani europei mesi di esperienza di viaggio gratuita.
A prescindere però dalle concrete modalità di realizzazione, dipendenti da molteplici variabili, resta fondamentale estendere la percezione dei vantaggi dell’Unione anche al di fuori delle classi più istruite ed abbienti. Questa è la vera chiave per garantire lo slancio culturale necessario per ottenere un vantaggio sui partiti euroscettici, fondamentale per guidare la transizione verso una maggiore integrazione europea politica, economica e sociale.
I dati
Come riporta il Sole 24 Ore, il sondaggio Eurobarometro, pubblicato lo scorso mercoledì 4 febbraio dal Parlamento europeo, rivela uno scenario migliore del previsto per quanto riguarda il sentimento europeista, sia in Europa che in Italia
Dai dati, infatti, emerge che il 67% degli italiani (contro il 57% degli europei) si dice ottimista circa il futuro dell’UE, e sorprendentemente il 91% degli italiani (e l’89% degli europei) ritiene che gli Stati membri dell’UE dovrebbero essere più uniti per far fronte alle attuali sfide globali. Inoltre, l’89% degli italiani sostiene la necessità di un’Unione più forte a livello internazionale, mentre, circa il 43% degli italiani (+ 14 punti percentuali rispetto a Maggio 2025) pensa che le priorità dell’UE, per rafforzare la sua posizione nel mondo, debbano essere la difesa e la sicurezza.
Questo sondaggio conferma e rafforza ciò che è stato detto in precedenza: i processi di radicale cambiamento politico, come la creazione dell’Europa federale, avvengono solo se accompagnati da una corrispondente evoluzione sociale. Se gli europei lo vorranno l’Europa si farà, ed occorre promuovere iniziative che catalizzino il sentimento che emerge dai dati citati.

Noi europei usufruiamo quotidianamente di innumerevoli privilegi che l’Europa già ci offre e che diamo per scontato. Basti solo pensare alle migliaia di persone che attraversano i confini dei Ventisette senza dover passare una dogana, che trascorrono del tempo in terzi spazi finanziati dall’UE, che navigano in roaming senza costi aggiuntivi o che pagano con la stessa moneta in Stati diversi dal proprio.
In qualche modo viviamo già, senza accorgercene, in un unico grande stato, ci manca solo la giusta consapevolezza, nostra e della politica, per poterlo comprendere e apprezzare appieno, così da renderlo sempre meno burocratico e sempre più vicino a noi.
Ovviamente il percorso non è e non sarà semplice: lavorare per migliorare ciò che di buono già esiste, superando le criticità e le ipocrisie attuali, con un approccio propositivo piuttosto che distruttivo, è tortuoso e complicato, ma sempre più necessario.
Ruggero Dalla Serra
(in copertina un’immagine del Parlamento Europeo a Strasburgo, da Focus/Shutterstock)
Fatta l’Europa dobbiamo fare gli europei è un articolo di Ruggero Dalla Serra. Clicca qui per altri articoli di Politica!
