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Bitcoin oltre il prezzo – Storia, contraddizioni e futuro della celebre criptovaluta

Bitcoin futuro

Bitcoin costituisce una delle invenzioni finanziarie più discusse degli ultimi anni: nata con l’idea di garantire transazioni senza intermediari, oggi si trova al cuore della finanza globale. Tra sostenitori che la concepiscono come una riserva di valore per il futuro e critici che ne contestano la solidità, è certo che Bitcoin rappresenta un fenomeno ancora aperto. La sua storia non solo racconta lo sviluppo di una tecnologia, ma alimenta una domanda: quale ruolo avrà Bitcoin nel mondo di domani?


Matteo e Nicolò comprarono Bitcoin nel 2020. Non sapevano bene cosa fossero: lo dissero loro stessi ridendo, mentre mostravano lo schermo del telefono a tavola durante una festa di compleanno. Avevano letto qualcosa online, sentito un collega parlarne al lavoro, e quindi avevano investito una piccola somma. Non molto, quanto un viaggio che non avevano fatto. Poi Bitcoin era salito, era sceso, era risalito ancora. A un certo punto avevano persino smesso di guardare. Quando glielo chiesi anni dopo, mi dissero che ce l’avevano ancora, da qualche parte, su un exchange di cui non ricordavano più bene il nome. Comprare senza capire, aspettare senza sapere cos’è il modo in cui la maggior parte delle persone si è avvicinata a Bitcoin. E probabilmente è anche il motivo per cui quasi nessuno ha capito davvero cosa è successo.

Foto: Unsplash

Un sistema senza padroni

Bitcoin nasce nel 2009 da un documento pubblicato sotto lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto. Il testo si intitola Bitcoin: A Peer-to-Peer Electronic Cash System e in poche pagine descrive un sistema per trasferire valore tra due parti senza che nessuna terza parte – una banca, uno Stato, un intermediario di qualunque tipo – debba garantire la transazione. Il meccanismo alla base si chiama blockchain: un registro distribuito, condiviso tra migliaia di computer nel mondo, in cui ogni transazione viene registrata in modo permanente e verificabile da chiunque.

Nessuno controlla il registro e nessuno può modificarlo retroattivamente. Non si possono stampare nuovi bitcoin oltre il limite fissato nel protocollo: ventuno milioni, non uno di più. Chi ha stabilito queste regole le ha scritte nel codice, e poi è sparito. Satoshi Nakamoto non esiste più – o almeno, non si è più fatto vivo.

Foto: Unsplash

Nessuno sa chi sia. Questa è la cosa più strana e probabilmente la più importante: una delle infrastrutture finanziarie più grandi del mondo è stata progettata da un anonimo che ha deciso di sparire.

Il prezzo non è tutto

Il prezzo di Bitcoin ha registrato variazioni che nessun altro asset nella storia aveva mai visto. Nel 2010 valeva meno di un centesimo di dollaro. Nel dicembre 2017 aveva superato i 19.000 dollari. Tra crolli e risalite, nel novembre 2021 aveva toccato quasi 69.000 dollari. A inizio 2025 ha superato per la prima volta i 100.000 dollari per unità.

Questi numeri vengono interpretati quasi sempre come storie di scommesse individuali: chi ci ha guadagnato, chi ha perso, chi ha venduto troppo presto, chi ha tenuto. È una narrazione comprensibile, perché il denaro è comprensibile, e i grafici che salgono lo sono ancora di più. Ma raccontare Bitcoin solo attraverso il prezzo equivale a raccontare Internet attraverso le quotazioni di Borsa delle dot-com nel 1999. Si cattura qualcosa, ma ci si dimentica tutto il resto.

A cosa serve davvero?

La domanda seria da porsi su Bitcoin non è quanto vale, ma a cosa serve? E qui le risposte si moltiplicano e spesso si contraddicono. Per una parte dei suoi sostenitori, Bitcoin è innanzitutto un’alternativa alle valute nazionali in contesti di instabilità economica. In Argentina, così come in Venezuela o in Turchia, dove l’inflazione ha eroso i risparmi nel giro di mesi, bitcoin ha funzionato come riserva di valore fuori dalla portata dei governi.

Per altri è oro digitale: scarsità programmata, resistenza alla svalutazione, funzione di riserva a lungo termine. Per altri ancora è uno strumento di libertà finanziaria, che consiste nella possibilità di inviare denaro in qualunque parte del mondo senza chiedere permesso a nessuno, senza passare da una banca, senza pagare le commissioni di un intermediario. Queste funzioni non sono necessariamente incompatibili, ma spiegano perché il dibattito su Bitcoin è così difficile da seguire: non si discute di un unico fenomeno, ma di almeno tre fenomeni diversi che condividono lo stesso nome.

Foto: GoldMarket

Dalla nicchia a Wall Street

Quello che è cambiato negli ultimi anni non è Bitcoin – il protocollo è rimasto essenzialmente lo stesso dal 2009 –  ma chi lo utilizza. Fino a pochi anni fa, Bitcoin era considerato dai regolatori una curiosità pericolosa, dai banchieri uno schema speculativo destinato a collassare, dagli economisti mainstream un esperimento socialmente inutile. Nel gennaio 2024 la Securities and Exchange Commission americana ha approvato i primi ETF spot su Bitcoin: fondi quotati in Borsa che permettono a chiunque abbia un conto di investimento standard di comprare esposizione a Bitcoin senza toccare direttamente il protocollo.

In pochi mesi, miliardi di dollari sono entrati attraverso questi strumenti. Aziende quotate come MicroStrategy tengono Bitcoin in bilancio come asset strategico. I fondi pensione americani hanno iniziato ad allocare piccole percentuali in criptovalute. Il linguaggio è cambiato: si parla di ‘asset digitale‘, di ‘riserva di valore alternativa’, di ‘diversificazione‘. Wall Street ha trovato un modo per vendere Bitcoin a chi non avrebbe mai installato un wallet. C’è un’ironia evidente in tutto questo, e sarebbe disonesto non nominarla.

Il paradosso

Bitcoin è nato esplicitamente come risposta alla crisi finanziaria del 2008. Il blocco di genesi, il primo blocco della blockchain, contiene in modo permanente un titolo del Times: Chancellor on brink of second bailout for banks. Era un messaggio: il sistema finanziario tradizionale aveva fallito, e questa era l‘alternativa. Quindici anni dopo, quel sistema finanziario tradizionale ha trovato il modo di incorporare Bitcoin nei propri prodotti, di venderlo attraverso i propri canali, di trarne commissioni di gestione. BlackRock, il più grande asset manager del mondo, gestisce uno degli ETF su Bitcoin più grandi al mondo. Il ribelle è diventato parte del sistema.

Questo non significa che Bitcoin abbia tradito sé stesso: il protocollo non è cambiato, i ventuno milioni di limite non sono cambiati, la blockchain continua a funzionare esattamente come Nakamoto l’aveva progettata. Ma significa che l’adozione di massa ha preso una forma che i cypherpunk del 2009 probabilmente non avevano immaginato: non milioni di persone che tengono le proprie chiavi private, ma milioni di persone che comprano un ETF e si affidano a una custode.

Le criticità

Le critiche a Bitcoin esistono, come quella del consumo energetico: il processo di mining – la competizione computazionale attraverso cui vengono verificate le transazioni e prodotti nuovi blocchi – richiede quantità enormi di elettricità. Le stime variano, ma l’ordine di grandezza è quello del consumo di un Paese di medie dimensioni.

Foto: Verdict

I sostenitori rispondono che una parte crescente di questo consumo viene da fonti rinnovabili, che l’energia usata nel mining è spesso energia di scarto che altrimenti verrebbe dissipata, che il sistema bancario tradizionale consuma anch’esso enormi quantità di energia se si contano tutti i suoi componenti. Il dibattito è aperto, ma non è onesto ignorare il problema

C’è poi la questione della volatilità: un asset che può dimezzare il proprio valore nel giro di settimane è difficile da usare come mezzo di pagamento stabile. E c’è la questione della concentrazione: nonostante la narrativa della decentralizzazione, una quota significativa dei bitcoin esistenti è in mano a pochi grandi holder – i cosiddetti whale – la cui capacità di muovere il mercato è tutt’altro che trascurabile. A questo si aggiunge una realtà che raramente entra nel dibattito mainstream: una parte importante degli scambi che avvengono sugli exchange non è compravendita nel senso tradizionale, ma trading algoritmico ad alta frequenza che amplifica i movimenti di prezzo in entrambe le direzioni, senza alcuna relazione con il valore fondamentale del protocollo. Chi compra Bitcoin pensando di stare facendo una scelta razionale di lungo periodo si trova spesso a operare in un mercato che risponde a logiche del tutto diverse.

Il contesto europeo

In Europa la risposta istituzionale a Bitcoin ha preso la forma del regolamento MiCAMarkets in Crypto-Assets – entrato in vigore nel 2024. È il tentativo dell’Unione Europea di creare un quadro normativo uniforme per le criptovalute, definire chi può offrire servizi in questo settore, proteggere i consumatori senza vietare l’innovazione. È un compromesso ragionevole, probabilmente. Ma c’è qualcosa di rivelatore nel fatto che il principale contributo europeo alla rivoluzione finanziaria più radicale degli ultimi decenni sia stato un regolamento.

Foto: formiche.net

L’America ha prodotto i grandi exchange, i grandi fondi, la maggior parte dello sviluppo protocollare. L’Europa ha prodotto MiCA. Non è un giudizio: la regolamentazione ha la sua necessità, e quella americana in materia di criptovalute è stata a lungo un caos. Ma dice qualcosa sull’approccio: in Europa si tende a normare prima di capire, a mettere in sicurezza prima di sperimentare. Nel frattempo, la conversazione vera su Bitcoin – quella tecnica, quella filosofica, quella su cosa significhi davvero possedere valore in forma digitale – si svolge altrove, in inglese, su forum e conferenze che la maggior parte degli europei non segue.

Una riserva di valore globale…

Sul futuro di Bitcoin le previsioni serie vengono da posti precisi, e vale la pena ascoltarle senza fretta. Il primo scenario è quello della riserva di valore globale, e la voce più autorevole che lo sostiene è quella di Larry Fink. Fink è il fondatore e amministratore delegato di BlackRock, la più grande società di gestione patrimoniale del mondo con oltre diecimila miliardi di dollari in asset – una cifra che supera il PIL di qualunque paese eccetto gli Stati Uniti e la Cina.

Larry Fink, foto: weforum

Non è un entusiasta delle criptovalute per natura: per anni ha definito Bitcoin uno strumento per il riciclaggio di denaro. Poi ha cambiato posizione, e quando cambia posizione un uomo come Fink, vale la pena capire perché.

Nel 2024 BlackRock ha lanciato il proprio ETF spot su Bitcoin, che in pochi mesi è diventato uno dei più grandi al mondo per masse gestite. Fink ha detto pubblicamente che considera Bitcoin un asset legittimo di diversificazione, paragonabile all’oro nella sua funzione di protezione contro la svalutazione delle valute. La sua tesi è che in un mondo in cui i debiti pubblici crescono senza freni e le banche centrali hanno perso parte della loro credibilità, un asset con offerta fissa e non controllabile da nessun governo diventa strutturalmente attraente.

Non è una previsione di prezzo: è una tesi sulla funzione. Se ha ragione, Bitcoin nei prossimi decenni non sarà lo strumento di pagamento che qualcuno aveva immaginato, ma diventerà una riserva di valore detenuta stabilmente da istituzioni, fondi sovrani e investitori di lungo periodo. Qualcosa di simile all’oro, ma digitale e trasferibile in pochi secondi in qualunque parte del mondo.

…o una bolla destinata a sgonfiarsi?

Il secondo scenario è opposto, e chi lo articola con maggiore rigore intellettuale è Nouriel Roubini, economista della New York University, ex consulente del Fondo Monetario Internazionale e del Tesoro americano, noto per aver previsto con precisione la crisi dei mutui subprime del 2008 – previsione che gli è valsa il soprannome di Doctor Doom. Roubini non è un critico superficiale di bitcoin: ha studiato il protocollo, ha testimoniato davanti al Senato americano sul tema delle criptovalute, ha scritto analisi tecniche dettagliate.

Nouriel Roubini, foto: Chartwell Speakers

La sua posizione è che Bitcoin non è oro digitale, né una valuta, né un buono strumento speculativo nel lungo periodo: è uno schema la cui sopravvivenza dipende interamente dall’afflusso continuo di nuovi acquirenti, senza alcun valore d’uso sottostante che ne giustifichi il prezzo. Roubini sostiene che la combinazione di regolamentazione crescente, sviluppo delle valute digitali delle banche centrali e volatilità strutturale renderà Bitcoin progressivamente marginale. Non si verificherà necessariamente un crollo drammatico, ma un lento esaurimento della sua rilevanza.

Aggiunge che la narrativa della decentralizzazione è in larga parte illusoria: il mining è concentrato in pochi Paesi, gli exchange sono controllabili dai governi, e chiunque detenga Bitcoin attraverso una custode istituzionale è già tornato, di fatto, all’interno del sistema finanziario tradizionale che Bitcoin avrebbe dovuto aggirare. Due scenari, due voci autorevoli, due analisi che partono dagli stessi fatti e arrivano a conclusioni opposte. Questo, più di qualunque grafico del prezzo, dice qual è la vera condizione di Bitcoin oggi: un oggetto su cui il mondo sta ancora litigando.

Angelo Bellardita

In copertina immagine da cripotvaluta.it


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