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Nuova legge elettorale: cosa cambia per i partiti? Intervista a Matteo Richetti

legge elettorale richetti

A poco più di un anno dalla conclusione naturale della legislatura, la nuova proposta di legge elettorale avanzata dalla maggioranza di governo  e attualmente all’esame della Camera dei deputati sta alimentando il dibattito politico. Sulle implicazioni strategiche per i partiti in vista delle prossime elezioni e sulle criticità della proposta abbiamo discusso con Matteo Richetti, capogruppo di Azione alla Camera dei deputati e membro della Commissione Affari Costituzionali.


Matteo Minafra: Onorevole Richetti, la prima questione che vorrei affrontare è la possibilità di introdurre un premio di maggioranza nella nuova legge elettorale. Secondo lei è questo lo strumento giusto per garantire maggiore stabilità ad un nuovo governo? Oppure ritiene che ci siano vie migliori per rispettare la sovranità degli elettori?

Matteo Richetti: Partiamo da una premessa: come Azione, il nostro è un parere di totale, ferma e assoluta contrarietà a questa proposta di legge elettorale. Una ferma contrarietà che deriva soprattutto dall’elemento del premio di maggioranza.

Riteniamo infatti che un premio attribuito in maniera così significativa si sleghi totalmente dai risultati raggiunti sul territorio. 70 deputati e 35 senatori inseriti in listini bloccati (come sarebbe previsto dalla proposta di legge, NdR) ‘scatterebbero’ automaticamente, a prescindere dal risultato ottenuto nella regione in cui il listino è stato creato. Per fare un esempio, potremmo avere il paradosso che in Emilia-Romagna il centrosinistra prenda l’80%, ma, qualora il centrodestra raggiungesse la soglia del 42% a livello nazionale, scatterebbero tutti i parlamentari previsti dal premio, compreso il pezzetto di listino dell’Emilia-Romagna.

In più, se guardiamo solo alla Camera, 70 è un numero abnorme perché, sottraendo ai 400 deputati gli 8 dell’estero e gli 8 del Trentino-Alto Adige/Valle d’Aosta, arriviamo a 384, di cui 70 è quasi il 20%: una cifra, secondo noi, eccessiva per un premio che non dovrebbe essere oltre il 15% e che, questo è il vero dato, politicamente indurrà alla costruzione di coalizioni monstre, con l’unico obiettivo di aggiudicarsi il premio di maggioranza.

Ne abbiamo un antipasto già oggi, con la discussione che porta Meloni a non escludere un dialogo con Vannacci e Renzi ad allearsi con Conte, nonostante la distanza che ancora oggi segnano su molti punti, dalla politica estera, alla NATO, fino all’Ucraina.

Vuole sostanzialmente dire costruire alleanze improponibili sul piano della capacità di governare, ma funzionali esclusivamente alla vittoria elettorale e al raggiungimento del premio di maggioranza.

Che questa legge sia disegnata proprio per questo motivo e sulla situazione contingente della politica italiana di oggi lo dimostra il fatto che, se applicassimo questa legge elettorale al risultato del 2013 o del 2018, avremmo una legge puramente proporzionale: nessuno ha raggiunto il 42%, nessuna delle coalizioni si sarebbe aggiudicata un premio di maggioranza che oggi viene individuato solo perché si prefigurano coalizioni lunghissime.

M. M.: Sulla questione delle liste bloccate, invece, ci sono voci discordanti: per qualcuno vanno superate per assicurare una maggiore partecipazione dei cittadini nella scelta dei propri rappresentanti, mentre altri sostengono servono ad assicurare un’equa rappresentanza tra i due generi. Qual è la posizione ufficiale di Azione?

M.R.: Sul tema delle preferenze ci sono opinioni diverse in Azione, come ci sono opinioni diverse dentro tutti i partiti. Io personalmente sono molto favorevole alle preferenze perché chi, come il sottoscritto, è passato dal consiglio regionale e dai consigli comunali ha fatto i conti con una campagna elettorale fondata sulla costruzione di un rapporto di fiducia personale tra il candidato e gli elettori.

Lo stesso risultato si ottiene con quella parte del Rosatellum (l’attuale sistema elettorale, NdR) rappresentata dai collegi uninominali: facendo un esempio pratico, se candidi a Modena uno che con Modena non ha niente a che fare, i modenesi semplicemente non lo voteranno. Viene quindi data la possibilità all’elettore di scegliere il proprio rappresentante territoriale, se non con l’indicazione del voto di preferenza, almeno con la scelta del candidato di collegio più affine.

Se da una legge elettorale si tolgono sia il collegio, cioè la dinamica territoriale, che la preferenza, ovvero la dinamica di scelta, si elimina completamente la possibilità di fare qualcosa di più che non sia rimanere vincolati alle scelte interne dei partiti.

Quindi, in realtà, non c’è una divisione dentro Azione: c’è una diversa idea dello strumento delle preferenze, ma quello che unisce tutti è dare la possibilità all’elettore di scegliere, e di farlo con la garanzia che il risultato finale sia equilibrato sul piano del genere e della forza dei territori.

Il discorso che fa la presidente Bonetti (Elena Bonetti, presidente di Azione, NdR) è corretto. Se in alcune zone del Paese le preferenze sono uno strumento per imporre chi ha più soldi e più forza, allora c’è un problema nello strumento.

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 Carlo Calenda e Matteo Richetti (fonte: formiche.net).

M. M.: Un altro problema che è stato sollevato è il rischio di accavallamento con le prerogative del Capo dello Stato, qualora la legge richiedesse effettivamente l’obbligo di indicazione del candidato premier. Non le sembra che sia soprattutto un metodo per mettere in difficoltà il campo largo, in cui ancora non è chiaro chi dovrebbe guidare la coalizione tra Elly Schlein e Giuseppe Conte?

M.R.: È qualcosa di più che un rischio: ormai le consultazioni, nelle quali il Capo dello Stato individua il profilo a cui affidare l’incarico, sono una prassi costituzionalizzata. Si definiscono una prassi costituzionale perché, in caso di elezioni o di crisi di governo, il Capo dello Stato procede a chiamare le consultazioni.

Io faccio una domanda: che valore hanno le consultazioni del Presidente della Repubblica nel momento in cui le coalizioni si sono impegnate preventivamente su un nome? Certo che è una lesione sostanziale delle prerogative del Capo dello Stato!

È talmente vero che i promotori della proposta di legge si sono prodigati a scrivere “fatte salve le prerogative del Capo dello Stato”… ma scriverlo non toglie che la sostanza leda quelle prerogative, anche se nella forma se ne salva la formulazione. Perché quando tutti dicono “ci impegniamo a proporre un nome”, è evidente che il Presidente non può che fermarsi a quella indicazione.

Di fatto, è un Premierato che, poiché non si è avuta la forza politica di passare attraverso una riforma della Costituzione, si inserisce all’interno di una legge elettorale. E allora sì, risulta molto depotenziato lo strumento del Quirinale.

Ritengo si tratti di una forzatura che un eventuale ricorso alla Corte Costituzionale potrebbe rilevare incostituzionale proprio su questo punto: il dovere di indicare un nome, oltre che l’impegno che questo costituisce anche per gli stessi partiti, o per le coalizioni, una volta che depositano la lista.

M. M.: Come cambierebbe, nel caso in cui questa legge elettorale venisse approvata, la strategia politica di Azione, che oggi vedrebbe l’obiettivo di costruire un centro alternativo, eventualmente con le altre compagini europeiste?

M.R.: Per un partito che si è autoimposto un atteggiamento di coerenza politica questa legge cambierebbe poco, nel senso che Azione ormai è incamminata sulla costruzione di un centro liberale e riformista. Le due opzioni politiche prevalenti, cioè la destra e la sinistra, sono per noi tecnicamente inagibili.

Proprio in questi giorni abbiamo concluso un dibattito parlamentare dove, ancora una volta, dal Movimento Cinque Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra è stata richiesta l’uscita dalla NATO e la fine degli aiuti all’Ucraina. Io non so come Renzi e Gentiloni potranno stare in un’alleanza che comprende questo genere di contenuti.

Per noi, con una politica estera fatta in questi termini e con la linea energetica populista del “tutto rinnovabile” – che sappiamo tutti non essere percorribile – è francamente impossibile. Sarebbe una mancanza di rispetto nei confronti degli elettori.

Non ipotizzo nemmeno, e per me non è neanche da discutere, un ragionamento con la destra, perché basta vedere i danni che la presenza dei sovranisti ha portato in questa legislatura, dalla mancata ratifica del MES fino alla posizione sempre ambigua sui temi della difesa.

Per Azione, poi, mi pare che l’area del centro riformista si stia rafforzando: dal Partito Liberal Democratico di Luigi Marattin fino a Spazio Pubblico di Pina Picierno stanno crescendo non solo i soggetti, ma anche i movimenti che si chiedono come sia possibile consegnare questo Paese ad un’alternanza tra sovranisti e populisti.

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Pina Picierno alla presentazione del libro di Carlo Calenda (fonte: Piazza Levante).

C’è solo un caso in cui, secondo me, Azione è chiamata ad una riflessione: l’ipotesi in cui le attuali forze di maggioranza includessero Vannacci nella proposta elettorale. Perché penso che non si sia mai visto in Italia un movimento che costruisce il proprio consenso su una logica discriminatoria, fondata su questo concetto di remigrazione, pura propaganda anche di fronte a oggettive inattuabilità.

Uno slogan vuoto che, tra l’altro, tira in mezzo le seconde generazioni costituite da italiani, e che passa dall’idea della revoca della cittadinanza per poi arrivare a deportazioni forzate. Si tratta di un linguaggio che non può appartenere all’offerta politica italiana.

M. M.: Quindi, qualora il blocco di maggioranza mirasse a comprendere Futuro Nazionale, lei non escluderebbe l’adesione ad un fronte per arginare l’ingresso di Vannacci al governo?

M.R.: Penso che non potremmo ignorare questo dato, perché includere Vannacci vuol dire esattamente, tornando alle premesse che abbiamo fatto all’inizio di questa discussione, includere chiunque pur di avere i numeri per governare. Meloni deve sapere che, se si facesse carico di far degenerare così la propria offerta politica, allora bisognerebbe davvero ragionare sulla costruzione di un fronte democratico per arginare questo scenario.

Ciò comunque non cambia il fatto che la linea principale di Azione, condivisa da tutti, rimane la costruzione di un polo autonomo, perché, ad oggi, i contenuti delle principali coalizioni – il campo largo e la maggioranza di destra – sono per noi totalmente incondivisibili.

Matteo Minafra

(immagine di copertina da Fanpage)


Nuova legge elettorale: cosa cambia per i partiti? Intervista a Matteo Richetti è un’intervista a cura di Matteo Minafra. Clicca qui per altri articoli dell’autore!

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