Mentre il pallone ha cominciato a rotolare tra Stati Uniti, Canada e Messico, le polemiche hanno già travolto i Mondiali 2026. Tra tensioni geopolitiche, visti negati e timori per la sicurezza, l’atmosfera verso l’inizio del torneo è stata tutt’altro che serena. Inoltre, le critiche per il caro-biglietti e per la gestione sempre più orientata agli interessi commerciali raccontano un Mondiale che fa notizia soprattutto fuori dal campo di gioco.
Sono iniziati i Mondiali più grandi di sempre: 48 squadre, 104 partite, 3 nazioni ospitanti – Messico, Usa e Canada – e 16 città coinvolte.
Un torneo formato XXL, nato con l’ambizione di allargare la geografia del calcio e rendere il calcio ancora più inclusivo.
La parola d’ordine era una sola: unione.
Eppure, ancora prima dei risultati sul campo, la Coppa del Mondo fa discutere per tutto ciò che la circonda.
Mondiali 2026: Usa vs Iran
Il caso Iran non ha precedenti nella storia dei Mondiali.
In passato altre edizioni si sono disputate in un contesto politicamente controverso: Russia 2018 ha accettato la partecipazione di nazioni con rapporti molto tesi con Mosca; per non parlare delle edizioni ‘sotto dittatura’ come Italia 1934 o Argentina 1978.
Tuttavia, mai prima d’ora uno dei Paesi ‘di casa’ si era ritrovato a ospitare una nazione con cui era impegnata in un conflitto armato diretto.
Un eventuale confronto sul campo tra Stati Uniti e Iran assumerebbe inevitabilmente una portata che andrebbe ben oltre lo sport.
Evitato il rischio nel girone, rimane la possibilità nelle fasi successive. In un certo senso, tuttavia, il destino delle due nazionali si è già incrociato: gli Stati Uniti, in qualità di Paese ospitante, disputano tutte le proprie partite sul territorio nazionale; lo stesso accade all’Iran che, inserito nel gruppo G, è stato assegnato a un percorso interamente statunitense.
Una casualità che ha generato – già da dicembre – uno dei temi più delicati e discussi dell’intera competizione.

Per mesi, la partecipazione dell’Iran è rimasta avvolta nell’incertezza, tra indiscrezioni, smentite e continui cambi di scenario.
A marzo, il ministro iraniano aveva dichiarato che la rappresentativa asiatica non avrebbe preso parte al torneo; contemporaneamente il presidente della Fifa, Gianni Infantino, ribadiva a più riprese la presenza della squadra di Teheran.
Insomma, un clima di costante incertezza che si è protratto fino a ridosso dell’inizio della competizione, e che in Italia ha alimentato false speranze per il ripescaggio azzurro.
Le prime 24 ore in terra statunitense
Alla fine, l’Iran al Mondiale c’è, ma a condizioni tutt’altro che ordinarie: la nazionale ha infatti rinunciato al ritiro inizialmente previsto negli Stati Uniti, trasferendo la propria base operativa a Tijuana, in Messico, a pochi chilometri dal confine.
Da lì, la squadra è autorizzata a entrare negli Usa soltanto in occasione delle partite, con permessi temporanei che impongono il rientro entro 24 ore.
Altre criticità sono legate ai visti: secondo quanto riferito da Al Jazeera, gli Stati Uniti hanno negato il permesso d’ingresso ad almeno 15 membri dello staff, escludendoli dalla spedizione mondiale.

Se l’obiettivo dei Mondiali era quello di unire, la partita tra Iran e Nuova Zelanda ha mostrato quanto la realtà sia più complessa.
All’esterno dello stadio, membri della diaspora iraniana – la numerosa comunità conosciuta come “Tehrangeles” – hanno manifestato contro la Repubblica islamica.
All’interno, centinaia di tifosi hanno esposto il leone e sole, simbolo della bandiera iraniana precedente alla rivoluzione del 1979, trasformando gli spalti in una protesta contro il regime di Teheran.
Un epilogo che, più di ogni altro episodio, racconta quanto la geopolitica abbia finito per condizionare il torneo ancora prima del calcio d’inizio.
L’emergenza Ebola in Congo
Se l’attesa dell’Iran è stata tutto fuorché invidiabile, la Repubblica democratica del Congo non può raccontare un’esperienza migliore.
Quello che sarebbe dovuto essere il momento dell’orgoglio nazionale e della celebrazione per una storica partecipazione si è rapidamente convertito in un mese segnato da quarantene, controlli sanitari straordinari, ritiri stravolti e amichevoli cancellate.
A poche settimane dall’inizio dei Mondiali, un nuovo focolaio di Ebola è scoppiato nel territorio congolese, mettendo a rischio la partecipazione al torneo.
Il numero di contagi e di vittime ha immediatamente allarmato l’OMS che ha definito il nuovo focolaio come una delle emergenze più preoccupanti degli ultimi anni.
Nello specifico, si parla della variante Bundibugyo, per la quale non esistono ancora vaccini o cure specifiche.

Come anticipato, l’epidemia ha portato a ripercussioni anche negli Stati Uniti, che in vista della competizione hanno imposto una quarantena preventiva di 21 giorni in Europa all’intera nazionale e tifosi al seguito.
Per adeguarsi ai protocolli richiesti da Washington, la federazione congolese ha deciso di ‘trasferirsi’ in Belgio e di cancellare completamente il ritiro previsto a Kinshasa, compreso il saluto del presidente Tshisekedi.
Per il calcio africano, tuttavia, si tratta di una ferita già vissuta.
Durante la devastante epidemia di Ebola del 2014, che colpì soprattutto Guinea, Liberia e Sierra Leone causando oltre 11 mila vittime, lo sport si piegò all’emergenza sanitaria.
Oggi, a distanza di oltre un decennio, la storia sembra ripresentarsi: ancora una volta dei Mondiali sono costretti è costretto a fare i conti con un’emergenza che va ben oltre il terreno di gioco.
Il caso Omar Artan
Tra le vicende più discusse di questo avvio dei Mondiali c’è anche quella che riguarda l’arbitro somalo Omar Artan.
Nominato miglior direttore di gara africano del 2025, Artan era pronto a vivere la prima Coppa del Mondo della sua carriera.
Eppure, come spesso accade nel calcio, i sogni si infrangono ad un passo dal traguardo: problemi burocratici, una presunta associazione con membri di organizzazione terroristiche – Al-Shabab nello specifico – e sogno infranto. Gli USA vietano al ‘fischietto somalo’ il proprio visto.

Le circostanze del caso, tuttavia, restano poco chiare: da una parte si parla di un clamoroso caso di omonimia, che dunque scagionerebbe il direttore di gara; gli Usa, invece, non hanno rilasciato dichiarazioni a riguardo, limitandosi a commentare
“Ci sono cose di cui non possiamo parlare.
Posso dire che chiunque parli con ‘soggetti negativi‘ che mirano a danneggiare gli Stati Uniti non saranno ammessi nel nostro Paese”.
La Fifa ha deciso di tutelare Omar Artan almeno dal punto di vista economico, donandogli l’intero compenso previsto per il torneo, ma la scelta di non intervenire contro la decisione statunitense nasconde una vera e propria sottomissione ai poteri politici del Paese ospitante.
Tanto che il presidente della Fifa, Gianni Infantino, ha etichettato il caso come “sfortunato e spiacevole”.
La Uefa, forse per ‘mettere una pezza’ al disastro dei colleghi, ha immediatamente deciso di affidare al somalo la Supercoppa tra PSG e Aston Villa, prevista il 12 agosto.
Prezzi folli e incassi da record: ciò che resterà di questi Mondiali
Parlando finalmente di campo, i Mondiali 2026 avrebbe dovuto far discutere per le numerose novità regolamentari: dall’obbligo per l’intera rosa di cantare l’inno nazionale intorno al cerchio del centrocampo, al Var che può (finalmente) intervenire sulle doppie ammonizioni e sul mistake identity, fino ai limiti introdotti per ridurre le perdite di tempo.
Tuttavia, ciò che sta attirando l’attenzione mediatica riguarda ‘regole’ extracalcistiche: caro biglietti e il nuovo ‘Watergate’.
Sul fronte biglietti, le cifre sono folli: quattro partite costano 6.700 dollari, otto partite, compresa la finale, 73.000 dollari.
Numeri che hanno spinto diverse autorità statunitensi ad avviare verifiche a tutela dei consumatori, contestando sia l’elevato livello dei prezzi sia la scarsa trasparenza nella gestione delle vendite.
La Fifa, da parte sua, sostiene che tutti gli stadi siano esauriti, ma la realtà è che in molte sedi risultano ancora 55.000 biglietti invenduti.


L’altra grande controversia riguarda gli “hydration break”, o semplicemente “pause idratanti”.
A dicembre la Fifa aveva annunciato che le partite si sarebbero interrotte per qualche minuto, sia nel primo che nel secondo tempo, per permettere ai giocatori di rinfrescarsi dal clima caldo.
Una scelta assolutamente ragionevole, considerando i ritmi incessanti, le stagioni ormai lunghissime dei calciatori e le temperature che aumentano ogni estate.
Le critiche sono esplose quando queste interruzioni hanno cominciato a essere applicate partite con condizioni climatiche tutt’altro che proibitive.
Un dettaglio che ha alimentato il sospetto che dietro la scelta ci fossero motivazioni economiche più che sanitarie: le televisioni americane hanno infatti trasformato queste pause in spot pubblicitari, dal valore tra i 7 e i 9 milioni per ogni spazio, al pari dei prezzi per il Super Bowl.
Infine, per gli appassionati, le interruzioni finiscono per incidere sul lato tecnico: gli allenatori le sfruttano come time-out, impartendo spiegazioni e cambiando tattiche.
Didier Deschamps, tecnico della Francia, ha commentato: “Cambia completamente il calcio, magari una squadra va benissimo e tre minuti fanno perdere il ritmo”. Insomma, parliamo di piccoli fattori che possono però cambiare completamente il destino delle squadre in campo.
La speranza dell’evento memorabile
Tra le vicende più delicate c’è anche quella dedicata al “Pride match”, un’iniziativa promossa dalla Fifa e dal comitato organizzatore locale per lanciare un messaggio di inclusione, in un ambiente ancora lontano dall’accettazione reale.
Nello specifico, era stato da tempo stabilito che la partita ‘arcobaleno’ sarebbe stata quella di venerdì 26 giugno a Seattle, in occasione dell’anniversario dei Moti di Stonewall del 1969.

A trasformare l’iniziativa in un caso diplomatico è stato però il sorteggio, che ha assegnato a Egitto e Iran il ruolo di partita simbolo della ricorrenza.
In entrambi i Paesi, infatti, l’omosessualità è considerata illegale e criminalizzata: in Egitto sono previste pene fino a tre anni di carcere, in Iran si può arrivare anche alla pena di morte.
I governi delle due squadre coinvolte hanno immediatamente criticato l’iniziativa, opponendosi alla manifestazione. Dall’altra parte, non sono mai arrivate risposte né da Trump, né dalla Fifa, con il caso che è presto finito nel dimenticatoio.
Alla fine, la Fifa ha garantito ai due Paesi che non ci saranno bandiere arcobaleno a Seattle. Ancora una volta, la separazione tra sport e politica viene chiamata in causa solo quando diventa una comoda scusa per chiudere gli occhi.
Mattia Pallotta
In copertina immagine di X via Today
Mondiali 2026: Tanto spettacolo (forse troppo) e mille polemiche è un articolo di Mattia Pallotta. Clicca qui per leggere altri articoli dell’autore!
