Il giornalismo italiano continua a fare i conti con molestie, discriminazioni e abusi di potere ai danni delle donne. Attraverso due inchieste, il collettivo “Espulse. La stampa è dei maschi” ha raccolto circa 400 testimonianze di giornaliste e aspiranti giornaliste, facendo emergere un sistema in cui paura, silenzio e mancanza di tutele impediscono alle vittime di denunciare.
Dimissioni, ricorso a psicofarmaci, abbandono della professione, tentativi di suicidio.
Non sono queste le prime cose che vengono in mente quando si pensa al giornalismo italiano. Eppure, è la realtà che vivono numerose giornaliste. L’inchiesta di IrpiMedia “Violenze sessuali, molestie e abusi nelle redazioni dei media italiani” pubblicata nel marzo 2026 ha portato a galla una situazione drammatica di abusi e molestie nelle redazioni giornalistiche italiane.
Espulse. La stampa è dei maschi è un collettivo di giornaliste, scrittrici, fotografe, videomaker e attiviste che, dal luglio 2023, indaga la presenza di discriminazioni sessuali e abusi di potere nel mondo del giornalismo italiano.
Per decenni il giornalismo italiano è stato territorio quasi esclusivamente maschile. Le poche donne che riuscivano a entrarci finivano nei cosiddetti “ghetti rosa” – cultura, spettacolo, soft news – mentre politica, economia e inchieste restavano appannaggio dei colleghi uomini. Dagli anni ’70 in poi, la presenza femminile è cresciuta fino all’attuale 41% degli iscritti all’Ordine.
I numeri, però, raccontano solo metà della storia: le donne sono entrate nelle redazioni, ma non nei posti di comando. Meno del 27% delle posizioni apicali è occupato da donne; su 35 quotidiani nazionali solo due hanno una direttrice; nessun telegiornale nazionale è guidato da una donna. È in questo spazio – tra la presenza numerica e l’assenza di potere – che si inserisce il lavoro di Espulse.
“Voi con queste gonnelline mi provocate” – Molestie nelle aule di università

La prima inchiesta del collettivo è nata dalle testimonianze di 239 studentesse che hanno subito molestie e discriminazioni nei dieci master di giornalismo attivi riconosciuti dall’Ordine nazionale dei Giornalisti (tre a Milano, due a Roma, uno a Torino, Bologna, Urbino, Perugia e Bari). Questo è un segno evidente di come la disparità inizi ancora prima dell’ingresso nella professione.
Un professore della Scuola di giornalismo radiotelevisivo di Perugia durante le lezioni si rivolgeva alle sue alunne così: “Voi con queste gonnelline mi provocate”. Non si limitava solo a questo, è stato raccontato dalle intervistate come ci fosse una “costante ricerca di contatto fisico” con “abbracci non richiesti”, “carezzine”, “pacche sulle spalle e sulla schiena” e “ammiccamenti”.
L’indagine ha dimostrato quanto ancora sia difficile riconoscere le violenze e riuscire a denunciare. Le vittime hanno raccontato di aver finito per considerare queste situazioni come “normali”, pensando che il mondo del lavoro funzionasse così. La paura di non essere credute, il senso di vergogna e il timore di ritorsioni lavorative pesano ancora sulle spalle delle donne.
Circa la metà delle persone ascoltate ha dichiarato di aver assistito o sentito parlare di molestie sessuali e verbali, tentativi di violenza sessuale, stalking e ricatti. Un terzo delle studentesse ha descritto nel dettaglio gli abusi subiti, fornendo anche prove come screenshot, e-mail, documenti e video. Nonostante questo, nessuna delle vittime ha sporto denuncia.
A Bologna, una praticante ha raccontato di aver ricevuto da un formatore una serie di messaggi che nel tempo avevano assunto toni sempre più espliciti, fino a includere descrizioni dettagliate della sua vita sessuale. L’uomo l’aveva invitata a un evento che, secondo la testimonianza della giovane, aveva il solo scopo di convincerla a raggiungerlo nella sua stanza d’albergo.
L’esperienza l’ha segnata profondamente: nei mesi successivi ha evitato di lavorare con nuovi colleghi, per il timore di trovarsi ancora in una situazione simile, e ha dovuto iniziare un percorso di psicoterapia.
Al master di giornalismo della Luiss, una studentessa ha denunciato di aver ricevuto su WhatsApp messaggi a sfondo sessuale da un formatore, che si era fatto via via più insistente.

“Ti voglio, vieni a casa mia stasera”, “Ho bisogno di sentire la tua voce, quando l’ho sentita la prima volta mi sono eccitato”. Lo stesso professore, una sera, durante un concerto, ha cercato di baciare una sua amica, senza il suo consenso, dicendole: “So che anche tu mi vuoi”.
Le risposte istituzionali – Codice etico e Vademecum sulla violenza
Rettori e rettrici degli atenei coinvolti si sono mostrati dispiaciuti e sorpresi delle testimonianze riportate e hanno sottolineato che aumenteranno la prevenzione. Il presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Carlo Bartoli, ha affermato che non fosse a conoscenza di nessuna segnalazione e che, altrimenti, avrebbe preso immediatamente misure drastiche.
Ha sottolineato, però, che all’ordine non spetta la scelta di docenti e tutor e che deve essere, quindi, compito dei direttori porre attenzione a temi così delicati.

Inoltre, è stato pubblicato un Codice etico e di comportamento delle scuole di giornalismo, in cui si evidenzia come i rapporti tra studenti e corpo docente devono essere improntati esclusivamente a finalità di carattere didattico.
Insieme all’inchiesta di Irpi Media, è stato diffuso il Vademecum su come riconoscere la violenza nei luoghi di formazione, redatto da Virginia Dascanio, avvocata penalista delle rete Non una di meno. È stato pensato per aiutare le studentesse a riconoscere e difendersi dalle molestie. Punti fondamentali del vademecum sono l’educazione al consenso e la necessità di non sminuire i fatti.
Viene poi dedicata particolare attenzione alle azioni che si possono attuare per combattere la violenza: fare rete, parlare e nominare la violenza, rivolgersi ai centri antiviolenza e sporgere denuncia.
“Violenze sessuali, molestie e abusi nelle redazioni dei media italiani” – Redazioni e discriminazioni

Dopo l’uscita della prima inchiesta il collettivo ha continuato a ricevere testimonianze. Da qui nasce la seconda inchiesta, che si concentra sull’ambiente delle redazioni. Il campione, in questo caso, è ridotto. Si tratta di 100 interviste ad altrettante giornaliste: tutte le intervistate hanno subito qualche tipo di discriminazione.
Adele (nome di fantasia per tutelare l’intervistata) ha raccontato di essere stata stuprata dall’editore della redazione per cui lavorava. Lei si fidava di lui, era un padre di famiglia e sembrava una persona per bene. Un giorno, però, l’ha aggredita nel suo ufficio. Racconta di essere rimasta immobile per paura. Il freezing è una risposta comune nei casi di violenze sessuali. Si tratta di un fenomeno psicologico che porta a reagire alla paura con una immobilizzazione temporanea fisica ed emotiva.
Qualche giorno dopo ha scelto di confidarsi con un collega, che però ha pensato che si fosse inventata tutto. L’ha definita “psycho”. Non riuscendo a trovare aiuto, Adele si è messa in malattia e poi si è licenziata. La violenza però è qualcosa che non si cancella e, nei mesi successivi, Adele ha tentato il suicidio. L’hanno trovata in casa i familiari. In ospedale ha raccontato tutto allo psichiatra. Nella stessa redazione ha saputo che altre due persone sono state stuprate dallo stesso editore. Entrambe se ne sono andate senza denunciare.
Già nel 2019 era stato condotto un sondaggio dalla Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) in collaborazione con la statistica Linda Laura Sabbadini. L’85% delle 1.132 giornaliste che avevano partecipato all’indagine aveva dichiarato di aver subito molestie nella loro vita professionale. Dopo sette anni dalla sua pubblicazione, l’inchiesta di Espulse dimostra che il fenomeno non si è arrestato.
Le testimonianze si riferiscono a fatti recenti o di pochi anni fa. Tutte le giornaliste hanno dichiarato di aver subito molestie sessuali o discriminazioni di genere. Nel 2% dei casi i colpevoli sono stati gli editori, nel 43% i direttori, mentre nel 26% i caporedattori.

Il picco degli abusi (61%) è avvenuto quando le intervistate avevano tra i 25 e i 34 anni. A essere colpite sono, quasi ugualmente, freelance e assunte. Solo il 3% delle intervistate si è rivolta a un avvocato o un’avvocata.
Le forme di violenza subite passano dagli abusi ai ricatti sessuali per ottenere un lavoro.
Dora, dopo anni passati a sopportare i ricatti, ha dovuto cambiare lavoro. All’inizio del suo percorso la sua responsabile le propose un programma diverso. Le conduttrici dovevano, però, essere “testate”. L’amministratore delegato voleva un rapporto intimo con loro. Le venne specificato che sarebbe stato possibile che le venisse chiesto di andare “un pochino più in là”. Dora ha rifiutato e ha perso immediatamente il posto.
In seguito, ha partecipato a un casting per la conduzione di un programma e le è stato chiesto di mettersi in bikini. “Mi hanno chiesto di girarmi di schiena e piegarmi davanti alla telecamera, mostrando il sedere. Io ho rifiutato e mi hanno detto che sicuramente non avrei passato il casting perché c’erano altre conduttrici molto più disponibili di me”, racconta.
Nel corso di un colloquio di lavoro, un noto conduttore e giornalista televisivo le avrebbe chiesto di togliersi i vestiti. Al suo rifiuto, l’uomo le avrebbe spiegato che non l’avrebbe presa in considerazione per il suo programma: con le conduttrici con cui lavorava era necessaria una relazione aperta, senza segreti.
Un giornalismo a metà
Espulse ha raccolto quasi 400 testimonianze. E ancora sul loro sito è aperta una sezione in cui giornalmente ne vengono pubblicate di nuove. L’Ordine dei Giornalisti ha diffuso il suo Codice etico, eppure ciò non ha impedito la nascita di una nuova inchiesta. Non ha interrotto le discriminazioni.
È necessaria una presa di posizione collettiva. È necessario che gli uomini aprano gli occhi e rispondano delle molestie che subiscono le loro colleghe. Non importa se non sono stati personalmente colpevoli. Nessuna donna si è sentita abbastanza al sicuro nella sua redazione da denunciare. E questo è un dato preoccupante.
Le molestie non mirano soltanto ad annullare la persona in quanto tale, ma portano, nel lungo periodo, a un’eliminazione della soggettività femminile che non avrà più modo di esprimersi.

Se per essere giornaliste bisogna sopportare le discriminazioni, allora le donne hanno solo una “scelta”: abbandonare la professione. E se le giornaliste non saranno più presenti nelle redazioni, tutto il mondo dell’informazione subirà un impoverimento. Sarà costruito soltanto dallo sguardo maschile.
Senza la voce delle giornaliste, metà della realtà non verrà raccontata.
Benedetta Stella Ritorto
(In copertina immagine di Espulse)
La stampa non è di tutti – L’inchiesta di “Espulse” sugli abusi nelle redazioni italiane è un articolo di Benedetta Stella Ritorto. Clicca qui per altri articoli di Cronaca!
