Cinema

“No Other Choice” – Il mercato del lavoro secondo Park Chan-wook

no other choice copertina

No Other Choice” (2025) è l’ultimo folgorante film di Park Chan-wook. Tratto dal romanzo americano “The Ax” di Donald E. Westlake, il regista sudcoreano decide di ambientare la storia nel proprio Paese d’origine, la Corea del Sud, per esplorare le radici culturali insite nel suo precario e alienante mondo del lavoro.


Questa recensione è dedicata a Federico Frusciante; critico, cinefilo e youtuber che mi ha fatto appassionare alla Settima Arte e che, col tempo, mi ha spinto indirettamente anche a riscoprire il mio amore per la scrittura.

Korean New Wave e Park Chan-wook

No Other Choice riconferma le incredibili doti da regista di Park Chan-wook, che non smette mai di sfornare capolavori. Il cineasta asiatico, definito dai critici occidentali come “l’Hitchcock coreano”, ha costruito infatti una poetica ed estetica simile a quella del maestro inglese, in cui si utilizza il genere thriller come macguffin per esplorare in maniera sagace la perversa e contradditoria natura umana.

Se il maestro della suspence era limitato dai codici morali dell’epoca, mascherando il tutto come cinema di puro intrattenimento, il regista sudcoreano, invece, non nega la natura da dramma sociale delle sue pellicole. L’analisi psicologica sul singolo individuo, infatti, si riflette in maniera organica con quella sulla società sudcoreana, da sempre oggetto di critica della Korean New Wave di cui Park Chan-wook ha fatto parte sin dai suoi albori.

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Park Chan-wook (foto: Variety)

Il cinema sudcoreano ha vissuto una straordinaria vitalità artistica all’incirca dal 1997 al 2017, in cui è emersa una schiera di registi, attori e maestranze che ha saputo rompere con la tradizionale cinematografia autoctona per rifondare un nuovo linguaggio cinematografico con profonde derivazioni dal cinema estero.

La nuova generazione di talenti ha, di conseguenza, generato un’estetica in grado di innestare caratteri sovversivi su basi tradizionali, declinata in un ricchissimo ventaglio di temi, stili e forme differenti. La capacità più impressionante del cinema sudcoreano è senza dubbio la creatività formale nella padronanza dei più diversi generi e toni a livello diegetico, ossia all’interno del film stesso.

Il successo planetario di Parasite (2019) lo dimostra, e di riflesso anche No Other Choice di Park Chan-wook, che mescola e rigenera influenze provenienti dal cinema comico americano di Charlie Chaplin, e da quello italiano proletario di Elio Petri e Mario Monicelli, fino ad arrivare al satirico cinismo politico del cinema greco di Costa-Gravas.

Con quest’ultimo, infatti, Park Chan-wook condivide la trasposizione del libro The Ax (Little, Brown & Company, 1997) di Donald E. Westlake, alla base della sua ultima fatica cinematografica.

Due trasposizioni diverse ma speculari

Entrambe le trasposizioni cinematografiche non differiscono più di tanto dall’opera letteraria presa in esame e in linea generale seguono il medesimo schema narrativo con la stessa risoluzione del conflitto. In entrambi i film, infatti, vediamo due padri di famiglia disoccupati che si improvvisano assassini provetti per eliminare tutti i loro concorrenti, con l’obiettivo di venire assunti in una rinomata azienda dell’industria cartaria.

Pur facendo parte di due periodi storici diversi con una differenza di ben vent’anni, i protagonisti dei rispettivi film condividono il medesimo problema nel vivere in una società tardocapitalista di matrice sempre più neoliberale: delocalizzazione e licenziamento collettivo per ottimizzare i costi e aumentare la produttività. In uno scenario del genere, entrambi acquisiscono la consapevolezza che è inutile uccidere i vertici del sistema – azionisti e dirigenti d’azienda –, bensì è più efficace e realistico uccidere chi lotta per lo stesso posto di lavoro.

Come recita Bruno Davert, protagonista del film di Costa-Gravas: “gli azionisti e i dirigenti d’azienda sono i miei nemici, ma non sono il mio problema”.

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Bruno Davert, protagonista di Cacciatore di teste di Costa-Gravas (foto: Mubi)

Sia in Cacciatore di teste (2005), sia in No Other Choice, i protagonisti realizzano che non c’è altra scelta – ‘no other choice’, appunto – in un sistema capitalistico del genere: homo homini lupus, o mangi o vieni mangiato; ergo, l’unico modo per sopravvivere è uccidere chi un tempo era ritenuto un ‘fratello’ in azienda, perché ora è solo un nemico da abbattere a tutti i costi.

Figli di un’altra era, quella del boom economico del dopoguerra, e invecchiando in una che sta cambiando rapidamente, ecco che il lavoratore del XXI secolo non persegue più la lotta di classe, bensì una guerra tra poveri orizzontale all’interno della propria classe d’appartenenza. L’agentività con cui si ritrovano i due lavoratori serial killer è dunque limitante, alienante e disumana, eppure entrambi i lungometraggi non giustificano le pianificate efferatezze che i loro protagonisti compiono.

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Yoo Man-su, protagonista di No Other Choice (foto: Screencaps)

Entrambi in realtà hanno una scelta, potrebbero cambiare lavoro e ridimensionare il proprio status economico. Tuttavia, perdere tutti quei benefici socioeconomici come una bella casa, una macchina, degli animali domestici e altri beni e servizi è inaccettabile, come lo è cambiare lavoro umiliandosi in settori precari dopo che si è lavorato in una grande azienda per 25 anni.

È un orgoglio maschile da capofamiglia quello da difendere, ma lo è anche l’edonismo e il consumismo annessi. Non si combatte più per un lavoro che dia dignità all’essere umano o perché si ama lavorare con la carta, ma più per difendere la propria posizione socioeconomica e il potere che essa conferisce. Il lavoratore, quindi, non è poi tanto diverso dal suo datore di lavoro. Vittima e carnefice si fondono con macabra ironia in una lotta per la sopravvivenza al limite del grottesco.

Due capitalismi a confronto

La sostanziale differenza tra le due opere cinematografiche è principalmente culturale, e ciò si riflette più a livello micronarrativo che macronarrativo. Come si è scritto in precedenza, lo schema narrativo è il medesimo, ma il modo in cui si arriva al grottesco finale è diverso.

Costa-Gravas, figlio del cinema europeo politico e militante, costruisce un film crudo e realista con tratti surreali bunuelliani, in cui la denuncia sociopolitica del sistema capitalista passa attraverso il forte individualismo del protagonista. L’aspetto famigliare è un elemento periferico che disturba l’azione da ‘disoccupato killer’, dove il travaglio interiore non ha spazio nelle mura di casa se non quando Bruno Davert è obbligato ad andare da uno psicologo di coppia per via della sua crisi matrimoniale.

In Cacciatore di teste si pone quindi grande enfasi sulla fredda e cinica condizione del lavoratore nella sua sfera individuale e i bersagli, seppur umanizzati, non sono nientemeno che carne da macello. L’ossessione per il lavoro del protagonista è dunque molto solitaria e connessa alla natura del capitalismo occidentale, in cui l’individualismo è al centro di ogni successo economico.

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Bruno Davert (foto: Pathé Home)

In No Other Choice, invece, seppure la lotta del capofamiglia sia sempre solitaria, si dà molto più spazio ai membri dell’unità famigliare e al microcosmo delle vittime del protagonista. La differenza, quindi, sta nel porre una maggiore attenzione sul ruolo sociale del lavoratore nel sistema capitalistico in cui è immerso, che è assai differente da quello occidentale.

Questa differenza la si può riscontrare già all’inizio della pellicola. Il protagonista Yoo Man-su, storico operaio cartario, si lamenta con la nuova dirigenza americana di come un suo licenziamento collettivo in Corea del Sud non sia una semplice ‘accettata’ come si dice in America, ma bensì un ‘tagliare delle teste’.

Il licenziamento in Corea del Sud, come nel resto dell’Estremo Oriente, non viene vissuto come in Occidente, in cui è normale cambiare più volte lavoro e reimmettersi nel mercato. In Asia, lavorare per un’azienda esprime un ethos culturale, un modus vivendi intimamente connesso alle proprie radici culturali, in cui il confucianesimo ha giocato un ruolo fondamentale.

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Yoo Man-su in un gruppo di auto-aiuto (foto: Screencaps)

Gli insegnamenti etici, morali e politici di tale filosofia, infatti, hanno regolato per secoli tutte le civiltà dell’Asia orientale, e sono alla base del successo di economie modernissime come quella della Corea del Sud. La lealtà verso la propria azienda esprime nella maniera più alta possibile concetti importantissimi come la pietà filiale, in cui la cooperazione sociale tra governanti (imprenditori) e governati (lavoratori) deve essere corrisposta, armoniosa e mai in conflitto.

Se viene a mancare questo equilibrio, che è la base responsabile e collettivista su cui si fonda il capitalismo dei paesi dell’Estremo Oriente, le conseguenze sono ancora più devastanti per il lavoratore asiatico in quanto è un intero sistema di valori a crollare. In gioco non c’è solo la propria sopravvivenza lavorativa, ma anche il proprio ruolo all’interno di una società caratterizzata da una rigida gerarchia sociale ben organizzata. L’uscita da questo sistema non è dunque contemplabile perché equivarrebbe a una vera e propria morte spirituale.

Confucianesimo e capitalismo

Nel corso del film l’elemento della famiglia è centrale sin dalla prima inquadratura. Il momento più emblematico è quando Yoo Man-su abbraccia la moglie e i propri figli come se fossero il suo tesoro più prezioso, un microcosmo protetto dal suo piccolo eden rappresentato dal suo giardino curatissimo e dalla casa ereditata dal padre.

Il film pone quindi già enfasi sull’aspetto più importante per la società sudcoreana e di tutta l’Asia orientale: la famiglia.

Essa è la prima cellula che costituisce la società, un pilastro fondamentale su cui il confucianesimo ha edificato il concetto di pietà filiale, ovvero il profondo rispetto, amore e devozione che i figli devono nutrire nei confronti dei genitori. Tale aspetto si declina poi anche nel culto degli antenati, l’aspetto più religioso del confucianesimo, in cui è sacro e obbligatorio onorarli evitando comportamenti che possano disonorare il lignaggio della propria famiglia.

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Yoo Man-su abbraccia la sua famiglia (foto: Film Ireland)

Il licenziamento dalla Solar Paper mette in crisi il ruolo di Yoo Man-su all’interno di questo sacro principio spirituale e gerarchico del confucianesimo. Il capofamiglia è, quindi, spogliato di qualsiasi ruolo identitario e arreca, inoltre, disonore al suo defunto padre, che gli aveva donato la casa in cui vive, senza contare che aveva pure combattuto nella guerra del Vietnam per difendere la patria come un vero patriota sudcoreano.

Per salvare la faccia e non cadere in disgrazia, anche Yoo Man-su decide di combattere una guerra usando proprio la vecchia pistola che suo padre usava per uccidere i Vietcong. Cambia lo scenario, ma la competizione per onorare la memoria dei propri avi rimane la stessa con questo simbolico passaggio di testimone. Non avere un lavoro diventa comunque un lavoro per l’ex operaio di cartiera sudcoreano.

Con la stessa diligenza che aveva contraddistinto suo padre nel campo di battaglia, gli omicidi dei concorrenti che vogliono entrare nella nuova industria cartaria devono essere studiati in modo meticoloso ed eseguiti ad arte. Tramite il giardinaggio, infatti, il protagonista riesce a superare il blocco morale dell’uccidere un altro essere umano e a vincere la battaglia per onorare la propria famiglia, seppellendo i corpi dei caduti nel giardino di casa.

Con la sua solita macabra ironia, Park Chan-wook mostra come in Corea del Sud le fondamenta del benessere di una famiglia nascano spesso dal malessere di un’altra, come ci insegna anche Parasite di Bong Joon-ho.

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L’ultima vittima di Yoo Man-su (foto: Screencaps)

Questa estrema competitività sudcoreana affonda sempre in quel confucianesimo di origine cinese, che si è fatalmente intrecciato col capitalismo occidentale. Se un tempo la pressione economica delle famiglie stava a chi riusciva ad onorare nella maniera più formale e sfarzosa possibile i propri antenati, oggi quella pressione religiosa è mutuata nei tratti più culturali e, dunque, nei comportamenti delle genti dell’Estremo Oriente.

Per garantire una perfetta rappresentanza dei propri antenati – o dei propri genitori –, infatti, l’unico modo è concentrarsi sulla crescita economica del proprio nucleo famigliare, in modo da garantire un futuro migliore per i propri figli e gli eredi successivi. Questo implica un massiccio investimento nell’istruzione, frugalità nelle proprie spese economiche e una solida cooperazione tra fratelli e sorelle, nonché tra genitori e figli in nome della pietà filiale. E, se occorre, anche uccidere nel caso del protagonista di No Other Choice.

Non è un caso che la figlia prodigio di Yoo Man-su venga trattata con un certo riguardo per via del suo talento musicale, infatti le sue lezioni di violoncello sono l’unica cosa a non venire intaccata dai tagli sul bilancio famigliare in quanto sacra prosecuzione della corretta rappresentanza degli antenati. Il padre, di conseguenza, per difendere l’onore della famiglia – che accetta con lucida passività i suoi crimini –, non ha altra scelta se non quella di abbattere chi minaccia l’esistenza di questo sacro equilibrio microsociale.

La contraddizione del ‘capitalismo confuciano’

Nonostante il ruolo ‘mitigatore’ che il confucianesimo ha avuto nel successo ‘frugale’ del capitalismo sudcoreano, questo non ha comunque potuto impedire di ricreare le medesime disuguaglianze presenti in Occidente.

Gli esempi più lampanti sono la concentrazione di potere economico in grandi conglomerati industriali a conduzione famigliare (chaebol), un welfare state minimo con pensioni bassissime, diseguaglianze economiche alle stelle e una repressione dei sindacati che ha portato al secondo storico sciopero dei lavoratori di Samsung ipersfruttati.

Park Chan-wook, come tanti esponenti della Korean New Wave, con No Other Choice ha voluto nuovamente denunciare le enormi deficienze del proprio Paese, utilizzando il suo solito virtuosismo registico per sottolineare l’anima grottesca e assurda della società sudcoreana. Il titolo originale, che tradotto letteralmente significa “un inferno senza spazi”, sottolinea in maniera egregia la condizione psicosociale dell’inetto protagonista, che vive con estrema angoscia e violenza la sua disoccupazione.

Nell’evidenziare l’assurdità della vicenda, il regista utilizza i registri della tragicommedia della commedia all’italiana in linea con l’approccio multiforme di Parasite, per rappresentare però, questa volta, una lotta orizzontale tra emarginati dalla società e non più uno scontro tra ricchi e poveri.

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Yoo Man-su incontra la sua prima vittima (foto: ilbolive.unipd)

La scena più impattante di questo registro stilistico è lo scontro tra la prima vittima e il protagonista. Come accade in un’altra memorabile sequenza di Parasite, si gioca in modo magistrale sulla componente audiovisiva della scena, che crea una momentanea ‘dissonanza cognitiva’ nei poveri in lotta per la sopravvivenza. Per un attimo, lo spettatore crede di star vivendo un film comico muto slapstick alla Chaplin, dato che le battute scandite dal protagonista vengono coperte dalla musica assordante dello stereo a tutto volume della vittima appassionata di heavy psych.

La grandiosità di No Other Choice consiste, quindi, nel saper far ridere a denti stretti su tematiche serie e drammatiche come la complessità del mondo del lavoro, che oggi più che mai è un argomento sempre più scomodo in quanto sempre più precarizzato e oggetto di un’accesa competizione al limite dell’assurdo.

Ed è proprio in quell’assurdità che Park Chan-wook vuole riflettere sulle radici culturali del suo Paese e di quanto, in realtà, ci sia poco da ridere di fronte a un protagonista che sembra vincere sui propri concorrenti appena uccisi, quando verrà ben presto rimpiazzato da un’IA. Il prossimo concorrente non sarà più un altro disoccupato machiavellico e spietato come nel film di Costa-Gravas, bensì un’entità informatica in grado di automatizzare e replicare qualsiasi azione umana e impossibile da eliminare fisicamente.

il perturbante di park chan wook
Yoo Man-su realizza di essere stato licenziato (foto: Empire Magazine)

Per non soccombere al pessimismo perturbante di Park Chan-wook forse bisognerebbe fare propria la nota frase di Charlie Chaplin, famoso nell’esorcizzare, attraverso la commedia, le tragedie della vita fuori dallo schermo: “la vita è una tragedia in primo piano, ma una commedia in campo lungo”.

Giorgio Burani

(In copertina, una foto di No Other Choice di MYmovies)


“No Other Choice” – Il mercato del lavoro secondo Park Chan-wook  è un articolo di Giorgio Burani. Clicca qui per leggere gli altri articoli dell’autore!

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