Chiara Poggi è stata barbaramente assassinata il 13 agosto 2007 e da allora non ha più trovato pace. A quasi vent’anni dal delitto, il caso Garlasco è tornato al centro dell’attenzione mediatica, suscitando seri interrogativi: qual è il confine tra diritto all’informazione e becero sensazionalismo? Quanto può incidere la vox populi sull’iter investigativo e giudiziario?
La cronaca nera in Italia è da decenni raccontata dai media come se fosse una sorta di genere letterario, in barba al rispetto per le vittime e i loro cari. Tanti sono i delitti che hanno suscitato un interesse a tratti spasmodico nell’opinione pubblica, specialmente quelli dove trovare il colpevole è più difficile. Se la stessa attenzione fosse stata rivolta ai misteri più rilevanti per la nostra Nazione – anni di piombo, mafie, stragi– probabilmente l’Italia sarebbe un Paese migliore, ma questa è un’altra storia.
Sbatti il mostro in prima pagina
Dall’11 marzo 2025 i riflettori si sono riaccesi su Garlasco, paese della provincia di Pavia divenuto tristemente noto per l’omicidio di Chiara Poggi. Quel giorno, infatti, viene annunciato l’avvio di una nuova indagine su Andrea Sempio, amico del fratello della vittima. L’ipotesi degli investigatori, ovvero che Sempio sia l’autore del crimine, è in contrasto con la sentenza definitiva del dicembre 2015 che attribuisce la responsabilità del delitto ad Alberto Stasi, allora fidanzato vittima.
Ore di diretta tv e fiumi di inchiostro sono stati dedicati alla nuova inchiesta: la descrizione dei fatti noti è stata progressivamente abbandonata per dare libero spazio a indiscrezioni, ipotesi e insinuazioni di varia natura. Troppo spesso si è scaduti nella spettacolarizzazione vera a propria, come nel caso dell’imbarazzante intro di una recente puntata di Quarto Grado sulle note di Ossessione, successo sanremese di Samurai Jay.

Non è questa la sede per discutere nel merito dell’inchiesta, né per alimentare lo sterile dibattito tra colpevolisti e innocentisti: non sarebbe rispettoso nei confronti della vittima, né utile alla ricerca della verità. Il punto è un altro: il processo mediatico è una forma di giustizialismo che entra in tensione con i principi fondamentali dello Stato di diritto, dall’attenzione scrupolosa nell’analisi di ogni element probatorio alla presunzione d’innocenza per gli indagati.
Il processo mediatico, invece, pronuncia la propria sentenza di condanna già al momento dell’emissione dell’avviso di garanzia, se non prima, trasformando la volontà di giustizia dell’opinione pubblica in un’onda forcaiola capace di condizionare anche le indagini reali, inficiando potenzialmente la ricerca della verità.
Perché ci piace il noir?
È difficile spiegare perché la cronaca nera, soprattutto in Italia, susciti un interesse spropositato nell’opinione pubblica, se non una vera e propria fascinazione. Esistono diversi studi, in particolare in psicologia, criminologia e media studies, che cercano di indagare le ragioni di tale interesse. Come accennato prima, i mass media conferiscono alla cronaca nera una narrazione sempre più vicina a quella di un romanzo giallo, aumentando quindi il coinvolgimento di chi segue la vicenda.
Ma le ragioni per essere interessati a tali tematiche sono varie: chi segue il true crime potrebbe voler conoscere meglio il pericolo, per aumentare le proprie probabilità di sopravvivenza nel caso si ritrovasse coinvolto in prima persona; oppure, altri vogliono capire le ragioni alla base di un omicidio, rendendo il male comprensibile e quindi meno minaccioso.
Non bisogna dimenticare, poi, che la trasgressione e il crimine possono generare tanta repulsione quanta attrazione nelle persone, come accade con i libri o i film horror. Infine, è ben noto che le notizie drammatiche e allarmanti generano più interesse, e quindi interazioni, di quelle più ordinarie, proprio per i motivi descritti sopra.

Una morbosità pericolosa
Il caso Poggi possiede tutte quelle caratteristiche che, nonostante la gravità dei fatti, attirano inevitabilmente l’attenzione dell’opinione pubblica: una vittima giovane, l’assenza di prove schiaccianti, il fidanzato come principale sospettato, il contesto familiare e apparentemente tranquillo.
La cronaca nera in sé non è un male: è lecito che un delitto così efferato susciti indignazione, e che si pretenda la verità e una pena congrua per il responsabile. Problematica è invece la diffusione sistematica di ogni dettaglio, talvolta macabro, del crimine. Allo stesso modo, è sconvolgente la tendenza a trarre conclusioni affrettate sul quadro probatorio che si va delineando e a emettere condanne anticipate senza riguardo per la presunzione d’innocenza degli indagati.

Eppure, tra i media italiani, in pochi trattano la cronaca in maniera davvero obiettiva: soprattutto negli ultimi anni si sono moltiplicati riviste tematiche, programmi tv e podcast, che spesso si lasciano andare al puro sensazionalismo. Questo modo distorto di fare informazione rischia di influenzare in maniera pericolosa i cittadini, al punto da generare un’indebita pressione sui magistrati, che può alterare la serenità di chi è chiamato a decidere sulla colpevolezza o l’innocenza di un imputato.
Si comprende bene, quindi, perché l’attenzione morbosa sul delitto di Garlasco sia un ostacolo nella ricerca della verità: la condanna di Stasi poggia su una base totalmente indiziaria nella quale la deduzione di colpevolezza deriva da una ricostruzione giudiziaria ancora oggi oggetto di discussione pubblica. Un’assoluzione definitiva di Stasi, all’epoca, avrebbe generato grande malcontento, e ciò potrebbe aver esercitato una pressione indebita. Se nel 2007 il sentimento popolare avrebbe messo alla forca il fidanzato della vittima, oggi la stessa ira è rivolta contro Sempio.
Il confine tra informazione e gossip
Se davvero Andrea Sempio verrà rinviato a giudizio, ci troveremo davanti ad anni di processi, nel tentativo di stabilire una volta per tutte la responsabilità del delitto. Il rischio concreto è che l’impropria copertura mediatica condizioni l’iter giudiziario. Se Sempio subirà lo stesso trattamento riservato in passato a Stasi, allora non si potrà dire che “giustizia è stata fatta”, perché le storture del sistema mediatico resteranno sempre sul tavolo, incidendo sullo Stato di diritto.
È quindi più che mai urgente ripensare il modo con cui viene data notizia della cronaca nera: in particolare, è necessario tracciare una volta per tutte un confine netto tra ciò che è informazione e ciò che invece è pettegolezzo. La libertà d’informazione è sacra, purché mirata esclusivamente a raccontare obiettivamente solo ciò che è strettamente utile al cittadino, senza polarizzare l’opinione pubblica.
Riccardo Minichella
(In copertina, immagine di Tingery Injury Law Firm)
Giustizia cabaret – il caso Garlasco è un articolo di Riccardo Minichella. Clicca qui per altri articoli dell’autore!
