CronacaCultura

“No Pride in Genocide” – I Pride italiani come spazi di conflitto e resistenza

Rivolta Pride

Tra depoliticizzazione e tensioni sempre più esplicite, i Pride italiani del 2026 riflettono le fratture che attraversano il movimento queer. Dalle critiche alla presenza di sponsor e istituzioni alle mobilitazioni autonome del Rivolta Pride di Bologna e dell’Arrevutamm Pride di Napoli, emergono pratiche intersezionali che rimettono al centro la dimensione politica.


Siamo nel pieno del Pride Month, il mese dedicato all’orgoglio LGBTQIA+, e non sorprende affatto che questa ricorrenza sia una delle tematiche più dibattute dell’ultimo periodo. Senza alcun dubbio, il Pride ha – o dovrebbe avere – una vocazione alla scomodità. Non bisogna dimenticare, infatti, che le sue origini risalgono ai moti di Stonewall del 1969: giornate di rivolte e mobilitazioni contro un clima di repressione sistemica, portate avanti da soggettività marginalizzate, razzializzate e non conformi. Eppure, oggi si ha spesso la sensazione che lo spirito del Pride sia stato progressivamente addomesticato, in perfetta sintonia con narrazioni mainstream che, nel migliore dei casi, promuovono una versione depoliticizzata dell’uguaglianza e dell’amore libero.

Foto: Mariailaria D’Aronzo

Le istanze delle soggettività queer vengono così neutralizzate o, peggio, strumentalizzate a sostegno di logiche nazionaliste, coloniali e di profitto. Dopo due anni, inoltre, è stato celebrato nuovamente il Pride a Tel Aviv, evento in reazione al quale è stato coniato lo slogan “No Pride in Genocide”, poi adottato come titolo del Rivolta Pride di Bologna 2026. Da qui nasce l’esigenza di interrogarsi sulla situazione attuale dei Pride in Italia, attraversati da conflitti interni e sottoposti a critiche sempre più esplicite dall’esterno.

Omonormatività e omonazionalismo

Il Pride viene spesso ridotto a una giornata di festa, un momento di sospensione temporanea delle norme sociali in cui è possibile esprimersi liberamente. Questo cambiamento nella percezione in realtà non è casuale, ma è legato alla crescente presenza di sponsor e aziende che contribuiscono a rendere il Pride un evento più compatibile con logiche di mercato e meno conflittuale. Questo processo può essere letto come il risultato di dinamiche più profonde, come l’omonormatività e l’omonazionalismo. Si tratta di due concetti coniati nell’ambito degli studi di genere e delle teorie queer e che risultano estremamente utili come lenti per analizzare le tensioni interne non solo alla comunità queer ma anche all’ambito istituzionale.

L’omonormatività descrive la tendenza a costringere le soggettività LGBTQIA+ entro modelli neoliberali ed eteronormativi, privilegiando forme di riconoscimento compatibili con l’ordine esistente. In questo modo si costruisce un’idea di inclusione selettiva, che legittima solo alcune identità – spesso bianche, cisgender, monogame e integrate – escludendo quelle più marginalizzate.

Foto: Mariailaria D’Aronzo

L’omonazionalismo, invece, indica la strumentalizzazione delle rivendicazioni LGBTQIA+ da parte di poteri statali per legittimare politiche razziste e islamofobiche. In questo schema, l’Occidente si auto-rappresenta come spazio di libertà contrapposto a un ‘altrove‘ barbarico e arretrato, producendo gerarchie globali che giustificano interventi violenti e logiche coloniali.

Queste categorie mostrano che inseguendo un ideale assimilazionista, si creano inevitabilmente delle esclusioni e delle gerarchie che continuano a rinforzare le fondamenta della società eteronormata.  

Intersezionalità e conflitto

Per contrastare queste dinamiche, le pratiche queer e transfemministe si fondano su una prospettiva intersezionale, che riconosce l’intreccio tra diverse forme di oppressione: genere, sessualità, razza, classe, abilità, specie. In questa prospettiva, la lotta queer non può prescindere da una presa di posizione rispetto ai conflitti globali, inclusa la questione palestinese.

Il Pride non è semplicemente una celebrazione, ma uno spazio politico attraversato da tensioni e contraddizioni. È il punto di emersione di percorsi di militanza che si sviluppano nel tempo e che inevitabilmente producono conflitto. Una conflittualità che non è un problema da risolvere, ma una condizione necessaria per evitare semplificazioni e neutralizzazioni.

Il Rivolta Pride di Bologna rappresenta uno degli esempi più significativi in questo senso. Da cinque anni completamente autogestito e organizzato dal basso, rifiuta sponsor e partnership che possano essere legati a logiche di sfruttamento, colonialismo o pinkwashing. La sua struttura assembleare e orizzontale lo rende un caso quasi unico nel panorama italiano.

Foto: Mariailaria D’Aronzo

Il documento politico del Rivolta Pride esplicita chiaramente questa postura. La questione palestinese viene posta al centro, accompagnata da una critica alla narrazione che presenta Israele come unico baluardo dei diritti LGBTQIA+ in Asia occidentale. Questa rappresentazione è un esempio emblematico di omonazionalismo, perché utilizza i diritti queer per legittimare un sistema di violenza coloniale.

Dal Rivolta Pride ai Pride in rivolta

Il caso bolognese non è l’unico, ma si inserisce in un quadro nazionale attraversato da tensioni crescenti. Nei grandi Pride – come Roma, Milano o Napoli – le critiche si concentrano su alcuni elementi ricorrenti: la presenza invasiva di sponsor, la scarsa radicalità politica, il rapporto ambiguo con le istituzioni e la marginalizzazione delle soggettività più vulnerabili. Tuttavia sono molti i Pride in Italia che si stanno progressivamente radicalizzando.

Si può pensare al Roma Pride, che ha espresso un sostegno chiaro al popolo palestinese. Ha suscitato molto scandalo, infatti, la scelta degli organizzatori di impedire la partecipazione alla parata del carro di Keshet, associazione della comunità LGBTQIA+ ebraica che non ha preso una posizione esplicita di distanza rispetto al genocidio in corso a Gaza. 

A Napoli il conflitto è ancora più esplicito. Accanto al Pride ufficiale si è sviluppata una mobilitazione alternativa, l’Arrevutamm Pride, nata dalla necessità di costruire uno spazio realmente autonomo e radicale. Questa scelta è stata motivata da forti critiche nei confronti dell’organizzazione ufficiale e delle sue posizioni politiche, considerate incompatibili con una prospettiva intersezionale e anticoloniale.

Nello specifico, tra le altre si è sentita la necessità di allontanarsi dalla figura di Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli. Arroccato su posizioni omonazionaliste, che l’anno scorso si era recato a Tel Aviv dove avrebbe dovuto partecipare al Pride che poi è stato annullato.

La presenza di una parata alternativa non è un caso isolato, ma rientra in una dinamica più ampia che attraversa il movimento queer: da un lato il tentativo di ripoliticizzare i Pride dall’interno, dall’altro la costruzione di spazi autonomi quando una trasformazione della parata ufficiale non è possibile (come nel caso del Pride di Napoli). Entrambe le strategie presentano limiti e potenzialità, e la loro adozione dipende dai contesti locali e dagli equilibri di forze.

Verso nuove forme di mobilitazione

Negli ultimi anni sono emerse nuove reti e movimenti che contribuiscono a ridefinire il panorama politico queer. Esperienze come Blocchiamo Tutto hanno ribadito la necessità di unire le lotte contro le diverse forme di oppressione, mettendo in discussione non solo le discriminazioni identitarie, ma anche le strutture economiche e sociali che le producono.

Questo tipo di mobilitazioni evidenzia un passaggio importante: dalla rivendicazione di diritti individuali alla costruzione di un orizzonte collettivo di trasformazione. Il Pride può tornare a essere uno spazio di conflitto, capace di intrecciarsi con altre lotte – femministe, antirazziste, ecologiste – e di costruire una prospettiva sistemica.

Foto: Mariailaria D’Aronzo

L’urgenza di preservare la dimensione politica del Pride è oggi più forte che mai. In un contesto segnato dall’avanzata delle destre e dal progressivo arretramento dei diritti, diventa fondamentale evitare la depoliticizzazione e il ripiegamento identitario.

Il 15 giugno, ad esempio, si è tenuto l’incontro dell’associazione Gay Conservatori e Liberali per presentare una proposta di legge che si configura come una versione liberale e di destra del ddl Zan, che elimina ogni riferimento all’identità di genere.

Foto: Mariailaria D’Aronzo

Questo è un chiaro esempio di omonormatività: il miglioramento in termini di diritti civili dei membri della comunità LGBTQIA+ viene reso direttamente proporzionale alla capacità di conformarsi ai presupposti di una società eteronormata, senza metterli in questione, come nel caso del binarismo di genere

Il Pride resta uno dei pochi momenti in cui è possibile costruire una mobilitazione ampia, capace di coinvolgere anche soggettività non militanti. Per questo rappresenta un terreno strategico di conflitto e trasformazione. La sua forza, come nel 1969, sta nella capacità di essere scomodo, di disturbare, di mettere in discussione l’esistente. E forse, nelle alleanze intersezionali e nei movimenti che attraversano questi spazi, si intravede la possibilità di costruire un futuro diverso.  

Gioele Marangotto

(In copertina, la grafica ufficiale di Rivolta Pride 2026. Tutte le foto sono state scattate da Mariailaria D’Aronzo in occasione del Rivolta Pride)


“No Pride in Genocide” – I Pride italiani come spazi di conflitto e resistenza è un articolo di Gioele Marangotto. Clicca qui per altri articoli dell’autore!

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