Cronaca

Ordine dei Giornalisti – Perché niente cambia nella professione

Ordine dei Giornalisti

La professione giornalistica, in Italia, è regolata da una legge del 1963 che determina la nascita dell’Ordine dei Giornalisti. Dopo sessantatré anni, il ‘quarto potere’ è costantemente un passo indietro, tenuto immobilizzato da un modello antiquato che nessuno sembra voler cambiare. Forse per pigrizia, forse per comodità o forse perché privo di strumenti, il giornalismo italiano rischia di essere coperto – e sepolto – dai rampicanti dell’arretratezza.


Il cambiamento che non avviene

Nel nostro Paese non è recente il dibattito sull’Ordine dei Giornalisti e su tutto ciò che esso comporta: l’accesso alla professione, l’esame di Stato, il praticantato, la condizione dei giornalisti.

Per comprendere proprio da quanto si protrae la discussione è necessario tornare, almeno brevemente, alle origini di quest’ente.

La legge 3 febbraio 1963 n.69 istituisce l’Ordine dei Giornalisti. Questa norma regola e considera il giornalismo come attività intellettuale di carattere professionale. In questo contesto, l’elemento che distingue il giornalista da un impiegato o operatore esecutivo è, essenzialmente, la creatività.

Quest’ultima, insieme alla rilevanza sociale della professione, fa sì che per essere giornalisti sia necessaria l’iscrizione ad un Albo, di cui la suddetta legge definisce condizioni e modalità di accesso.

Si è fatto ricorso a criteri di comune esperienza stabilendosi che l’attività giornalistica si contraddistingue in primis per l’elemento della creatività di colui che, con opera tipicamente (anche se non esclusivamente) intellettuale, raccoglie, commenta ed elabora notizie volte a formare oggetto di comunicazione interpersonale attraverso gli organi di informazione, ponendosi il giornalista quale mediatore intellettuale tra il fatto e la diffusione della conoscenza di esso attraverso un messaggio (scritto, verbale, grafico o visivo), con il compito di acquisire la conoscenza dell’evento, valutarne la rilevanza in relazione ai destinatari e confezionare il messaggio con apporto soggettivo e creativo.

Ord. 23 novembre 2020, n. 26596, conforme ad App. Roma n. 1694/2017

Nonostante la norma sia stata emanata nel 1963, l’iter per la nascita di un ordinamento professionale dei giornalisti inizia, in realtà, nel 1877 con la fondazione dell’Associazione della stampa periodica italiana. Nello statuto dell’associazione è già presente una divisione interna: giornalisti, che svolgono esclusivamente quest’attività; pubblicisti, che possono svolgere parallelamente anche altre professioni; i frequentatori, figure politiche o del mondo della cultura che sporadicamente pubblicano articoli sui quotidiani.

Nel 1908, dopo il primo riconoscimento giuridico della professione e la realizzazione di un primo embrione di Albo, si susseguono vari aggiornamenti con le leggi del 1925, del 1928, del 1943 e del 1963.

Il punto di rottura

L’arretratezza che contraddistingue la professione non è solamente burocratica, ma espone il giornalismo a pressioni politiche che intaccano la qualità informativa.

Da quel 3 febbraio 1963 il giornalismo italiano ha affrontato un percorso tortuoso e sempre più intrecciato con il mondo della politica. A tal proposito, non può essere ignorata l’entrata in campo di una delle più grandi personalità della politica italiana: Silvio Berlusconi.

Il futuro leader di Forza Italia muove i suoi primi passi nell’ambiente imprenditoriale edilizio e il suo lungo e assodato legame con i media italiani inizia solamente nel 1976. In quell’anno, infatti, acquista l’emittente via cavo TeleMilano e inaugura il suo ruolo da imprenditore nell’editoria e nello spettacolo.

Silvio Berlusconi e Indro Montanelli
Silvio Berlusconi e Indro Montanelli. Fonte: L’ Espresso.

L’anno successivo entra nel consiglio di amministrazione del Giornale – quotidiano fondato da Indro Montanelli – e nel 1980 dà vita alla rete televisiva Canale 5. Come se non bastasse, nel 1982 acquista Italia 1 dall’editore Edilio Rusconi e nel 1984 Rete 4 da Arnoldo Mondadori.

Visto il ruolo di crescente protagonismo di Berlusconi all’interno delle emittenti televisive, alla nascita del suo partito Forza Italia e della sua vittoria alle elezioni del 1994 si inizia a parlare di conflitto di interessi.

Questo dominio sul sistema mediatico italiano rende sempre più sfocati i confini tra informazione e propaganda. Di conseguenza, il legame tra media e politica è fortemente contestato non solo in Italia ma anche all’estero.

Non è un caso che numerose testate straniere, in occasione della morte dell’ex premier gli dedichino diverse critiche. Se Süddeutsche Zeitung il 12 giugno 2023 scrive “Ha cambiato il mondo, anche se non in meglio”, l’agenzia Bloomberg titola “Berlusconi ha scritto il manuale dell’uomo forte moderno. Ha trasformato il potere dei media in un’influenza duratura”.

Un nuovo modo di comunicare

Oltre a questo, Berlusconi apporta cambiamenti al modello comunicativo. Lo stesso grazie al quale riuscirà a mantenere il consenso che ha contraddistinto i suoi governi. È evidente, infatti, l’abilità dell’équipe di comunicazione di cui si è circondato e quella che – il leader in primis – possiede.

Berlusconi adotta una tecnica comunicativa innovativa rispetto a quella che ha caratterizzato la scena politica italiana fino a quel momento. L’ex premier è emotivo, semplice, diretto e con senso dell’umorismo. La capacità di orientare l’opinione pubblica dei media sotto il suo controllo passa anche per la selezione e l’enfasi di determinate notizie, oltre che per il parziale oscuramento di altre.

Berlusconi si fa rappresentante del Paese reale, il popolo dei telespettatori e dei consumatori, contro il Paese legale, l’establishment, il Palazzo, gli intellettuali. Non si narra come politico, ma come italiano di talento che si mette a disposizione per salvare e rinnovare il proprio Paese.

Silvio Berlusconi
Fonte: La Ragione.

In questo contesto, l’avvento dell’infotainment – la combinazione di informazione e intrattenimento – e il controllo che la politica avvia sui media abbassano l’autonomia dei giornalisti. Questi si trovano davanti a editori che sono allo stesso tempo leader politici e che ridisegnano il confine tra propaganda e informazione.

Il problema della polarizzazione

È proprio su questo tipo di comunicazione e di attitudine che il giornalismo italiano ha iniziato a vacillare. La prima tendenza è stata la marginalizzazione di un contradditorio e l’oscuramento del modello di inchiesta. Quest’atteggiamento ha relegato ai margini quella funzione di quarto potere che il giornalismo storicamente ha assunto.

A partire dagli anni Novanta diverse testate giornalistiche hanno ammesso dichiaratamente di essere filogovernative (es. Il Giornale, Libero) mentre altre, al contrario, si sono fatte consumare da un’opposizione ideologica che non lasciava minimamente spazio all’inchiesta investigativa e al metodo giornalistico.

La polarizzazione, dunque, è stata una delle più grandi cause del danneggiamento del sistema informativo italiano e della complicazione dell’accesso dei cittadini a notizie imparziali e approfondite.

Ordine dei Giornalisti
Fonte: Reddit.

A tutta questa pressione indiretta sui lettori si è aggiunta quella diretta su giornali e giornalisti che hanno cercato di rimanere indipendenti e hanno subito tentativi di influenza nella linea editoriale, pressioni e querele, riduzione degli spazi o campagne diffamatorie. In questo frangente la precarietà del giornalismo italiano ha iniziato a mostrare la sua contraddizione e dipendenza dagli interessi economici, assecondando le influenze della politica pur di mantenere delle entrate.

Da ciò consegue la rottura del rapporto tra i lettori e il giornalista. Quest’ultimo, infatti, ha perso sempre più credibilità e viene considerato l’ennesima pedina mossa dai giocatori dello scontro politico.

È qui che l’apporto intellettuale e creativo del giornalista che è previsto dalla legge del 1963 cessa di esistere, la qualità non è più un requisito editoriale prioritario e si trasforma in un costo da tagliare.

Puri o impuri?

Questo rapporto di potere che contraddistingue l’editoria italiana non si esaurisce nella figura di Silvio Berlusconi, per quanto quest’ultimo ne rimanga la personificazione emblematica. Infatti, in Italia – a differenza di altri Paesi – la proprietà editoriale dei quotidiani è storicamente nelle mani di grandi gruppi industriali, bancari, commerciali e talvolta politici.

In questi casi gli interessi si diramano verso altre direzioni non strettamente legate all’editoria e, proprio per questo, si utilizza il termine ‘editori impuri’. Queste figure, infatti, spesso possiedono giornali cartacei, ma la fonte del loro guadagno non deriva unicamente da questo business.

Ordine dei Giornalisti
Fonte: Unsplash.

In questo modo, questi soggetti possono garantire una sicurezza economica più forte di quella degli editori puri (che invece hanno come unico obbiettivo l’informazione e la sola attività di pubblicazione).

Nel modello impuro, quindi, non è così strano che i grandi proprietari si interessino maggiormente ai ricavi degli altri settori piuttosto che alla qualità del prodotto informativo.

Tutti questi elementi sono la causa di almeno due problematiche che affliggono l’informazione italiana. Prima di tutto, se l’attenzione verso i soli interessi privati supera l’interesse per un’informazione di qualità, si rischia – come si è visto – la perdita di importanza del ruolo dei giornali.

In secondo luogo, le relazioni di interesse con industriali e imprenditori – che gestiscono i capitali del settore dell’informazione – sono il riflesso di barriere all’entrata sempre più basse, a cui i cittadini, spesso, a causa di motivi storici si sono abituati.

Un passo avanti e due indietro

Tra le ragioni storiche della scarsa evoluzione del panorama informativo ci sono anche quelle che hanno portato al posizionamento dell’Italia in coda ai Paesi che adottano il digitale come nuovo modello di business del giornalismo.

Il Digital News Report Italia 2025realizzato in collaborazione tra il Master di giornalismo “Giorgio Bocca” di Torino e il Reuters Institute dell’Università di Oxford – presenta dati di un Paese che rincorre la modernizzazione con l’acqua alla gola. Nel Report, i Paesi presi in considerazione e confrontati con l’Italia sono la Finlandia, la Francia, il Regno Unito, la Spagna e gli Stati Uniti.

Nel panorama italiano, tra le fonti di informazione, la televisione mantiene la leadership (più della metà degli intervistati la considera una fonte primaria) mentre l’online, come accennato, stenta a trovare slancio. Anzi, l’Italia in questo rimane fanalino di coda rispetto agli altri Paesi: solo la Francia le è dietro. La centralità storica del mezzo televisivo, come previsto, rimane.

Ordine dei Giornalisti
Copertina del Digital News Report Italia 2025.

La sfida del digitale

Nonostante questo, l’avvicinamento e l’utilizzo di formati digitali sta aumentando: podcast e chatbot iniziano a prendersi spazio nel panorama informativo, seppure con percentuali abbastanza irrilevanti (rispettivamente 6% e 4%). A tal proposito, è bene sottolineare che esistono eccezioni. Diverse testate digitali riescono a conquistare lettori in numero significativo – per la maggioranza giovani – tramite l’adozione di formati innovativi, strategie mirate a costruire un rapporto di fiducia tra la testata ed i lettori e la personalizzazione dei contenuti.

Ad esempio, il progetto User Needs de La stampa o il progetto Materia di VareseNews sono strategie adottate dalle testate per rispondere rispettivamente alle esigenze reali dei lettori e al bisogno fisico di ritrovare la comunità rendendo viva l’informazione.

Ulteriore esempio è quello del solution journalism, un giornalismo che racconta come le persone rispondono ai problemi della società e quali risultati ottengono. Riconoscersi in determinate problematiche e leggere soluzioni possibili è interessante per il pubblico, perché è possibilmente replicabile. Questo, inoltre, fa crescere in loro una maggiore fiducia verso le redazioni che se ne occupano.

L’altro dato significativo è, infatti, relativo alla fiducia nell’informazione, che sale al 36%. Questa, peraltro, è indirizzata alle testate considerate maggiormente obiettive, oltre che meno schierate. Tale tendenza conferma l’influenza che il modello editoriale impuro può avere nella percezione dell’informazione da parte dei cittadini.

L’attitudine descritta si collega alla sempre minore propensione dei lettori a pagare per accedere all’informazione. Dai dati si osserva che solamente il 9% degli italiani paga un abbonamento per accedere alle notizie online e il 69% non mostra alcun interesse nel farlo. In Italia “Chi paga per le notizie online è soprattutto un giovane uomo con reddito e istruzione elevati, politicamente centrista o di centrosinistra, con alto interesse per la politica e abituato a informarsi tramite testate tradizionali online” (p. 12 del Report).

Ordine dei Giornalisti
Fonte: Unsplash.

Il paradosso italiano

Infine, a contraddistinguere il nostro Paese rispetto a tutti gli altri è il ‘paradosso italiano’: l’Italia si classifica ultima in merito a interesse per le notizie, ma seconda per frequenza della loro fruizione.

Alla luce di questa osservazione, forse, sarebbe il caso di lavorare alle modalità di diffusione e alle piattaforme scelte per farlo. In questo modo, le motivazioni che spingono ancora i cittadini italiani ad informarsi potrebbero (dal momento che, anzi, dovrebbero) legarsi ad abitudini di fruizione più consapevoli e durature. Solo in questo modo sarà possibile superare la frammentarietà e la superficialità che contraddistinguono il modello di consumo attuale.

La perdita di credibilità e la polarizzazione originate dall’infotainment riflettono l’indisponibilità dei lettori a pagare per l’informazione, abituati a considerare le notizie merce gratuita di intrattenimento. Quel valore intellettuale che dovrebbe caratterizzare la professione giornalistica e che la legge del 1963 cerca di tutelare manca, attualmente, del pieno riconoscimento che gli spetta.

Federica Ciminari

(In copertina, foto di Affari Italiani)


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