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Il sistema dei David di Donatello – Quando il cinema perde di vista il proprio pubblico

cinema in crisi

Negli ultimi decenni il cinema in Italia ha assunto la configurazione di un sistema autoreferenziale, che parla, attraverso i propri film, quasi esclusivamente ad un piccolo numero di “addetti ai lavori” e impiegati del settore, ignorando il grande pubblico. Questa tendenza ha generato un sostanziale cortocircuito: come può funzionare un’industria finanziata con denaro pubblico che promuove (e premia) opere che non si misurano, in nome dell’arte, con lo spettatore?


Il cinema come incontro

Mio padre non andava quasi mai al cinema. Lavorava troppo, diceva, e poi a casa c’era la televisione. Ma una volta ogni tanto, di sabato sera, succedeva: si alzava dal divano, diceva “si va” senza spiegare dove, e si finiva in una sala buia a guardare qualcosa che lui aveva scelto senza consultare nessuno.

Non ricordo quasi nessuno di quei film.

Ricordo che uscendo, sul marciapiede, lui parlava. Non molto, non a lungo – due o tre frasi, a volte una sola. Ma parlava di ciò che aveva visto come se avesse incontrato qualcuno. Quella cosa lì, il cinema come incontro, è quello che continuo a cercare ogni volta che entro in una sala.

Ed è esattamente quello che il sistema dei David di Donatello ha smesso di cercare da un pezzo.

Il Fondo per il Cinema e l’Audiovisivo

Il Fondo per il Cinema e l’Audiovisivo è lo strumento con cui lo Stato italiano finanzia il settore dalla sua istituzione nel 2016 con la Legge Franceschini. Per quell’anno la dotazione era fissata a 400 milioni. È cresciuta nel tempo, fino a stabilizzarsi attorno ai 700 milioni annui come soglia minima garantita.

Con la manovra 2026, quella soglia è scesa: il decreto di riparto ufficiale del Ministero della Cultura pubblicato ad aprile fissa le risorse disponibili a 606 milioni di euro. I contributi selettivi – quelli destinati a opere di qualità artistica che difficilmente troverebbero un produttore privato – scendono a 41,7 milioni. La voce dedicata ad attrarre produzioni straniere in Italia vale invece 100 milioni, quasi il doppio e mezzo.

logo DGCA
Logo Direzione Generale Cinema e Audiovisivo (fonte: Boxoffice)

Non è una questione di cifre in astratto. Ma il problema non è neanche dove cadono i tagli: è che il sistema che viene tagliato non ha mai dimostrato di meritare quei soldi. Un’industria che usa il denaro pubblico senza rispondere al pubblico non è un’industria: è una rendita.

Il meccanismo alla base è quello del tax credit, che nel corso degli anni ha finito per creare un ecosistema in cui produrre un film era spesso più remunerativo che farlo vedere. Si produceva per intercettare il finanziamento, non per costruire un pubblico.

Il risultato è un’industria che ha smesso, almeno in parte, di comportarsi come tale: senza la pressione del mercato, senza spettatori da conquistare davvero, il cinema italiano ha sviluppato in compenso una rete fitta di relazioni istituzionali, festival, commissioni, premi. E i David al centro di tutto, a certificare ogni anno che il sistema funziona.

I David di Donatello e il pubblico

I film che vincono i David non devono necessariamente convincere il pubblico: devono convincere l’Accademia del Cinema Italiano, che è composta da chi fa cinema.

Si premia ciò che è stato finanziato con i criteri giusti, e si finanziano i progetti che sembrano premiabili secondo quegli stessi criteri. Il pubblico resta sullo sfondo, una variabile importante ma non determinante.

Eppure è il pubblico – i biglietti staccati, gli incassi di sala, la platea reale – l’unico indicatore oggettivo che un film abbia detto qualcosa a qualcuno. Il cinema che non si misura con il botteghino non è più coraggioso: è solo più protetto.

premio David di Donatello
Premio David di Donatello (Curatorial)

Sarebbe disonesto non nominare l’eccezione. Paolo Sorrentino ha lavorato dentro questo stesso sistema e ha prodotto risultati che il sistema raramente produce: La grande bellezza ha vinto l’Oscar nel 2014, Parthenope è stato distribuito in tutto il mondo, La Grazia ha trovato un pubblico internazionale che pochissimi film italiani raggiungono.

Ma l’eccezione di Sorrentino non convalida il sistema: lo smonta. Dimostra che quando un regista italiano produce qualcosa capace di parlare a un pubblico largo, quel film ce la fa da solo. Il sistema non lo ha creato: nella migliore delle ipotesi, non lo ha ostacolato.

La denuncia ai David di Donatello del 2026

Ai David del 2026, l’attrice Matilda De Angelis ha denunciato dal palco un “impoverimento culturale” del paese. Le parole erano misurate, il disagio sembrava autentico. Ma bisogna avere il coraggio di dirlo: quella denuncia era il prodotto più raffinato e più ipocrita di quel sistema.

De Angelis è un’attrice italiana di successo – internazionale, persino – e sceglie il palco dei David per lamentarsi dell’impoverimento culturale. Non del fatto che i film italiani si vedono in poche sale. Non del fatto che gli incassi crollano. Non del fatto che il pubblico italiano ha smesso di andare a vedere cinema italiano.

No: “impoverimento culturale”, nella vaghezza utile a tutti, nella formula che non impegna nessuno e che l’applauso trasforma in coraggio.

Il problema non è che il paese sia culturalmente povero. Il problema è che il cinema finanziato con denaro pubblico ha smesso di interessare le persone che quel denaro lo versano. E invece di dirlo, dal palco di Cinecittà si preferisce lamentarsi di tutto fuorché di questo.

La denuncia di De Angelis non era un atto di rottura: era la logica del sistema che si autoassolve. Il coraggio sarebbe stato dire: i nostri film non li va a vedere nessuno, e qualcuno deve rispondere di questo.

Un sistema autoreferenziale

Un cinema finanziato con soldi pubblici dovrebbe rispondere a criteri pubblici. E il più democratico dei criteri è uno solo: quante persone sono andate a vederlo. Non è una misura di qualità assoluta – esistono film grandi che hanno trovato pubblico piccolo, ed esiste spazzatura che riempie le sale.

Ma è l’unico termometro che misura se un’opera ha raggiunto qualcuno al di fuori della cerchia di chi l’ha prodotta. Un sistema che premia e finanzia senza mai chiedere “quanti biglietti?” non è un sistema culturale: è un sistema autoreferenziale che si finanzia da solo e si premia da solo, usando come scudo la parola cultura nel momento in cui qualcuno prova a fargli domande.

cinema vuoto
Fonte: Unsplash.

Un cinema per tutti

Il cinema che merita il sostegno pubblico è quello che cerca il pubblico, non quello che lo ignora in nome dell’arte. Non significa cinema commerciale nel senso deteriore – significa cinema che si assume il rischio di voler essere capito, di avere qualcosa da dire a qualcuno che non conosce già il regista, che non legge le riviste di settore, che non siede nelle giurie.

Significa un cinema per tutti, non nel senso della mediocrità di massa, ma nel senso del coraggio di misurarsi con chi sta fuori dalla stanza. Quel cinema esiste, in Italia, ma il sistema non lo cerca: lavora bene con i nomi che già conosce, con le storie che già riconosce premiabili.

Mio padre, il sabato sera, non sceglieva il film migliore secondo nessuna commissione. Sceglieva qualcosa che pensava potesse dirgli qualcosa. A volte funzionava, a volte no.

Ma era quella la domanda giusta: questo film ha qualcosa da dire a me? Finché il sistema dei David risponderà a un’altra domanda – questo film merita l’approvazione dell’Accademia? – il cinema italiano continuerà a produrre film premiati che nessuno va a vedere, e qualcuno sul palco continuerà a lamentarsene, convinto di essere coraggioso.

Angelo Bellardita

(In copertina, foto da Pexels)


Il sistema dei David di Donatello — Quando il cinema perde di vista il proprio pubblico è un articolo di Angelo Bellardita. Per altri articoli dell’autore, clicca qui!

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