Cultura

La banalizzazione della guerra, dalla trincea allo schermo 

banalizzazione della guerra

Nella prima metà del secolo scorso, i due conflitti mondiali hanno innescato un duplice processo di banalizzazione della guerra e brutalizzazione della politica. Questi fenomeni hanno continuato a evolvere indisturbati fino a oggi, quando lo scrolling compulsivo sui social ci impedisce di cogliere la portata delle catastrofi a cui assistiamo: le lasciamo scorrere via, con una quasi inconsapevole apatia.


Cartoline propagandistiche e soldatini-giocattolo: la banalizzazione della Grande Guerra 

Nel 1990 George L. Mosse, storico tedesco naturalizzato americano, pubblicò il saggio Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti.

In quest’opera si proponeva di indagare la profonda evoluzione del mito dell’esperienza della guerra e il suo progressivo radicamento nel processo di banalizzazione del conflitto e brutalizzazione della politica. 

Questo fenomeno si consolidò durante il primo conflitto mondiale, come strategia necessaria per rendere la guerra controllabile e familiare agli occhi della società moderna.

L’orrore della realtà delle trincee veniva filtrato e sminuito dalle immagini di eroismo e sacrificio dei soldati.  

All’interno di questa strategia di trasfigurazione, la cartolina illustrata emerse come uno dei mezzi di banalizzazione più efficaci.

Immagine: British Library

L’abitudine dei soldati di scrivere a casa costituiva, infatti, il principale canale di trasmissione dell’immagine della guerra e, data la sua primaria importanza, la corrispondenza epistolare finì per trasformarsi in un potente veicolo di semplificazione della realtà bellica.  

Le illustrazioni, di carattere propagandistico, erano spesso manipolate e mostravano una guerra controllabile da lontano. Nessuna di esse rappresentava feriti, e i soldati in trincea non sembravano mai direttamente toccati dal disagio della distruzione. La guerra diventò anche un gioco.

Dopo il primo conflitto mondiale fu avviata una produzione massiccia di soldatini in stagno e piccoli modellini, affinché i bambini potessero rievocare, giocando, le più famose battaglie del passato.

Questa riproduzione seriale di armamenti mirava a manipolare le menti dei più piccoli, trasformando il divertimento in uno strumento per alimentare inconsciamente il loro spirito militare.  

Anche sulle cartoline illustrate l’infanzia è ritratta in divisa.

Al posto delle armi da fuoco, tuttavia, i bambini impugnavano le spade, che richiamavano l’immaginario cavalleresco del valoroso combattente.

Dopo la fine della Grande Guerra, la cartolina continuò a essere utilizzata non solo come mezzo di comunicazione, ma anche come pezzo da collezione. Un fenomeno analogo interessò le Croci di Ferro e le granate, riconvertite in semplici fermacarte.  

Queste “memorie improprie”, come le definisce Mosse (p. 138), furono talmente normalizzate da dimenticarne l’origine e svuotarle di significato. In questo modo, il ricordo dell’orrore reale del conflitto fu contenuto e neutralizzato.

Tramite la banalizzazione, si riuscì a “far fronte alla guerra non esaltandola e glorificandola, ma rendendola qualcosa di familiare, qualcosa che la gente fosse in grado di scegliere e dominare” (p. 138).  

Un fotoreporter a una manifestazione (Foto: engin akyurt via Unsplash)

Nella nostra contemporaneità, questa tendenza sembra essersi invertita grazie al fotogiornalismo di guerra e alle riprese televisive dei giornalisti inviati al fronte, che documentano i conflitti con maggiore fedeltà.

Tuttavia, oggi è la reazione dell’osservatore a essere divenuta banalizzante. Il problema non risiede più nell’edulcorazione della realtà, ma nella nostra assuefazione a determinate immagini e tematiche.

Per quanto la visione di palazzi distrutti o corpi coperti da teli bianchi possa ancora farci gelare il sangue, sui social è sufficiente un rapido movimento del pollice verso l’alto per essere distratti da un contenuto diverso. 

La brutalizzazione durante il secondo conflitto mondiale 

Mentre il processo di banalizzazione trascese la realtà del primo conflitto mondiale, nel primo dopoguerra prese piede un fenomeno parallelo: la brutalizzazione della politica.

Questo, alimentato “dall’accettazione della guerra stessa” (p. 175) e dall’ascesa dei nazionalismi di massa, si tradusse nel trasferimento della violenza bellica nella vita quotidiana contro il nemico politico. L’odio crudele produsse una spietata volontà di annientamento dell’avversario, percepito con disumanità sulla base di stereotipi razziali e politici.

Da un lato, l’indifferenza verso la morte di massa crebbe a dismisura; dall’altro, il soldato valoroso e virile della propria fazione, caduto in battaglia, veniva sacralizzato come un martire sacrificatosi per il proprio ideale. Per Mosse, questo paradosso è centrale: la sacralizzazione del proprio eroe coesiste con la svalutazione della vita dell’avversario. 

L’efficacia di tali stereotipi crebbe negli anni Venti con l’avvento dei nuovi mezzi di comunicazione di massa. Al posto delle cartoline illustrate, presero piede le pubblicità e i giornali illustrati; l’odio per il nemico è espresso in prosa e in poesia; i film raccontavano la guerra come fosse un’avventura.

Goebbels arringa la folla (Foto: Wikimedia Commons).

La rappresentazione del secondo conflitto mondiale fu meno edulcorata: Joseph Goebbels, ad esempio, uno tra i più incriminati gerarchi nazisti, tentò di trovare un compromesso tra gli orrori della guerra che potevano essere mostrati al pubblico e quelli che sarebbe stato meglio occultare.

Questo realismo nell’informazione, insieme a eventi catastrofici come lo sgancio della bomba nucleare, favorì il crollo del mito della guerra, in voga fino a pochi anni prima.

Nel primo conflitto mondiale, la banalizzazione aveva alimentato la mitizzazione della guerra. Nel secondo, la brutalizzazione ne mostrò le conseguenze più estreme: la morte si trasformò in un fenomeno di massa che coinvolgeva indiscriminatamente tutte le vittime della violenza bellica, rendendo reale l’idea che la vita di ciascuno valesse “assai poco” (p. 176).  

Solo a distanza di decenni questa sensibilità è venuta meno, lasciando spazio a una profonda centralità dell’individuo e al passaggio da una visione puramente quantitativa della vita umana a una qualitativa, che dà valore al benessere psico-fisico del singolo.

Lo sguardo sullo schermo:desensibilizzazione nell’età dei media  

Nella corrente ‘età dei media’ si può identificare una terza declinazione del processo di banalizzazione: quella per saturazione ed evanescenza algoritmica. Il conflitto bellico e la propaganda politica sono frammentati e inseriti in un flusso di intrattenimento continuo.

Il rischio che ne deriva è che il valore della vita umana possa essere pesato in base alle metriche dell’ingaggio digitale. Lo scrolling infinito abbassa il livello di attenzione.

L’esposizione a stimoli brevi attiva i circuiti cerebrali della dopamina, legati alla ricompensa immediata, e al contempo genera un sovraccarico informativo, compromettendo la nostra capacità di elaborazione critica.

Inoltre, appiattisce i contenuti, privando ogni singola informazione della sua gravità intrinseca e impedendoci di formulare per ognuna la corretta risposta emotiva.

Alcuni social media (Foto: Berke Citak via Unsplash)

Il risultato di tutto ciò è una graduale desensibilizzazione, a sua volta basata sul funzionamento del nostro sistema limbico. La visione di immagini crude attiva l’amigdala – centro delle emozioni e sistema d’allarme del cervello – che interpreta la violenza di ciò che stiamo guardando come una minaccia vitale.

Tuttavia, la ripetizione e la decontestualizzazione delle notizie portano a un adattamento sensoriale che attenua la risposta emotiva.

La violenza non è più percepita come una minaccia, bensì come un elemento ordinario e familiare. In questo processo, lo schermo funge da filtro deformante: le immagini che scorrono velocemente davanti ai nostri occhi sono ancorate, è vero, alla realtà dei fatti, ma a una realtà percepita come distante.

Anche la risposta cognitiva dell’empatia è ostacolata da questa barriera: un video della durata di trenta secondi non permette né al cervello né alla componente emotiva di elaborare la dignità del dolore, trasformando la sofferenza altrui in uno spettacolo sempre meno coinvolgente.  

La devastazione di Gaza (Foto: Global Panorama via Flickr)

Se da un lato la sovraesposizione ci anestetizza, dall’altro l’omissione di conflitti minori è una diversa forma di banalizzazione: quella per l’assenza. Una guerra non esiste se non compare nel feed, e viene eliminata dalla coscienza collettiva globale semplicemente perché non genera engagement.  

I continui stimoli traumatici a cui è sottoposto il nostro cervello attivano i circuiti neurobiologici dello stress, portando a una sensazione di svuotamento emotivo e, conseguentemente, all’apatia e al disimpegno sociale. La nostra indifferenza, quindi, non poggia su basi morali, ma su un’incapacità biologica di sostenere un livello di empatia proporzionato alla quantità di orrore che vediamo.

Una nuova sensibilità o il consenso silenzioso dei nostri algoritmi? 

Accanto ai processi descritti, negli ultimi tempi sembra stia emergendo, soprattutto tra i giovani, una tendenza opposta e potente: una sensibilità accresciuta verso il tema dei diritti umani e della dignità della persona. Le nuove generazioni manifestano una rinnovata consapevolezza politica e civica, e sono capaci di trasformare la tecnologia in uno strumento di resistenza, informazione e comunicazione.  

A causa dell’eccessiva esposizione a notizie negative di varia natura, la Generazione Z ha maturato la percezione di essere immersa in una situazione di onnipresente rischio e precarietà.

Questo ha eroso la fiducia nelle istituzioni tradizionali, spostando l’impegno verso forme di attivismo orizzontali e digitali. Tuttavia, visti gli ultimi sviluppi geopolitici sul riarmo, sorge un dubbio inquietante: è possibile che l’accessibilità totale e costante delle notizie sulla guerra sia diventata uno strumento per abituare la mente collettiva all’idea stessa della guerra?  

Soldati ucraini sparano con un mortaio (Foto: Ministero della difesa russo via Flickr)

Inserito all’interno di uno scrolling incessante, il concetto di conflitto viene reso ‘banale’ e accettabile. La guerra in Ucraina, il genocidio in Palestina, il conflitto in Iran sono diventati un rumore di fondo, sempre presente ma inafferrabile.

Leggiamo delle vittime quotidiane con una rassegnazione quasi burocratica, in cui il concetto di sacralità della vita sembra svanire sotto il peso di una statistica digitale.  

Ci si chiede, allora, se nonostante l’emersione di una nuova sensibilità non stiamo collettivamente tornando indietro, a un’epoca in cui la guerra e la morte sono ancora banalizzate, stavolta con il consenso silenzioso dei nostri algoritmi.

Chiara Rapiti

(In copertina immagine di Hasan Almasi / Unsplash)


“La banalizzazione della guerra, dallo sguardo in trincea a quello sullo schermo” è un articolo di Chiara RapitiClicca qui per altri articoli di Cultura!

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