L’11 maggio le Librerie.coop Ambasciatori hanno ospitato Francesca Crescentini, conosciuta sui social come @tegamini (qui il suo blog), per la presentazione del suo primo romanzo, “La vendetta è un ballo in maschera. Un anno con ‘Il conte di Montecristo’” (Einaudi, 2026): in questa opera, l’autrice guida i lettori in un originale esperimento metaletterario, intrecciando le vicende del celebre “Conte di Montecristo” con la rocambolesca vita di Alexandre Dumas e divertenti aneddoti della propria quotidianità. Riportiamo qui di seguito la trascrizione dell’evento, moderato da Davide Lamandini, caporedattore di Giovani Reporter. Tra i tanti temi, il fascino immortale dei classici, i sentimenti che ci legano ai grandi romanzi d’appendice e la lezione più importante del “Conte”: che dobbiamo imparare, nel corso della vita, ad “attendere e sperare”.
Davide Lamandini: Allora, ti ringrazio Francesca per essere qui. Volevo partire facendo una domanda al pubblico, per cambiare un po’. Volevo chiedere, sinceramente: chi di voi ha letto Il conte di Montecristo? O perlomeno lo ha iniziato?
Francesca Crescentini: Secondo me in tanti. Non voglio fare un sondaggio serio, bisognerebbe farlo con campioni vasti, ma questo gioco l’abbiamo fatto diverse volte e devo dire che stasera qui siamo sopra la media.
Davide Lamandini: Dico che dovremmo interrogarli perché nel tuo libro scrivi che i grandi classici sono un territorio dove si mente molto spesso! Però, dato che in tanti lo hanno letto, possiamo fare riferimenti alla trama in totale libertà…
Francesca Crescentini: Ma sì, dai, facciamolo! Anche perché con i classici non so mai quanto ci si debba preoccupare degli spoiler.
Mi ricordo una volta, tanti anni fa, in cui mi ero messa a commentare in diretta su Twitter la lettura di Anna Karenina, con l’hashtag #AnnaSottoIlTreno. Fui sgridata tantissimo perché avevo rivelato il finale!
Ecco, in quel caso fu un problema.
Però ho deciso che, passati centocinquant’anni – e qua siamo quasi a duecento con il Montecristo – se ne può parlare in relativa libertà. Anche perché la storia è talmente ingarbugliata che, se uno si mette a leggerla per i fatti suoi, genera comunque continua sorpresa. Non vi perdete nulla.
Davide Lamandini: Anche perché parliamo di milleduecento pagine o giù di lì! Allora parto chiedendoti: qual è il tuo rapporto con Il conte di Montecristo e come sei arrivata a scriverci un libro – La vendetta è un ballo in maschera, appunto?
Francesca Crescentini: Ci sono arrivata perché tutti quanti, a un certo punto, magari ascoltando conversazioni tra amici, ci rendiamo conto di quanti classici dobbiamo ancora leggere.
È una cosa che si vive inevitabilmente con una forma di vergogna e di autoflagellazione. E qui si torna a quello che dicevamo prima: la gente mente spudoratamente su ciò che ha letto per coprire le proprie mancanze, confidando nel fatto che nessuno ti chiederà mai il riassunto esatto della trama.
Io però ero sinceramente incuriosita. Era un momento in cui c’era molto fermento intorno a Montecristo e mi sono detta: non l’ho mai letto e forse, proprio in questo momento, ho bisogno di una storia in cui non ci sia un eroe luminoso, ma un protagonista che si fa carico di una cosa sporca e difficile, qualcosa che lo può perfino deformare.

Un uomo che si vendica con grande caparbietà ed efficacia. Ho pensato: “Proviamo a caricare sulle spalle di Edmond Dantès un po’ delle cose che fanno arrabbiare me e per le quali sento il bisogno di giustizia; vediamo se se le porta via lui e mi alleggerisce il carico”.
Sono partita con l’idea di godermi questo “classicone” che mi mancava, di colmare il mio ritardo, per vedere cosa succedeva. Poi, che tutto questo sarebbe diventato un libro, l’ho scoperto anch’io mentre lo scrivevo.
Davide Lamandini: E hai trovato diversi parallelismi con la tua vita. Adesso, per chi non ha letto il libro, non c’è da preoccuparsi…
Francesca Crescentini: Che finisco al Castello d’If in una segreta? No, questa cosa non è accaduta, neanche ad Azkaban, devo dire!
Davide Lamandini: Però intrecci diversi piani all’interno del romanzo. Racconti la storia del Conte – a beneficio di chi non ha letto l’originale o di chi l’ha letto alle medie e non si ricorda tutto – e poi decidi di aggiungere anche la storia di Alexandre Dumas, partendo dalla sua famiglia. Cos’è esattamente questo libro? Un po’ auto-fiction, un po’ romanzo, critica letteraria, diario, saggio…
Francesca Crescentini: Per me è un pazzo esperimento metaletterario. La cosa che mi ha divertito di più è stata avere un’idea e costruire il libro insieme a chi legge, strada facendo. Mi piacciono molto i testi sperimentali che ti dichiarano subito l’intento: vorrei fare questo tentativo, documentare questo viaggio, imparare delle cose e raccontare cosa succede.
Ho iniziato dandomi delle regole: leggiamo il Montecristo, tiriamo fuori quello che risuona nel mondo reale e diamogli spazio. È un aspetto che spesso dimentichiamo, o che non ci piace narrare perché pensiamo sia meno “nobile”. La verità è che non si legge mai nelle condizioni ideali da Instagram, con il caminetto scoppiettante, la copertina e la tisana fumante. Si legge in circostanze disperate: in piedi sui mezzi pubblici, accalcati, o quando siamo stanche morte. Volevo che il mondo reale filtrasse dentro la pagina.
Tutto il pezzo biografico su Dumas è nato dal mio desiderio di assecondare le curiosità. Di lui sappiamo che è stato amatissimo, che era un po’ un “soggettone” con una gestione dei soldi discutibile, ma approfondendo mi sono resa conto che la sua vita era molto più ricca e romanzesca dei suoi stessi romanzi.
Visto che considero la lettura una relazione e mi piace chiacchierare, ho fatto partecipare tutti al viaggio: i personaggi, me stessa e ovviamente l’autore. E la sua storia è davvero assurda.
Davide Lamandini: Faccio una domanda generale, poi entriamo un po’ nello specifico: cosa hai trovato dentro questo libro?
Francesca Crescentini: Ho trovato quello che tutti ci aspettiamo, ovvero l’archetipo della vendetta, ma mi sono anche accorta che è un libro molto più complesso di così. Come accade con i grandi classici, ci sono elementi che continuano a parlarci a distanza di due secoli. Perché? Perché troviamo sentimenti e dinamiche familiari.
Alla base ci sono passioni umane: l’invidia professionale, la gelosia sentimentale, un procuratore del re che, per pura ambizione, seppellisce un innocente in una cella buia. C’è un cuore in questi libri che continua a battere.

Quando troviamo un istinto così umano, siamo molto più disposti a stare al gioco e a farci trasportare dall’esagerazione romanzesca, perché ci rivediamo qualcosa di nostro.
Davide Lamandini: Nel tuo libro racconti lo sviluppo del Conte e lo intrecci con la tua vita personale, creando un legame con gli strumenti narrativi di Alexandre Dumas…
Francesca Crescentini: Quello che volevo fare era trovare nel libro degli attrezzi per aggiustare le cose che non riuscivo a spiegarmi. Io ho un approccio alla vita piuttosto surreale e, paradossalmente, questo aiuta. Quando ti succedono cose che sfuggono alla logica, gli strumenti razionali di base non bastano.
Mi è venuto spontaneo non trattare il libro come un monumento intoccabile, perché avrebbe significato fare un torto a Dumas, che era uno scrittore fieramente popolare, nell’accezione migliore del termine. Il conte di Montecristo è nato per avvincere il pubblico. Da lì sono partita per pescare delle “lucine” che illuminassero il mio cammino.
Non pretendo mai che un libro mi cambi necessariamente la vita e non credo alla biblioterapia “su misura” (del tipo: “ho questo problema, dammi il libro esatto per risolverlo”). Credo però nel rendersi disponibili allo stupore. Quando tra le pagine trovi qualcosa che ti aiuta a sciogliere un nodo interiore che si era incastrato, è una sorpresa bellissima che fa bene al nostro percorso.
Davide Lamandini: Prima dell’incontro parlavo con alcune persone e una lettrice mi ha fatto un discorso molto poetico sul ruolo del Conte di Montecristo nella letteratura. Un’altra, invece, mi ha detto senza mezzi termini: “Il Conte è un po’ come Batman”.
Francesca Crescentini: Io appoggio la mozione Batman per tutta la vita! Pensiamoci: Dantès all’inizio è un ragazzo di diciannove anni, bravo nel suo lavoro su un vascello mercantile. Diventa capitano giovanissimo e sa farsi rispettare, ma è un ragazzo semplice, senza grilli per la testa.
Davide Lamandini: È il classico eroe buono.
Francesca Crescentini: È un “patatone”, non c’è nulla che ci faccia presagire cosa diventerà. Dumas lo costruisce volutamente così: se Dantès non fosse così puro e innocente, nel lettore non scatterebbe un’indignazione devastante quando viene ingiustamente rinchiuso al Castello d’If.
In prigione, però, lui trova il suo vero tesoro: l’Abate Faria. Mentre Batman è ricco e sveglio di suo, Dantès viene educato in carcere dall’Abate, che gli insegna tutto il necessario per vincere quattordici premi Nobel.

Il fatto che poi vada sull’isola di Montecristo a dissotterrare tonnellate d’oro è quasi un bonus. Ma è grazie a Faria che acquisisce le capacità intellettuali per fare quello che farà dopo: vendicarsi metodicamente. Quindi sì, è l’eroe oscuro di cui avevamo bisogno.
Davide Lamandini: Però, non sono sicuro che il Conte sia il tuo personaggio preferito. A un certo punto del libro scrivi che hai quasi un debole per uno dei cattivi: Villefort. Ci spieghi questa cosa?
Francesca Crescentini: Se dobbiamo fare la gerarchia dei cattivi del romanzo, ne abbiamo tre. C’è Danglars, il contabile viscido e rosicone, che odia Dantès per pura invidia professionale.
Poi c’è il povero Fernand, che odia Dantès semplicemente perché è il fidanzato di Mercedes, la donna che lui ama.
E poi c’è Villefort, il procuratore del re. Lui non conosce minimamente Dantès, se lo ritrova davanti per caso. Villefort è un mostro mosso unicamente dall’ambizione: serve solo se stesso e la sua carriera.
Paradossalmente, quando molto tempo dopo il Conte arriva a Parigi per compiere la sua vendetta, Villefort è l’unico con cui Montecristo si prende la briga di chiacchierare davvero, instaurando dialoghi che vanno oltre la pura formalità.
Davide Lamandini: All’inizio Villefort si rende subito conto che Dantès è innocente, è pronto a scagionarlo. Poi però entra in gioco qualcos’altro…
Francesca Crescentini: Esatto. All’inizio gli dice: “Non ti preoccupare, risolviamo subito, fammi solo vedere questa lettera”. Leggendola, però, si accorge che è indirizzata a suo padre, un fervente bonapartista.
Villefort, che aveva persino cambiato cognome per allinearsi al nuovo regime realista, capisce che quella lettera potrebbe distruggere la sua carriera. Così decide che la sua posizione sociale vale più della vita di Dantès. E lo fa sparire per sempre… o almeno così crede.
Davide Lamandini: C’è un parallelismo con la vera vita di Dumas in tutto questo?
Francesca Crescentini: Secondo me Dumas ha sempre desiderato essere riconosciuto dall’alta società letteraria.
È stato amatissimo dal pubblico, ma veniva spesso trattato come un provincialone, un parvenu. Questo perché le condizioni di partenza contano: suo padre era stato un grande generale di Napoleone, ma era figlio di una schiava creola, e la famiglia era caduta in disgrazia.

Il padre di Dumas fu maltrattato da Napoleone per aver messo in dubbio la sua sete di gloria personale: gli furono tolti i gradi, la pensione e finì persino in prigione a Taranto. Quindi, più che in Villefort, credo che Dumas si rifletta profondamente in Dantès.
Molti biografi vedono nella scrittura di questo romanzo una sua personale rivalsa: per i torti subiti dal padre, ma anche per il modo snob in cui lui stesso veniva trattato dalla critica dell’epoca.
Davide Lamandini: Volevo leggere un estratto dal libro. È una citazione celebre, e svelerò solo dopo chi l’ha pronunciata: “…uno dei romanzi più avvincenti di tutti i tempi e di tutta la letteratura”. Cosa c’è di così speciale in questo libro?
Francesca Crescentini: Qui Umberto Eco stava riflettendo su quanto avesse voglia di ritradurre Il conte di Montecristo.
Einaudi gli aveva chiesto di fare questo esperimento che richiedeva un immane coraggio. Lui aveva provato a tradurne un centinaio di pagine, ma poi si era arreso, rendendosi conto della mole infinita di cartelle da affrontare e, soprattutto, scontrandosi con i grandi dilemmi stilistici di Dumas.
Alla fine aveva capito che il romanzo andava accettato esattamente così com’era, compresa la necessità di farsi prendere un po’ in giro e di tollerare le sue imperfezioni, figlie di come è nato il libro, della sua epoca e della modalità di produzione a puntate.
Eco aveva deciso che si poteva tranquillamente definire un libro meraviglioso ammettendo però, senza rischiare di essere arsi vivi per eresia, che ci sono diverse ridondanze. Insomma, possiamo dircelo serenamente.
Davide Lamandini: Bisognava tagliare qualche pagina…
Francesca Crescentini: Esatto! È molto divertente anche l’osservazione che Eco fa sui dialoghi: se ti pagano a righe e devi assicurarti un posto sul giornale per parecchio tempo, ti viene in mente di allungare il brodo.
Invece di dire una cosa sinteticamente, fai conversare i personaggi per mezza pagina scambiandosi solo “sì”, “no”, “bonsoir monsieur”, “bonjour” e via, hai riempito una pagina di soli convenevoli! Eco paragona questi scambi alle conversazioni che facciamo in ascensore, quando non abbiamo niente da dirci ma ci sentiamo in imbarazzo.

Quindi, capita che i personaggi di Dumas si facciano dei gran bei “giri in ascensore”, ma noi lettori chiudiamo un occhio. Io, almeno, mi sono scoperta estremamente disponibile a farmi prendere in giro in questo senso.
Davide Lamandini: Sei stata anche disposta a prenderti in giro da sola, inserendo nel libro aneddoti della tua vita di tutti i giorni e cose vissute nell’anno in cui leggevi il Conte. Vuoi raccontarci un esempio?
Francesca Crescentini: Ce ne sono tantissimi!
Ho iniziato a riconoscere dei temi che avevo voglia di raccontare notando un elemento presente fin da subito nel Montecristo: tutti parlano ossessivamente di soldi. È una cosa devastante, un farsi i conti in tasca continuo. I soldi vengono utilizzati in una maniera che ci risulta estremamente familiare ancora oggi, ovvero come proiezione per stabilire il nostro status, per definire dove ci troviamo nella “catena alimentare”.
Ed era un problema presentissimo anche per Dumas. Lui partì per Parigi letteralmente con quattro franchi in tasca, arrabattandosi moltissimo prima di trovare un lavoro prestigioso.
Nel frattempo, ha avuto un figlio – Alexandre Dumas figlio è stato un incidente di percorso, arrivato quando era giovanissimo – e si è ritrovato con una famiglia da mantenere. Ha cambiato un milione di case, spendeva in modo esagerato.
Poi è arrivato il successo, ma il suo rapporto con le finanze non è certo migliorato. Nei suoi libri i personaggi pagano cifre esorbitanti, e questo è molto rivelatore. Osservare come Dumas dissipasse i suoi guadagni senza capire come amministrarli è stato il mio primo aggancio.
Era convinto che il suo talento e la sua vena creativa non si sarebbero mai esauriti, e ragionava così: “Cosa li metto via a fare, i soldi, se questa inesauribile fonte di storie continuerà sempre a scorrere?”.
Davide Lamandini: Però è andata peggio alla tua commercialista, che nel tuo libro si è beccata un parallelismo con Danglars!
Francesca Crescentini: Povera Carlotta! Ha dovuto anche avviare una presentazione!
Ma con la mia commercialista mi trovo benissimo, anche se a lei rivolgo sempre domande esilaranti per l’imbarazzo che suscitano, confessandole regolarmente che non sono in grado di comprendere la materia fiscale. Lei ormai è abituata. E, comunque, Carlotta perdonami, alla fine Danglars sarà anche spregevole, ma diventa un ricchissimo banchiere!
Ce la fa alla grande, quindi vedi tu come vuoi proseguire nella tua carriera!
Davide Lamandini: Tornando ai meccanismi dell’editoria: Dumas non ha scritto da solo questo libro. Ho letto il nome di Auguste Maquet, che però non è mai indicato in copertina come coautore. Chi è Auguste Maquet e che fine ha fatto?
Francesca Crescentini: Che fine ha fatto? Adesso è sepolto al Père-Lachaise, e a un certo punto, sulle pareti della sua cappella, gli hanno scolpito l’intera bibliografia dei libri e delle opere scritte in tandem con Dumas. Però sui frontespizi lui non c’è mai.
All’epoca la cosa destò enorme scandalo. Dumas suscitava polemiche costanti: era pittoresco, un po’ spaccone, ingombrante. Non era il benvenuto nei salotti della letteratura “nobile”. Però, negli anni ‘40 dell’Ottocento, aveva spazzato via la concorrenza con i romanzi a puntate. In pochi anni scrisse capolavori a raffica: I tre moschettieri, Il Conte di Montecristo, La Regina Margot… Una produzione spropositata.

Un suo grande accusatore, Eugène de Mirecourt, scrisse un pamphlet velenosissimo per denunciare il fatto che Dumas plagiasse e avesse uno scantinato pieno di ghostwriter sfruttati che producevano per lui mentre lui faceva la bella vita, senza ovviamente offrire alcun credit. Il pamphlet però era così sgraziato, volgare e razzista nei confronti delle origini di Dumas, che divenne un boomerang e Dumas vinse la causa legale.
Detto questo, Maquet l’aveva aiutato davvero e ha avuto un ruolo fondamentale in questo romanzo. Fondamentalmente Maquet scriveva il canovaccio, poi Dumas lo riprendeva in mano e gli dava anima e stile.
La mano di Maquet fu cruciale a livello strutturale: all’inizio Dumas aveva ambientato le prime scene a Roma, senza dare a Dantès Marsiglia come città d’origine.
Ed è proprio Marsiglia che gli dà il movente, l’anima, la spinta per la vendetta!
Davide Lamandini: Nel tuo libro arrivi a dire che sì, il pretesto narrativo è la vendetta, ma Il conte di Montecristonon parla veramente di quello. Di cosa parla allora?
Francesca Crescentini: Sono convinta che parli del tempo: come lo attraversiamo e quali effetti ha sulle persone. La vendetta è un sentimento che viviamo a livello viscerale; solo la razionalità e le strutture legali ci portano a smarcarci da questo istinto. Dantès si vendica perché si sente in diritto di farlo in quanto anima pura e innocente.
Ma ti puoi vendicare solo se stravolgi la percezione del tempo: prendi il tuo passato, lo piazzi al posto del futuro e continui a vivere unicamente in funzione di quella missione, illudendoti di poter ricomporre un mondo che ti ha ferito.
Una ricomposizione che, però, non avviene mai per davvero. Il male che subiamo diventa un pezzo di noi, ci deforma e non si torna mai quelli di prima. Dantès usa varie maschere nel libro, che poi piano piano si sgretolano. A un certo punto molla il colpo: capisce che spingendosi così in là si è sporcato molto più di quanto fosse disposto ad accettare.
E lì, in quel momento, ricompone il tempo. Si accorge di avere davanti l’orizzonte sgombro di un futuro vero, non più dettato dai fantasmi di ciò che è successo. Per me il fulcro del libro è una meditazione su come percepiamo e costruiamo il nostro tempo.
Davide Lamandini: Anche perché alla fine del romanzo resta poco di Edmond Dantès. A un certo punto scrivi: “Dopo mille e passa pagine, dai cocci e dai frantumi di maschere rotte, spunta solo un cristallizzato bisogno di felicità”. Di che felicità si tratta?
Francesca Crescentini: Dantès stesso si ritrova un po’ sorpreso dal suo lieto fine, quasi fatica a crederci. È molto difficile dire a priori: “Questa strada mi renderà felice, questo obiettivo è quello giusto”.
Riagganciandoci al discorso del tempo, forse la felicità sta nel riuscire a centrarsi nel presente, lasciando che il futuro si costruisca un po’ da solo. Riconoscere le cose basilari che ci mandano avanti ora, anziché correre all’infinito pensando “la felicità è laggiù”.

Si tratta di chiedersi: oggi, nel presente, cosa sono autorizzato a sentire?
Davide Lamandini: Il finale è proiettato nel futuro, mentre per tutto il resto del romanzo il protagonista non aveva fatto altro che guardare indietro.
Francesca Crescentini: In realtà noi lettori non sappiamo esattamente dove lui vada alla fine. Lo salutiamo dalla spiaggia, mentre veleggia verso l’orizzonte.
Ma la cosa che lascia in eredità ai suoi protetti è una lettera con le parole più celebri del romanzo: “Attendere e sperare”. Cosa ci dice un personaggio che se ne va e ti affida il domani in questo modo?
Ti sta passando la capacità di dare alle cose il tempo necessario e di sperare in ciò che non si è ancora concretizzato. Se vedi che un’anima così spezzata riesce a tirarsi fuori dal male subìto e causato, ti dici che, anche se abbiamo mandato giù dei rospi giganti, forse vale davvero la pena di attendere e sperare di trovare gli strumenti per “aggiustarci”.
Davide Lamandini: Per concludere: nel libro tu riprendi questo celebre “attendere e sperare” e lo applichi alla lettura in generale. Quando leggiamo un libro, a maggior ragione un classico così monumentale, in fondo stiamo attendendo e sperando?
Francesca Crescentini: C’è una componente di immensa speranza nella lettura. Come dicevamo, i nostri strumenti per comprendere il mondo sono spesso insufficienti.
Io ho sempre letto un po’ per rifugio, un po’ per scoprire punti di vista inimmaginabili. Non credo al bisogno di doversi sempre “immedesimare”. A volte i libri non devono farti da specchio, ma mostrarti qualcosa di inaspettato.
Rendersi disponibili a questo richiede fiducia. Una fiducia che spesso ci manca nella vita reale, ma che possiamo allenare leggendo. Anche quando un libro ti sta prendendo deliberatamente in giro con scene esagerate!
Davide Lamandini: E pensa a Dantès che si tuffa! Penso che oggi un editor l’avrebbe segnata in rosso quella scena.
Francesca Crescentini: Esatto! Viene buttato giù dal muraglione del Castello d’If di notte, nella tempesta, chiuso in un sacco con una palla di cannone ai piedi. E poi nuota per cinque chilometri nonostante sia stato in una cella per quattordici anni!
La cosa favolosa è che Dumas per primo sa che è assurdo. Infatti, appena Dantès tocca l’acqua, l’autore si sente in dovere di aggiungere: “Del resto, lo sapevano tutti che Dantès era il nuotatore più formidabile di Marsiglia”.
Ti lancia questa frase perché sa che tu potresti alzare la mano e dire: “Scusi, ma è impossibile!”. E invece tu ti accomodi in poltrona e dici: “Va bene, vincerà le Olimpiadi!”, sei ben contenta di farti prendere in giro.
Ecco, è un tipo di fiducia e di predisposizione allo stupore positivo che vorrei riuscissimo a ritrovare anche nella normalità, senza essere ingenui, ma semplicemente fiduciosi.
Davide Lamandini: Un’ultima domanda per chiudere in dolcezza: qual è un classico che non hai ancora letto e che ti manca?
Francesca Crescentini: Ah, a me mancano un sacco di russi! Ne ho letti alcuni – Delitto e castigo resterà per sempre tra i miei preferiti in assoluto – ma vorrei leggere gli altri “mattoni” russi, nel senso più affettuoso del termine.
I grandi tomi sono una cosa bella.

A volte leggo le recensioni a una stella del Montecristo online: c’è chi lo critica perché “è un polpettone”. Odio questo termine!
Ecco, mi mancano quei meravigliosi, enormi romanzi russi. E comunque, ragazzi: non dobbiamo vergognarci delle nostre lacune letterarie!
Davide Lamandini: Esatto, non vergognatevi! Ammettete tranquillamente quali classici vi mancano!
Un evento a cura di Davide Lamandini.
(In copertina e nell’articolo foto di Mattia Belletti)
L’intervista a Francesca Crescentini (@tegamini), a partire dal romanzo La vendetta è un ballo in maschera, è stata realizzata con la collaborazione con Librerie Coop Ambasciatori e Giulio Einaudi editore. Un ringraziamento particolare a Francesca Crescentini e Giuditta Bonfiglioli. Leggi tutte le interviste di Giovani Reporter!
