Cultura

“L’invenzione del colore” di Christian Raimo – Estetica di ciò che non si vede (Premio Strega 2026)

Copertina Raimo

L’invenzione del colore (La Nave di Teseo, 2026), l’ultimo romanzo di Christian Raimo candidato al Premio Strega 2026, è un libro che intinge le pagine bianche delle più svariate sfumature: dal rosso dell’amore, al giallo delle vicende studentesche fino al marrone del macchinoso sistema industriale novecentesco. Raimo restituisce un’intera tavolozza che mescola sogno e realtà, passato e presente, famiglia e amore; alla fine, però, il pennello dell’artista delinea una sola figura: il contorno di sé stesso.


Sulle tracce di Christian Raimo

Christian Raimo – fratello maggiore della nota scrittrice Veronica Raimo – è insegnante, giornalista e scrittore. Limitatamente alla scrittura, collabora non solo con il cinema, la radio e la televisione, ma anche con diverse riviste letterarie (Liberatura, Elliot-narrazioni, Accattone, Il Maleppeggio), quotidiani (Il Manifesto, Liberazione) e case editrici. Per Minimum Fax pubblica nel 2001 il suo esordio letterario, Latte, una raccolta di racconti. Invece, il suo primo romanzo, Il peso della grazia, esce nel 2012 per Einaudi.

L’invenzione del colore è un romanzo di formazione in cui l’autore espone le vicende che coinvolgono la sua famiglia, il contatto diretto con i suoi studenti e la spirale amorosa che lo avvolge.

Sullo sfondo del romanzo è costante il parallelismo tra la vita di Raimo e quella del padre. Si costruisce così un curioso ponte tra presente e passato: Christian Raimo, ormai cinquantenne, a dieci anni dalla morte del padre Raffaele continua a essere tormentato nei sogni dalla sua presenza.

Dunque, l’amore del figlio emerge attraverso l’impacciata indagine nel passato del padre, ripercorrendo le sue tracce sia nell’ambiente di lavoro che nelle relazioni con i suoi ex colleghi. Questa ricerca lo accompagna per tutto il romanzo, portandolo a riconoscere di somigliargli più di quanto avesse immaginato.

Sì, ci assomiglio, avevo ammesso, più invecchio più ci assomiglio,
anche se non capisco se è un destino genetico
oppure una specie di parziale compensazione alla sua mancanza,
una sostituzione del mio corpo al suo.

L’invenzione del colore (p. 268)

Il colore non esiste (finché non lo inventiamo)

Il titolo, L’invenzione del colore, riprende la professione del padre: Raffaele Raimo lavora come chimico alla Technicolor di Roma – storica realtà nata nel 1957 legata al cinema analogico – per 35 anni e contribuisce, assieme al collega Ernesto Novelli, a un’invenzione epocale.

Technicolor Roma
Foto: La Repubblica.

Ideano il metodo ENR, ossia una tecnica di correzione del colore – utilizzata ad esempio in Apocalypse Now – che rivoluziona la storia del cinema e che fa della città di Roma una eccellenza agli occhi del mondo, diventando tra gli anni 50′ e gli anni 80′ la capitale della post-produzione cinematografica. Per molto tempo, soprattutto quando il lavoro su pellicola è centrale, la Technicolor rappresenta un punto di riferimento per l’industria audiovisiva italiana. Il laboratorio di Via Tiburtina ha contribuito non solo a grandi produzioni hollywoodiane ma ha anche favorito grandissimi registi come Federico Fellini, Sergio Leone e Pier Paolo Pasolini.

Video: Youtube.

Tuttavia con il passaggio al digitale e la crisi del settore, lo stabilimento romano è costretto a perdere attività fino alla chiusura. Questo dettaglio ha delle ripercussioni sui dipendenti, padre di Raimo compreso: tutti licenziati.

L’inganno di ciò che non si vede

Il metodo a tre pellicole (o Three-Strip Technicolor) è stato uno dei primi sistemi che ha permesso di realizzare film a colori di alta qualità, soprattutto tra gli anni ’30 e ’50. Questa speciale cinepresa registrava l’immagine su tre pellicole contemporaneamente, dove ognuna registrava un solo colore: una il rosso, una il verde e una il blu. Dalle tre pellicole si creavano delle matrici che venivano usate per trasferire altri tre coloranti: il ciano, il magenta e il giallo.

Come si otteneva il film a colori?

I tre strati di colore venivano stampati uno sopra l’altro sulla copia finale: quando la luce attraversava l’immagine, l’occhio percepiva tutti i colori della scena originale. Questo metodo produceva colori molto vividi e stabili nel tempo. Molti film classici devono il loro aspetto caratteristico al Technicolor, come: The Wizard of Oz (il mago di Oz).

Tuttavia nel libro, il focus narrativo viene posto sulle aspettative di riscatto del mondo operaio che, convinto di aver trovato il “paradiso” nella sicurezza di un posto di lavoro, poco a poco scopre il suo lato più duro e contraddittorio. Infatti, particolare attenzione è posta sul rischio a cui sono esposti i dipendenti, in particolare quelli che lavorano a contatto con agenti chimici, come nel caso degli operai della Technicolor. Il romanzo richiama così la pericolosità delle condizioni lavorative degli impiegati e il legame con le patologie tumorali.

La fine di un’ossessione chiamata lavoro

Raimo apre ai lettori una parentesi importante descrivendo la crisi di un’idea di lavoro tutta novecentesca: la fabbrica, simbolo della modernità industriale, non è percepita solo come un luogo di produzione, bensì come un vero e proprio dispositivo identitario.
Affondando le sue radici nel Fordismo, il lavoro si impone come misura del valore individuale, il che fonda una cultura dell’efficienza, della disciplina e della continuità.
In questo scenario si sviluppa una vera e propria ossessione: lavorare non significava soltanto guadagnarsi da vivere, ma esistere socialmente. L’etica produttivista finisce per colonizzare il tempo e la soggettività, riducendo lo spazio del desiderio e della libertà. Non sorprende che, con la crisi e la dismissione di molte realtà industriali, non venga meno solo un sistema economico, ma anche un orizzonte simbolico.

Operai in fabbrica
Foto: Wikipedia.


Questo aspetto nel romanzo è molto chiaro: Raffaele Raimo, convinto che lo avrebbe salvato, dedica la sua vita al lavoro trascurando le proprie relazioni interpersonali. In un contesto in cui tale etica finisce per assorbire la vita quotidiana, viene approfondito il rapporto coniugale e quello filiale.

Uno specchio rovesciato: lo sguardo bambino sul mondo adulto

A caratterizzare la narrazione sono i continui salti temporali: l’autore, solitamente a partire da vicende del presente – ad esempio con gli studenti – si trova a rievocare momenti vissuti con il padre. Sia la memoria che il passato sono centrali nel romanzo e scandiscono un racconto ricco di ricordi e ricostruzioni soggettive. Christian Raimo utilizza la propria infanzia come se fosse un dispositivo ottico e apre una riflessione interessante sul mondo adulto osservato dai bambini.

Il Christian-bambino vede il mondo adulto ma non ne parla la lingua; ne percepisce i rituali, i silenzi, le paure, ma non possiede gli strumenti per addomesticarli dentro spiegazioni definitive. È proprio questa incompletezza dello sguardo, che lo accompagna anche da adulto, a rendere il racconto così preciso.
L’Invenzione del colore sembra riportare proprio questo passaggio invisibile: l’infanzia non finisce, ma con il tempo si trasforma e rimane nel modo in cui guardiamo il mondo e cerchiamo una guida entro ciò che non comprendiamo del tutto.
Vale la pena soffermarsi su una conversazione con il padre.

Che fine fa?
Che fine fa che cosa?
L’amore che proviamo. Che ci sembra così solido, presente, che fine fa? Quando muore. Va da qualche parte? Voi ne sapete qualcosa in più su questi amori finiti?
Si. C’è tutta una serie di aree intorno agli Appennini dove viene stipato, in attesa di tempi migliori.

L’invenzione del colore (p. 14)

Solo verso la fine del libro si comprende l’insolita risposta che Raffaele dà al figlio: diventare adulti non significa smettere di chiedere aiuto ma imparare a formulare domande più profonde. Lo stesso bambino che tentava di orientarsi davanti al misterioso mondo degli adulti ritorna – ormai anch’esso tale – a cercare nel padre una mediazione verso Gadda, la donna che ama.

La sfumatura del rosso dell’amore: Gadda

Nel libro, il processo di definizione dell’identità dell’autore passa attraverso una figura femminile: Gadda, che riemerge dal passato sentimentale del protagonista e contribuisce a mettere in luce le sue fragilità. La loro storia affiora nel corso della narrazione: come si sono conosciuti ai tempi dell’università, il progredire della loro relazione e la sua lenta fine.

Gadda non è solo una presenza romantica, ma funge da specchio: in lei si riflettono le difficoltà relazionali del protagonista e il suo continuo oscillare tra il desiderio di legame e l’instabilità emotiva. In questo senso, la relazione amorosa diventa un ulteriore tassello della ricerca identitaria che attraversa tutto il romanzo. Dunque, Gadda è una figura funzionale al percorso interiore del protagonista: non appare come un personaggio autonomo, bensì come una presenza evocata nel ricordo, in particolare nei momenti di crisi di Christian.

Questo fa sì che anche il loro rapporto resti poco definito, quasi irrisolto. Infatti, quando i due si trovano insieme, il protagonista appare emotivamente disallineato: non riesce ad abitare davvero il presente, come se una barriera indivisibile impedisse un contatto autentico. Questa distanza affettiva, limite della loro relazione, si percepisce anche nel romanzo: da un lato, la donna resta filtrata dallo sguardo del narratore che fatica a restituirla nella sua complessità; dall’altro c’è l’incapacità di trasformare questo legame in uno spazio esplorato e condiviso.

Qualcosa ci aveva resi più vicini, qualcosa forse però ci stava allontanando.

Cos’era l’amore, l’amore tra di noi, l’amore in generale?

Condividere gli stessi demoni

o imparare insieme come allontanare i rispettivi demoni?

L’invenzione del colore (p. 264)

Dentro il colore nero

Il tema di fondo di tutto il romanzo resta quello dell’autofiction e dello sguardo su di sé: è centrale il racconto e l’interpretazione delle esperienze personali, che spesso fungono da base per riflessioni esistenziali.
A questo punto, è utile soffermarsi sulla parola ‘colore’ che, a partire dal titolo, torna costantemente: è una metafora dello sguardo, riferita al modo in cui ciascuno interpreta e trasforma ciò che vive. D’altronde, crescere non significa proprio questo? Inventare i propri colori dando forma alla propria identità?
Tra i colori evocati nel libro, il nero occupa uno spazio particolare. Attraverso i ricordi legati al padre, Raimo costruisce una riflessione intensa su questo colore. Tradizionalmente associato all’assenza e al vuoto, per Raffaele Raimo il nero è ciò che permette di vedere l’invisibile, di far emergere ciò che normalmente resta nascosto.

Amava il nero per quella sua possibilità di vedere l’invisibile, o meglio, di rivelare quello che ci raccontiamo come invisibile. Non il bianco ma il nero. Il nero deriva dall’insieme di tutti gli altri colori […]  Dal blu e dal rosso insieme e poi altro blu e altro rosso e altro giallo, se continuiamo a sovrapporre viene fuori il nero. Nel nero c’è sempre qualcosa, diceva.

L’invenzione del colore (p. 317)

In questa immagine sembra concentrarsi anche il senso più profondo del libro: nulla è mai davvero vuoto o definitivo, perché ogni esperienza, ogni ricordo, ogni relazione conserva tracce sovrapposte di ciò che siamo stati.

Lo spazio circoscritto dell’io

Christian Raimo
Foto: Vanity Fair.

In conclusione, pur attraversando temi molteplici, la mano del pittore-scrittore torna ostinatamente a muoversi entro il perimetro dell’io, come se la tela non potesse che tingersi dei colori della propria esperienza interiore.
L’impressione è che ogni episodio e ogni figura evocata esistano in funzione dell’autoritratto. Nel testo l’incontro con l’alterità resta sullo sfondo, a prevalere è invece una forte consapevolezza del punto di vista e della voce narrativa. Questi elementi conferiscono un tono molto controllato e riconoscibile, come se ogni esperienza fosse già stata attraversata e ordinata dallo sguardo di chi narra, lasciando al lettore la sensazione che tutto sia sotto controllo. Di conseguenza, le vicende vengono raccontate e interpretate più che vissute sulla pagina, e tutto appare filtrato da un’idea già chiara in partenza.

Questa lucidità, che potrebbe diventare critica, resta invece prudente: l’autore non arriva mai a mettere davvero in discussione ciò che racconta. Il linguaggio è volutamente alto, ricco di riferimenti culturali e filosofici, ma a volte appare più esibito che necessario.
Ne risulta un libro solido e coerente, ma forse poco rischioso. Un’opera che punta molto a definire un’identità (quella del padre) e un’epoca (il Novecento, con il suo mondo del lavoro), ma che finisce per restare dentro l’assoluta ricerca di sé stessi.

A volte bastano poche cose ai grandi narratori: una tavolozza di colori, un pennello e il coraggio di guardare dentro la propria storia, e Christian Raimo ci è riuscito.

Martina Marzullo
Giovani Reporter 2026

(In copertina, L’Invenzione del colore, via Il Bo live)


“L’Invenzione del colore” di Christian Raimo – Estetica di ciò che non si vede è un articolo di Martina Marzullo. Clicca qui per altri articoli dell’autrice!

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