Cultura

“Acqua sporca” di Nadeesha Uyangoda – Identità spezzate (Premio Strega 2026)


Edito da Einaudi, “Acqua sporca” è l’ultimo romanzo di Nadeesha Uyangoda. Al centro della narrazione vi sono Neela e sua figlia, emigrate dallo Sri Lanka in Italia. La scelta inaspettata di Neela di tornare a vivere nel proprio Paese porta alla luce la mancata riconciliazione di entrambe con le proprie origini: è davvero possibile ritornare? “Acqua sporca” è stato proposto nella rosa dei romanzi candidati al Premio Strega 2026 da Gaia Manzini per la sua capacità di raccontare l’esperienza “intima e universale insieme” delle persone migranti e il carattere “fluttuante e lenticolare, sempre in transizione” della loro identità; ha appena vinto il Premio Campiello Opera Prima 2026. Uyangoda ha presentato il romanzo nella serie di incontri organizzati da Giovani Reporter “SottoVoci. Rassegna di scritture sommerse under 35”.


Ereditare il dolore

"Acqua sporca" Uyangoda
Nadeesha Uyangoda durante la presentazione di Acqua sporca per SottoVoci

Acqua Sporca di Nadeesha Uyangoda ruota principalmente intorno al rapporto madre-figlia tra Neela e Ayesha. Neela ha sacrificato tutto per garantire un futuro alla figlia: ha abbandonato il proprio Paese e i propri affetti, consumandosi in anni di lavori di cura, fino a costruire una piccola stabilità attraverso un esercizio commerciale di sua proprietà. A questo si aggiunge il peso di un matrimonio fallito: il marito Sarathtossicodipendente, l’ha progressivamente abbandonata, fino alla scelta di Neela di divorziare. Sarath è morto quando Ayesha aveva tredici anni, lasciandole un dolore ambiguo, fatto di assenza, e per questo difficile da elaborare.

Ayesha è cresciuta all’ombra della dedizione assoluta della madre al lavoro, accumulando dentro di sé un senso di colpa attanagliante, che non riesce a sciogliere proprio perché non sa rintracciarne una causa precisa.

L’orografia dei miei sensi di colpa […] trascendeva i catechismi e pure gli atlanti, veniva da lontano, dal fruscio di due alberi offuscati che tornavano a farsi sentire persino nel gesto incolpevole dello spolpare questo oro verde. […] Avevo la coscienza sporca, ma non sapevo di cosa.

Acqua sporca (p. 26)

I segni della fatica che vede sul corpo della madre le provocano la sensazione di non averle restituito abbastanza attraverso le proprie scelte professionali, lontane dalle aspettative di un pieno riscatto sociale. 

Avevo sempre nascosto che lavoro facesse mia madre: era una casalinga, non lavorava, lavorava per la comunità srilankese, per l’ambasciata, per il governo, era una spia, era ricca.

Acqua sporca (p. 27)

I suoi sensi di colpa sono soprattutto il risultato non solo della vergogna per la povertà vissuta nell’infanzia e nell’adolescenza, ma anche della decisione di negare le proprie origini, i propri legami familiari, fino al rifiuto di tornare in Sri Lanka, nonostante continui a ricordare come periodo più felice della propria vita gli anni trascorsi lì da bambina, prima del ricongiungimento con la madre in Italia.

Il dolore del mio primo crepacuore non aveva nulla a che fare con una persona, ma con un luogo, e mi lasciò a lungo una sensazione di deserto.

Acqua sporca (p. 158)

Prima che la madre parta, Neela e Ayesha fanno una vacanza insieme a Roma, città che Neela non aveva mai visto. Quando la donna chiede alla figlia quale sia il fiume che la attraversa, Ayesha le risponde sottovoce, con imbarazzo.

A mortificarla non era l’ignoranza, come l’altra immaginava, ma l’esserne la causa: la faceva sentire in colpa il fatto di sapere quale corso d’acqua bagnasse Roma solo perché Neela si era privata della possibilità e del tempo e del denaro e persino del desiderio di conoscere quella città.

Acqua sporca (p. 145)

Come sottolinea anche l’autrice, l’incomunicabilità fra loro sta anche nella lingua: quella di Neela è una “lingua bucata”, è un italiano rimasto sgrammaticato, stentato. Il loro è un rapporto destinato a rimanere scucito, attraversato da una sofferenza troppo grande per essere condivisa.

"Acqua sporca" Uyangoda
Copia di Acqua sporca durante la rassegna SottoVoci

Sospese tra due mondi

Il romanzo è abitato da donneNeelaAyesha, le sorelle di Neela – Himali e Pavitra – e le rispettive figlie – Thilini e Hirunika.

Per la generazione più anziana, la femminilità è un peso, se non una condanna. I mariti delle tre donne sono fragiliimpotenti dinanzi a un contesto di povertà e miseria, che li trascina nella violenza e nell’alcolismo e crea sofferenza nella vita delle mogli.

Le figlie, invece, sebbene possano aspirare a una vita diversa, rimangono segnate dal dolore che attraversa la loro storia familiare.

"Acqua sporca" Uyangoda
Una donna in un campo profughi, in Sri Lanka (Buddhika Weerasinghe/Getty Images)

A Thilini è garantito un futuro stabile in Sri Lanka, grazie alla scelta del padre di emigrare e svolgere lavori sottopagati e degradanti per permetterle di studiare. Thilini è immersa in una cultura patriarcale e ancora segnata dalle credenze magiche diffuse in Sri Lanka: per esempio, al menarca è costretta a stare a letto e a non lavarsi per tutta la durata delle mestruazioni. Lei e la madre vivono all’ombra del sogno disilluso di un riscatto politico comunista, infranto dopo il violento pestaggio subito dal padre in seguito alle sue attività di militanza.

Hirunikaimpiegata con uno stipendio miserevole in Sri Lanka, inizia a prostituirsi per guadagnare qualcosa in più. Successivamente decide di legarsi a un uomo di venticinque anni più anziano e benestante, che le permette di emigrare in Australia, dopo che la cugina Ayesha non ha risposto alla sua richiesta di aiuto per raggiungerla in Italia. Nella sua fantasia, l’estero è la possibilità di salvezza, di diventare ricca, di poter viaggiare, di essere felice.

Ayesha, invece, che pure ha avuto la possibilità di concludere una formazione universitaria e di affermarsi professionalmente – scegliendo di diventare un’artista –, non riesce a costruirsi una propria un’identità e, nonostante conviva, non è in grado di creare una propria famiglia. Soffre di disturbi psichiatrici, bruxismo, emicranie, espressione dell’angoscia che vive interiormente.

Ayesha, invece, che pure ha avuto la possibilità di concludere una formazione universitaria e di affermarsi professionalmente – scegliendo di diventare un’artista –, non riesce a costruirsi una propria un’identità e, nonostante conviva, non è in grado di creare una propria famiglia. Soffre di disturbi psichiatrici, bruxismo, emicranie, espressione dell’angoscia che vive interiormente.

"Acqua sporca" Uyangoda
Nadeesha Uyangoda e Beatrice Russo, durante la presentazione di Acqua sporca per SottoVoci

“Il sangue del mio sangue diventò acqua sporca”

L’autrice costruisce la narrazione attraverso una pluralità di prospettive, adottando per ogni capitolo il punto di vista di una protagonista diversa. La voce di Ayesha, però, si distingue dalle altre, perché è narrata in prima persona singolare, scelta che permette al lettore di immedesimarsi più profondamente nelle sue esperienze e sensazioni.

Accanto a quello del ritorno, il tema centrale del romanzo è infatti la frattura identitaria vissuta da Ayesha e, con lei, da tutti gli immigrati di seconda generazione.

Dimenticare è una forma di protezione, e io avevo selezionato con minuzia i ricordi per la mia versione italiana: non c’è sempre un confine preciso tra i ricordi belli e quelli brutti, tra la vita qui e la vita dall’altra parte del mondo, ma avevo cercato di fare una partizione il più precisa possibile. Ero frammentata in una maniera chirurgica, rotta lungo margini frastagliati.

Acqua sporca (pp. 166, 167)

Ayesha avverte di non appartenere fino in fondo né all’Italia né allo Sri Lanka. Non sente davvero di avere una famiglia: è rimasta troppo distante da Rosanna e Gino, i datori di lavoro della madre che, senza figli, l’avevano presa sotto la loro protezione e verso i quali, in realtà, conserva del rancore. Allo stesso tempo, ha progressivamente perso i legami con la famiglia materna e con le proprie origini: il suo sangue non è ormai niente di più che “acqua sporca”.

Il sangue del mio sangue diventò acqua sporca. Non mi restò allora altro da fare se non stappare il lavandino per lasciarla scorrere.

Acqua sporca (p. 161)

Abitare il dolore

Quando leggo un romanzo, mi pace interrogarmi sull’emozione prevalente in cui la lettura mi immerge. In Acqua sporca, quest’emozione è la solitudine. Neela e Ayesha sono infatti profondamente sole, prive di legami familiari e sociali significativi, prive di una storia o, meglio, dell’amore per quella storia.

Le storie individuali non sono infatti qualcosa di oggettivo o lineare, ma si costruiscono attraverso gli affetti, i ricordi e gli eventi che scegliamo di riconoscere come parte di noi. Neela e Ayesha, però, rifiutano la propria storia, perché riportare alla memoria le esperienze e le relazioni che le hanno formate significa confrontarsi con un dolore troppo grande. 

Se ricomporre la propria identità è impossibile, allora forse lo è anche ritornare davvero. Il romanzo si chiude con la partenza di Neela per lo Sri Lanka, ma non ne narra l’arrivo: resta al lettore decidere se sia ancora possibile ritrovare il luogo che si è lasciato e, soprattutto, se sia possibile riconciliarsi con il dolore che quel luogo custodisce.

Arianna Pero

(In copertina, Nadeesha Uyangoda durante la presentazione del romanzo per SottoVoci)


“Acqua sporca” di Nadeesha Uyangoda – Identità spezzate è un articolo di Arianna Pero. Clicca qui per altri articoli dell’autrice!

Per approfondire, ascolta l’intervista di Beatrice Russo a Nadeesha Uyangoda.

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