Edito da Sellerio nel 2026, “La Rosa inversa” è l’ultimo romanzo di Maria Attanasio. Attraverso gli occhi del barone Ruggero Henares e il suo rapporto con le “tenebrose sette” (p. 59) – l’Ordine dei gesuiti e la Massoneria – l’autrice racconta la Sicilia del Settecento, in piena età dei Lumi. Candidato al Premio Strega 2026, il libro è stato proposto da Ottavia Piccolo per l’abilità di conciliare, attraverso un linguaggio composito e ‘poetico’, accuratezza storica e finzione letteraria. Il romanzo non offre soltanto un giudizio sul passato, ma una lente per decifrare il presente.
Maria Attanasio, ‘biscrittora’
Maria Attanasio, classe 1943, è stata insegnante di storia e filosofia nel Liceo Classico della sua città, Caltagirone. In un’intervista al TedX di Catania, Attanasio spiega le ragioni che l’hanno portata a definirsi, ironicamente, una ‘biscrittora’: nella sua produzione convivono armonicamente poesia e narrativa.
Tra i suoi romanzi, tutti di matrice storica, ricordiamo Di Concetta e le sue donne (Sellerio, 1999 – vincitore del premio Sciascia-Racalmare) e Dall’Atlante agli Appennini (Orecchio Acerbo, 2008 – vincitore del premio Martoglio). La necessità di dedicarsi a questo genere è dettata dalla volontà di raccontare “con il linguaggio del mondo” e di sentirsi “figlia della Storia”.

La Rosa Inversa nasce dal proposito di restituire “voce e nome” (p. 358) a un anonimo gentiluomo protagonista della Relazione dell’enorme delitto – un opuscolo datato al 1790 e ritrovato dall’autrice nell’archivio comunale di Caltagirone sul finire degli anni Novanta. La Relazione, con tono di cronaca giudiziaria, racconta l’omicidio di un predicatore per mano di tale anonimo gentiluomo. Tuttavia, il documento in questione si rivela un’opera propagandistica confezionata ad hoc dalla Tipografia pontificia di Bologna per arginare la diffusione delle istanze rivoluzionarie.
Il romanzo si carica allora di un significato ulteriore: smascherare le forme che può assumere il Potere – tanto più nella nostra epoca di “fascismi di ritorno” (p. 359) – e i mezzi che sfrutta per consolidarsi.
La Rosa Inversa
La vicenda comincia quando il cavaliere Flerez – “un solitario scriba ottocentesco” (p. 18) – trova nel sottotetto del suo palazzo un varco che lo conduce allo scrittoio del suo antenato, il barone Ruggero Henares – incarnazione del già citato anonimo gentiluomo. Tutto preso dal comporre una grande cronaca della sua città natale – Calacte, trasfigurazione di Caltagirone –, Flerez cerca nel memoriale di Ruggero il precedente storico che validi la sua visione del mondo incentrata sul primato dei gentiluomini. Questa speranza è presto disattesa: il barone Henares si scopre non soltanto Maestro di una sovversiva loggia massonica, ma un omicida.
Il concetto di ‘Rosa inversa’ – nome della loggia e titolo del diario di Henares – richiama la volontà di risalire al ‘seme’ delle cose, ossia l’uguaglianza tra gli uomini che si contrappone ai dogmi religiosi e alle gerarchie sociali.

Nel memoriale, l’esperienza individuale di Ruggero Henares si intreccia ai grandi eventi del Settecento: dall’incontro con Giuseppe Balsamo – alias Cagliostro, personaggio storicamente esistito – nel convento dei Fatebenefratelli a Calacte, fino alla pianificazione dell’omicidio ai danni dell’ex gesuita Saverio Crisafulli, simbolo dell’oscurantismo religioso.
Le facce del Potere
Ad aprire il romanzo sono le seguenti parole:
Il potere è sempre all’erta ed è capace di continue re-invenzioni: è come un ballo che nel tempo rinnova le mosse, il ritmo, i costumi, nonché la distanza tra i ballerini, e la storia è una loquace testimone delle sue perenni acrobazie.
La Rosa inversa (p. 13)
Lungi dall’essere un contenitore vuoto, il termine ‘Potere’ designa delle forze concrete che agiscono in maniera non così tanto diversa sulla vita dei personaggi.
La prima figura di Potere violento e autoritario è il padre di Ruggero. Il vecchio barone Henares – di cui non viene rivelato il nome – assume un atteggiamento ‘castrante’ nei confronti dei suoi figli. Prima ancora di Ruggero, Filippo, il primogenito Henares, rappresenta il risultato più evidente dell’educazione paterna: egli è costretto a rinunciare alla vocazione per gestire le proprietà di famiglia.
Il vecchio barone non si fa scrupoli a ricorrere persino a metodi coercitivi per correggere quelli che reputa i ‘difetti’ dei figli, come quando cerca di disciplinare il carattere introverso di Ruggero con frustate e ore in ginocchio sui ceci.
Un’altra forma di potere ‘dispotico’ è rappresentata dal rettore del collegio gesuita in cui Ruggero viene, a un certo punto, spedito: Saverio Crisafulli.
Proprio quando pensa – grazie alle sue doti in fatto di retorica e filosofia – di aver trovato un posto nel quale affondare le radici, Ruggero viene condannato all’espulsione – preceduta da una violenta fustigazione pubblica – per la sola ‘colpa’ di possedere un libro proibito. Questo senso di umiliazione e ingiustizia porta Ruggero, già di indole ribelle, ad avvicinarsi al mondo della Massoneria.
La forma di Potere per eccellenza è quella incarnata dallo Stato monarchico, come dimostra proprio il caso dei gesuiti.

Foto: Catalogo generale dei Beni culturali
Da principio, l’Ordine di Sant’Ignazio, portavoce degli interessi della Controriforma, ben si accordava con le politiche di centralizzazione statale adottate dai sovrani europei sin dalla seconda metà del Cinquecento.
Questa sinergia viene mantenuta nei secoli successivi. Non sorprende, ad esempio, che il consigliere di Carlo di Borbone re di Napoli (1734-1759) fosse proprio un frate gesuita, don Pepe. Tuttavia, con la diffusione dell’Illuminismo e la svolta assolutistica delle monarchie, l’ingerenza dei gesuiti nelle questioni politiche finisce per diventare un ostacolo tale da causare la loro persecuzione e l’esilio.
Ma più forte di religione e superstizione fu l’esercizio assoluto del potere; senza farsi nessuno scrupolo, ne imbarcò quattrocento su una nave che, respinta da ogni porto, per due mesi girò pazza e gemebonda per tutto il Tirreno, attaccata da tempeste e barbareschi, decimata da sete e morbi.
La Rosa inversa (p. 60)
Insomma, da queste prime pagine emerge un’immagine negativa del Potere, connotato tra l’altro come maschile, che non disdegna di ricorrere a metodi violenti per opprimere ogni minaccia alla sua autorità e al suo esercizio.
Donne dimenticate
Maria Carolina, Lorenza e Amalia sono tre rappresentanti dell’universo femminile e del suo scontro con la retorica maschile.
Come dichiara l’autrice in un’intervista a BALARM: “Le donne in questo romanzo ci sono e sono forti, sono resistenti […], sono donne moderne, però ricordiamoci che all’epoca le donne non avevano il diritto di fare le leggi, né di essere padrone di loro stesse e delle loro esistenze”.
Eppure, Attanasio non ci mostra mai un vero e proprio contrasto tra Maria Carolina – personaggio storico realmente esistito – e il suo consorte, Ferdinando IV. Non si fa alcuna menzione al vero destino che attende la principessa d’Austria: il suo arco narrativo si interrompe con la fuga dei sovrani borbonici da Napoli e, una volta perso il supporto degli inglesi che le toglie ogni utilità politica, viene rinnegata dal marito ed esiliata a Vienna.

Foto: RoyalDistrict
Lorenza Serafina Feliciani, moglie di Cagliostro, è stata complice dell’arresto del marito da parte dell’Inquisizione. Nel romanzo, l’autrice sembra voler prendere le difese della donna lasciando cadere gran parte della responsabilità della condanna sul padre di Lorenza, che voleva probabilmente appropriarsi dei beni del genero decaduto.
La prima descrizione di Lorenza Feliciani passa per la bocca di Ruggero che la dipinge come avida, civettuola e dissimulatrice, tre caratteristiche attribuitele persino dalla vulgata dell’epoca. L’opportunità di mettersi nei panni della donna non è mai concessa al lettore. Inoltre, la sua reclusione all’interno del convento per volere del padre rappresenta proprio il tentativo di silenziarla una volta per tutte.
Amalia è, invece, un personaggio che riunisce in sé le tensioni di un’epoca di grande fermento culturale. Il Settecento, anche in Sicilia, ha rappresentato uno spiraglio verso l’emancipazione femminile, come dimostra l’affermarsi di pratiche quali il cicisbeismo o l’apertura dei salotti culturali alle donne.
In Amalia convivono la volontà di ottenere – come confermato dalla stessa autrice – una libertà “non solo di costume, ma di diritto” e un costante senso di colpa, inculcato dalla rigida educazione religiosa della zia Onofria.
Amalia conosce Ruggero durante una pièce teatrale e si innamora di lui. Nonostante ciò, la giovane rifiuta le sue proposte di matrimonio proprio per non perdere “la certezza visibile della sua indipendenza economica e sociale” (p. 131).

Quando l’amante comincia a dimostrarsi indifferente nei suoi confronti, l’unica soluzione che Amalia trova per essere ascoltata o – meglio – che conosce è tornare tra le braccia della zia Onofria. La sua ultima comparsa avviene all’interno di uno spazio tradizionalmente associato al femminile, le mura domestiche, e la sua unica fonte di consolazione non sono altro che “spartiti e memorie” (p. 302).
Attanasio cerca di restituire un’idea della condizione femminile nel Settecento narrando la storia sia di donne di potere (Maria Carolina), sia di donne oscurate dalla fama di grandi mariti (Lorenza), sia di donne comuni (Amalia).
Il punto chiave di questa rappresentazione non sembra tanto lo sterile tentativo di mettere sullo stesso piano le questioni di genere di due epoche tanto diverse – il Settecento e i giorni nostri –, ma di mostrare come la percezione dei modelli femminili sia stata fortemente influenzata da un canone maschile, riluttante nell’accettare narrazioni alternative e che, anzi, le riduce al silenzio.
Scrittura e Memoria
Nella descrizione del processo a Cagliostro vengono presentati due strumenti di cui il Potere si serve – l’utilizzo del tempo presente non è una casualità – per cancellare e riscrivere la Storia a suo vantaggio: la penna e la discriminazione sociale.
Il Compendio sulla vita di Cagliostro viene composto dal suo inquisitore – nel romanzo frate Bernardino.
Sapeva benissimo che quella sentenza era un’antistorica iperbole giudiziaria […] – ma a lui, declamatore della paura, tutto era consentito: alterare, inventare, modificare, cancellare. Più persuasive della vita dovevano essere le sue parole. Sue, del re e di Dio. E così sempre sarà del Potere, si disse, compiacendosi di quel certo futuro.
La Rosa inversa (p. 311)
Il titolo completo della biografia farebbe, inoltre, riferimento a una presunta confessione dell’imputato. In realtà, si tratta di una dichiarazione estorta dopo un lungo periodo di detenzione e isolamento che lo ha condotto alla follia.

Questo atteggiamento censorio è lo stesso che vorrebbe applicare il cavaliere Flerez, quasi un secolo dopo, nella sua cronaca e nella riscrittura dello zibaldone del suo antenato:
D’istinto la prima: dar fuoco alla stanza della scrittura con libri, journal, Relazione, e tutti i fantasmi del secolo dei Lumi, ma si rese subito conto dell’insensatezza di quell’ipotesi: rischiava di mandare in fiamme l’intero palazzo e il senso stesso della sua vita, senza risolvere niente.
La Rosa inversa (p. 334)
Eppure, il libro si chiude, inaspettatamente, sotto l’insegna della speranza.
La narrazione riprende durante la Seconda guerra Mondiale, quando un ragazzo nigerino trova rifugio dai bombardamenti nell’ormai disabitato palazzo Henares. È proprio attraverso il memoriale di Ruggero che Nabhil scopre “parole che aprono ai giorni” (p. 346), ideali che trascendono i secoli e che ispirano a combattere per un futuro migliore, forse più giusto.
La scrittura sembra, dunque, riscattarsi: non solo strumento di manipolazione della Storia, ma anche custode della memoria, in particolare quella delle piccole esistenze.
Ci sarà sempre – come dimostra l’attività incessante di ricerca di Maria Attanasio – un frammento di Storia pronto a essere riportato a galla e a provare la verità di un fatto, o perlomeno, un punto di vista che non sia quello dei ‘vincitori’.
Maria Biscotti
Giovani Reporter 2026
(In copertina un’immagine di Caltagirone nel tardo Settecento, da IDLand)
“La Rosa Inversa” di Maria Attanasio – Come il Potere riscrive la Storia è un articolo di Maria Biscotti. Clicca qui per altri articoli dell’autrice!
