Edito da Einaudi, “Lo Sbilico” è l’ultimo romanzo di Alcide Pierantozzi. Con una capacità magistrale, l’autore ci conduce in quelle che sono le pieghe più nascoste della neurodivergenza. Candidato al Premio Strega 2026, il libro è stato proposto da Donatella Di Pietrantonio in virtù dell’urgenza contemporanea di dare voce, attraverso gli strumenti della letteratura, al “punto di rottura della mente”.
È giorno quando finisco la lettura de Lo Sbilico, eppure le sensazioni che mi lascia addosso sono quelle della notte fonda, quando sei in preda a un sogno perturbante e cerchi di liberarti dalla sua morsa. Ti svegli, respiri, riprendi coscienza di te e di ciò che ti sta intorno – ma lo strascico emotivo te lo porti in giro e fai fatica a dargli forma attraverso le parole.
Difatti, scrivere queste righe non è stato immediato, ho avuto bisogno di tempo, consolatorio e necessario a prendere coraggio per tirarle fuori dallo spazio profondo in cui si erano nascoste. La verità è che la storia di Alcide Pierantozzi colpisce con una forza che disorienta e lede dentro.
Ma è un male catartico, perché permette – tramite lo spioncino che dà sui meccanismi della mente di un malato psichiatrico – di interrogare e riconsiderare te stesso e gli altri, di guardare con cautela il tuo e il loro dolore, di riconoscere le ferite per tentare di risanarle.
Consiglio questo libro a chi, senza rassicurazioni, è disposto a calarsi in una dimensione sospesa tra lucidità e smarrimento, a lasciarsi attraversare e accettarne il disagio.
Noi matti non abbiamo solo il diritto di essere soccorsi dai sani, ma anche il dovere di inceppare ogni giorno il mondo per metterlo in discussione ai loro occhi.
Lo Sbilico (p. 163)
Anatomia dello squilibrio
Lo Sbilico è l’ultima opera letteraria di Alcide Pierantozzi, pubblicata nel 2025 da Einaudi nella collana Supercoralli. Rientra tra i dodici titoli candidati al Premio Strega 2026, su proposta di Donatella Di Pietrantonio.
È proprio lei a darne una lettura che interpreta con precisione la natura del testo: “Un romanzo che turba e scomoda, mentre cura. Lo stavamo tutti aspettando, senza saperlo.”
Calato perfettamente nel contesto contemporaneo, è capace di dare forma, attraverso le parole, alla sofferenza psicologica e alla solitudine che ne deriva. Pierantozzi costruisce una narrazione che non cerca compassione: mette agli atti quella che è la sua quotidianità e facendolo dà voce a un bisogno collettivo.
L’intenzione è molto chiara:
Voglio essere preciso nel raccontare questa storia, devo solo attenermi al proposito di non inventare niente.
Lo Sbilico (p. 16)
Il libro è narrato in prima persona e articolato in cinque parti che – più che scandire una linearità – seguono l’andamento irregolare della malattia. Proprio questa struttura rende difficile incasellarlo in una categoria univoca: se da un lato è il diario di bordo della sua sofferenza, dall’altro si intreccia con l’autofiction e il memoir. Infatti, per rendere comprensibile il presente, Pierantozzi torna continuamente al passato, restituito sulla pagina senza mediazioni, in forma viscerale.
Questo moto oscillatorio attraversa l’intero romanzo, a partire dal titolo: nel neologismo ‘sbilico’, la ‘s-’ evidenzia una privazione e suggerisce un fragile equilibrio.
Il protagonista si colloca nello scarto tra realtà e follia, su un filo talvolta allucinatorio. In questo assetto precario gli psicofarmaci fungono da palliativo, “ghiotti di luce” (p. 37) capaci di attenuare ma non di risolvere lo squilibrio.
Vivo lo sbilico e nello sbilico delle cose.
È come se mi aggirassi confusamente all’interno della mia testa,
con una torcia accesa, per ritrovare il dettaglio concreto […]
– in mezzo all’impalpabilità dei ricordi.
Lo Sbilico (p. 112)
Geografia dello squilibrio
La storia di Alcide Pierantozzi è ancorata ai luoghi, che non si limitano a fare da sfondo, ma nel romanzo hanno un ruolo preciso: come sentinelle, comunicano al lettore l’evoluzione della sua malattia.
Centrale è San Giovanni di Colonnella, cittadina abruzzese che segna un punto stabile nella vita di Alcide: ci nasce, ci vive fin quando decide di fare l’università, ci ritorna quando le sue condizioni psicologiche degenerano. È qui che si manifestano i primi segnali di quello che l’autore definisce “lo smack della pazzia” (p. 83): un disagio dapprima indescrivibile, un vuoto interiore che trova espressione nel corpo attraverso gesti ripetitivi, spesso fraintesi e ignorati – coprirsi il volto con le mani, roteare i polsi, ripetere una nenia per scacciare i pensieri.

La sofferenza che ho provato da piccolo mi ha mandato fuori sesto la ragione.
Lo Sbilico (p. 124)
Contraltare è Milano, la grande città in cui si trasferisce dopo il liceo. Per Alcide rappresenta l’opportunità di riscattarsi, arricchirsi culturalmente e costruire un nuovo sé. Ma è evidente che la sua è una realtà costretta a ricredersi di continuo: la neurodivergenza, dopo vent’anni, si acuisce al punto da rendere necessario il ritorno in Abruzzo.
Milano si è frantumata in me, si è diroccata come una città fantasma insieme alle rovine della mia psiche […]. Mi ha lasciato scappare quando doveva soccorrermi.
Lo Sbilico (p. 74)
A quarant’anni Alcide Pierantozzi approda nel suo porto sicuro, abitato dalla madre, il fratello Francesco e il padre: tre esistenze senza le quali la sua non avrebbe modo di sopravvivere.
Il testimone dello squilibrio
Ma siccome non esiste una TAC per scansionare la psiche, procedo per tentativi curando una malattia sfuggente.
Lo Sbilico (p. 17)
Già dalle prime pagine il lettore prende consapevolezza del fatto che i disturbi psichici sono enigmatici, così come le diagnosi che tentano di definirli e le terapie che provano a disciplinarli: affinché gli sia garantita la parvenza di una vita ‘regolare’, Alcide Pierantozzi assume sette pasticche al giorno.
Questo male invisibile che infetta ogni anfratto della mente si manifesta nel suo involucro: il corpo.
La mia malattia è mentale, ma riguarda il corpo.
Lo Sbilico (p. 17)

La dimensione fisica è testimone dell’impossibilità di evadere da sé stessi: se da un lato si fa archivio sintomatologico della malattia – si ricordino, ad esempio, quei gesti attraverso cui si manifesta –, dall’altro è l’unico mezzo per regolarne il dolore nonché gli effetti della terapia.
A questo punto, è utile apportare una precisazione: è vero che la funzione primaria dei farmaci è salvifica, ma non è da sottovalutare quella che, come un’anestesia, conduce a uno stato apatico laddove il confine tra veglia e torpore è da ridefinire. Pierantozzi lo spiega bene:
Tutta la chimica che ho in testa mi ha destabilizzato. Non solo l’ordinario, ma anche lo straordinario mi è precluso.
Lo Sbilico (p. 167)
Per sentirsi presente e vivo deve passare dal corpo. E quindi lo affatica con un allenamento sfiancante sei giorni su sette per tre ore al giorno, fino a uscirne prostrato. È questo l’unico modo per provocare uno scossone al sistema nervoso, una forma di automedicazione, affiancata a una routine settata, che ha la forma di un rituale quotidiano in cui ogni elemento deve mantenere la ‘sua’ posizione.
Dunque, il corpo si carica di significati imprescindibili se il fine è quello di abbracciare l’interezza di Alcide – e di molti altri che, come lui, vivono lo stesso tran-tran.
“Parole medicamentose”
A mettere ordine nella babele della psiche arrivano in soccorso le parole. Sin da quando era troppo piccolo per comprenderle, il gioco di suoni esercitato dal loro accostarsi gli infonde una “pace inconsueta” (p. 134). È così che se le porta dietro per tutta la vita: le legge come un ossesso, le memorizza, le utilizza nei discorsi e nella scrittura, che ne risultano immediatamente arricchiti.
Per l’autore de Lo Sbilico le parole non hanno mai rappresentato un mezzo per raggiungere significati altri, si sono sempre esaurite nella loro singolarità, come fine ultimo per arginare i suoi pensieri.
Le parole, le loro sillabe, le loro lettere pallottolose, il loro inchiostro schiacciato sulla pagina, il loro suono, funzionano da diserbante o da concime. Solo loro sanno ridurre l’irriducibile.
Lo Sbilico (p. 62)
Ma la sorte vuole – e non si può che ringraziarla – che Alcide Pierantozzi sia diventato proprio uno scrittore. Ne Lo sbilico è evidente la sua maestria feticistica in fatto di parole. Lo stile del romanzo è peculiare, la prosa è allo stesso tempo poetica e chirurgica: per ogni termine è studiato uno spazio preciso, cosicché dall’armonia della frase si possa estrarre il massimo significato. Emerge una scrittura sensoriale e immaginifica, che trasmette con accuratezza lo stato emotivo in cui l’autore imperversa, ma anche spietata e cruda nel documentare i fatti. La lettura è ipnotica, per coloro che scelgono di farsi trasportare nel mare burrascoso quale è la mente di un malato psichiatrico.
Se fossero nostre, le parole, se non richiedessero una ricerca continua prima di essere condivise, saremmo tutti malati di mente. Le parole sono di tutti tranne che nostre – tranne che mie.
Lo Sbilico (p. 139)
Etica dell’empatia
Dall’intera narrazione emerge che il punto nevralgico nella vita dell’autore è la sua famiglia: è lei che segna irrimediabilmente il suo passato – e lo si capisce bene in Apocalisse degli animali, la terza parte, quella più brutale –, è da lei che dipende il suo presente e senza di lei non si immagina un futuro.
A partire da questo, sorge naturale una riflessione sull’importanza della cura e su quanto sia indispensabile, per chi soffre, la presenza dell’altro. Il nostro contesto culturale è guastato da una forte diseducazione in merito alla salute mentale: le patologie psichiatriche sono troppo spesso demonizzate, vittime di stereotipi consolidati che le confinano nello spazio della vergogna o dell’ingovernabilità.
La mancanza di strumenti che permettano di empatizzare con il dolore da un lato getta il malato in una spirale di solitudine, dall’altro porta il sano ad aver paura di entrarci in contatto, come se quello stesso male potesse contagiarlo.

È in questa frattura che Lo Sbilico si inserisce e rivela la sua urgenza. Questo romanzo si rivolge in modo indistinto a tutti noi, compiendo un duplice miracolo laico: non solo si fa luogo di comprensione per chi convive con la neurodivergenza, ma restituisce a chi guarda da fuori un quadro clinico e al contempo umano. Quest’opera costringe a riscoprire l’importanza di uno sguardo non giudicante e di un ascolto autentico. Come lettori e come comunità dovremmo ringraziare Alcide Pierantozzi: liberandosi della sua storia, ha finito per liberare anche tutti noi.
Abbiamo tutti le stesse tre paure, tre paure specifiche uguali per chiunque, che però nessuno confessa mai a nessun altro – per questo siamo convinti di essere gli unici ad averle.
Lo Sbilico (p. 215)
Domenica Laurenzano
(In copertina: Premio Strega)
“Lo Sbilico” di Alcide Pierantozzi – Spiare nella mente di un malato psichiatrico è un articolo di Domenica Laurenzano. Clicca qui per altri articoli dell’autrice!

