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Elena Testi ci racconta la “Genesi” della destra israeliana

copertina “Genesi. Soldi, crimine, impunità. Storia dell’estrema destra israeliana”

Elena Testi, reporter per La7, ha recentemente pubblicato “Genesi. Soldi, crimine, impunità. Storia dell’estrema destra israeliana” (SEM Libri, 2026), un libro in cui ripercorre le origini, l’evoluzione e l’ascesa dell’estrema destra israeliana. In questa intervista, l’autrice racconta il lungo lavoro di documentazione che ha preceduto la scrittura del libro e ci condivide le riflessioni maturate osservando da vicino il conflitto israelo-palestinese (per approfondire: leggi il nostro percorso tematico).


Genesi: Soldi, crimine, impunità. Storia dell’estrema destra israeliana

Il libro, costruito come un non-fiction novel, prova a restituire al lettore un quadro complesso della storia israeliana contemporanea e delle trasformazioni politiche che hanno attraversato il Paese negli ultimi decenni.

Elena Testi indaga in particolare il rapporto tra Israele e Stati Uniti, ricostruendo il ruolo svolto da fondazioni e donatori statunitensi nel sostegno economico agli insediamenti israeliani nei territori occupati e alle forze dell’estrema destra israeliana, fino al loro ingresso nel “governo più estremista che Israele abbia mai avuto”.

Attraverso questo racconto, Genesi si interroga così sulle radici dell’attuale realtà politica israeliana e sulle dinamiche che hanno contribuito alla sua trasformazione.


Blu Dòmini: Essendo questo un testo ibrido, a metà tra un saggio e un romanzo criminale, quanto c’è di vero e quanto invece è stato romanzato?

Elena Testi: Guarda, in realtà è tutto vero. Si tratta di un non-fiction novel, una forma narrativa ancora sperimentale in Italia, mentre negli Stati Uniti d’America è molto usata per raccontare fatti reali; è poco usata nella geopolitica, però lo è molto, ad esempio, nel true crime. 

Leggendo tantissima saggistica su Israele, sull’occupazione e sulla storia del conflitto israelo-palestinese, mi sono resa conto che il saggio più o meno parte da una tesi, come è giusto che sia: l’autore ha un filo conduttore. Io volevo invece che il lettore, una volta chiuso il libro, potesse farsi un’idea autonoma di quel che era accaduto. Da qui la decisione di utilizzare questa forma narrativa.


Blu Dòmini: Leggendo il libro, ho avuto l’impressione che raccontasse la fine di due popoli: quello palestinese, torturato e sterminato, e quello israeliano, che, a causa del suo governo e di chi lo rappresenta, ha perso credibilità. Lei cosa ha provato mentre lo scriveva e cosa voleva far arrivare al lettore?

Elena Testi: Ho provato grande dolore. È stato doloroso dover ripercorrere la serie di omicidi e di impunità: da una parte l’indifferenza di una parte del popolo ebraico, dall’altra la sofferenza del popolo palestinese e l’incapacità di reazione della comunità internazionale.

Soprattutto, ho provato dolore per il fatto che tutti noi ci siamo svegliati solo dopo il 7 ottobre. Abbiamo prima pianto per il terribile pogrom portato avanti da Hamas, poi nel 2024 abbiamo capito la violenza e la sproporzione dell’utilizzo della forza da parte di Israele e, soprattutto, abbiamo iniziato finalmente a parlare di Cisgiordania.

Ci eravamo completamente scordati la questione dei territori occupati: il dibattito si accendeva e si spegneva ogni qual volta una fiamma si innescava in quella piccola parte di mondo. Questa è una cosa che mi ha provocato dolore, insieme a una sensazione di tradimento. Io non sono una nemica dello Stato di Israele, anzi: amo parte del popolo ebraico, amo Tel Aviv, ci sono andata tantissime volte. Però chi ha creduto nel sogno dei kibbutzim, nello Stato socialista israeliano e nell’Israele democratico, oggi si rende conto che quella democrazia nella quale molti hanno creduto è una democrazia tradita.

Ora, è successo adesso? È successo dopo il 2022, con il governo più estremista che Israele abbia mai avuto? Molto probabilmente no. Forse dovevamo aprire gli occhi prima. Però resta quella sensazione di tradimento e anche quella di non aver ben compreso la situazione prima della denuncia che andava fatta. Ed è una colpa.


Blu Dòmini: Lei prima ha parlato di incapacità internazionale. Che cosa ha portato l’Occidente ad avere un trattamento di favore nei confronti di Israele, non condannando con la stessa durezza i coloni, come invece è avvenuto nei confronti degli attacchi arabi?

Elena Testi: Israele nasce per volontà degli Stati Uniti d’America.

All’epoca c’era la presidenza Truman, il quale andò contro gli esperti che lo consigliavano, perché odiava quelli che chiamava “i ragazzi con i calzoncini corti”, cioè coloro che avevano studiato nelle università d’élite. Egli non aveva studiato nelle università d’élite: da giovane aveva aperto attività commerciali con alcuni ebrei ed era molto vicino alla comunità ebraica.

Inoltre, non dimentichiamoci che l’Europa usciva, così come tutto il mondo occidentale, dall’Olocausto. Quindi, Truman fece preparare dei report, si rese conto di ciò che aveva sofferto il popolo ebraico e si impegnò molto per la nascita dello Stato di Israele, entrando anche in contrasto con la Gran Bretagna.

Questa relazione speciale c’è sempre stata, si è protratta nel tempo e ha sicuramente anche interessi geopolitici. Gli Stati Uniti sanno che grazie a Israele hanno una presenza molto importante in Medio Oriente.

Lo Stato di Israele è lo Stato più impunito perché gli USA, con il potere di veto che hanno alle Nazioni Unite, rendono quasi inconsistente la possibilità di sanzionarlo, mettendo in difficoltà il Consiglio di Sicurezza. La metà dei veti esercitati dagli Stati Uniti è stata utilizzata a protezione dello Stato di Israele.

È una relazione speciale che non si è mai interrotta. Nessun Presidente degli USA – se non Barack Obama, che ha alzato la voce contro i territori occupati – ha mai messo in discussione questa relazione, che si è rafforzata con la presidenza di Donald Trump, ma che in questo momento sta tuttavia attraversando un momento di crisi.

"Genesi" di Elena Testi
La copertina di Genesi di Elena Testi (SEM Libri, 2026).

Perché Israele e Stati Uniti stanno vivendo un momento di crisi? Prima di tutto perché l’elettorato democratico non appoggia più Israele. C’è una spaccatura interna e, per la prima volta, trenta democratici hanno chiesto al Congresso di rendere noto il piano nucleare di Israele: è una rottura storica, perché non era mai successo prima.

Allo stesso modo, nel Partito Repubblicano c’è una spaccatura fortissima. Se la generazione più anziana supporta ancora Israele, quella tra i 18 e i 50 anni non simpatizza più per Israele: il 57% non lo appoggia e chiede anzi di interrompere la vendita di armi allo Stato israeliano. Questa relazione speciale si sta incrinando e lo vediamo anche con il possibile accordo di pace tra Iran e Stati Uniti, o meglio con questo tentativo di dialogo.

Poi c’è l’Europa. Europa e Israele sono partner commerciali: c’è un interscambio pari a 46,8 miliardi di euro. Si è parlato molte volte di interrompere il patto commerciale tra Europa e Israele, ma per interromperlo bisogna arrivare a un voto unanime al Consiglio Europeo e Germania, Italia e altri Paesi si sono messi di traverso.

Per quale motivo? Uno, perché sono legati economicamente a doppio filo. Due, perché l’Europa non vuole inimicarsi in questo momento gli USA più di quanto non abbia già fatto finora.


Blu Dòmini: Come si è sviluppato il suo lavoro di ricerca che ha portato alla nascita di questo libro?

Elena Testi: È stato un lavoro sul campo, fatto di continui viaggi avanti e indietro tra il Medio Oriente. È stato un lavoro di ricerca vero e proprio: rileggere tutti gli articoli, le cronache dell’epoca. Ho letto tantissima saggistica e uno dei motivi per cui abbiamo deciso di inserire un QR è che le fonti consultate erano talmente tante che inserirle tutte nel libro rischiava di trasformarlo in un mattone che nessuno avrebbe comprato.

È stato un lavoro di ricerca molto importante e, per me, utilissimo, perché, per rendere il testo così narrativo, sono andata alla ricerca del dettaglio. Non solo ho dovuto rileggere tutta la cronaca dell’epoca, ma anche revisionare tutti i materiali visivi, operazione in cui sono stata agevolata, perché sono anche una giornalista televisiva e avevo un archivio da poter consultare.

È stato molto interessante immergersi nella storia di due popoli e soffrire con loro. Tant’è che alcuni personaggi, tipo Netanyahu, Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, li ho un po’ storicizzati: li ho messi a margine, trasformandoli in personaggi storici, perché ne avevo necessità. Altrimenti non sarei riuscita, ogni volta che tornavo in Israele, a mantenere quel giusto distacco di cui invece ho bisogno.


Blu Dòmini: C’è stato un personaggio del libro con cui ha empatizzato di più?

Elena Testi: Quello con cui empatizzo di più, e l’ho sempre fatto, è Yitzhak Rabin, il primo ministro israeliano ucciso nel 1995. L’ho sempre trovato un uomo estremamente coraggioso.

Quando deve andare alla Casa Bianca per firmare gli accordi di Oslo, il giorno prima dice a Bill Clinton: “Guarda, io non ci vengo, non stringo la mano a un assassino di bambini ebrei”, riferendosi ad Arafat. In Israele tutti volevano capire se ci sarebbe stata quella stretta di mano, perché è un gesto di comunione, di abbraccio, anche di pace.

Alla fine, lo fece ugualmente. E lo fece nonostante fosse stato il generale della Guerra dei Sei Giorni, nonostante non amasse propriamente il popolo palestinese e odiasse Arafat, che riteneva responsabile di numerosi attentati. Lo fece per aprire un processo di pace, sapendo che senza quella apertura Israele non avrebbe mai vissuto in pace. Lo fece per il suo popolo, ma riuscì comunque a fidarsi di persone che aveva sempre visto come nemici, superando la paura del diverso.

Quando deve andare alla Casa Bianca per firmare gli accordi di Oslo, il giorno prima dice a Bill Clinton: “Guarda, io non ci vengo, non stringo la mano a un assassino di bambini ebrei”, riferendosi ad Arafat.

In Israele tutti volevano capire se ci sarebbe stata quella stretta di mano, perché è un gesto di comunione, di abbraccio, anche di pace.

La stretta di mano tra Rabin e Arafat (Fonte: Wikipedia).

Alla fine, lo fece ugualmente. E lo fece nonostante fosse stato il generale della Guerra dei Sei Giorni, nonostante non amasse propriamente il popolo palestinese e odiasse Arafat, che riteneva responsabile di numerosi attentati.

Lo fece per aprire un processo di pace, sapendo che senza quella apertura Israele non avrebbe mai vissuto in pace. Lo fece per il suo popolo, ma riuscì comunque a fidarsi di persone che aveva sempre visto come nemici, superando la paura del diverso.

L’ho amato molto e ho sofferto molto nel ripercorrere le ore finali della sua vita, drammatiche e straordinarie allo stesso tempo. Un mese prima scrive inconsapevolmente nell’agenda il giorno e l’ora della propria morte.

Sale su quel palco, si commuove vedendo i giovani che ballano nelle fontane sperando nella pace, canta la canzone della pace – che lui stesso aveva bandito nel 1967 perché la considerava troppo di sinistra – e abbraccia Shimon Peres, che era stato il suo grande nemico. Quando gli chiedono se è felice risponde: “se qualcuno mi chiede che cos’è la felicità, la felicità è questa giornata”.

È morto felice, all’inizio di un sogno che poi si è completamente disintegrato.


Blu Dòmini: Per molto tempo Israele è stata definita la più grande democrazia del Medio Oriente. Però il fatto che al governo, come Ministro della sicurezza nazionale, ci sia Itamar Ben-Gvir – che nel libro lei scrive essere stato rifiutato dall’esercito perché considerato troppo pericoloso – non dice molto sulla direttiva politica del Paese?

Elena Testi: È una domanda dolorosa, ma è chiaro che dobbiamo porcela. Israele è ancora una democrazia? È una questione importante non solo per comprendere quale direzione stia prendendo Israele, ma anche perché Israele è considerata l’unica democrazia di stampo occidentale in Medio Oriente. E quindi riguarda anche noi: se quel sistema democratico rientra nel modello occidentale, il superamento di certi paletti rossi è un campanello d’allarme per tutte le democrazie occidentali.

Possiamo ancora considerare Israele una democrazia? È difficile dirlo, perché la democrazia implica il rispetto delle minoranze, e Israele oggi non rispetta le minoranze. E non parlo soltanto dei palestinesi che vivono in Cisgiordania: parlo anche dei due milioni di arabi israeliani, considerati ormai cittadini di serie B dopo la legge Stato-Nazione del 2018.

Israele, per potersi definire una democrazia, dovrebbe rispettare il diritto internazionale, cosa che oggi non accade: non nei confronti del popolo palestinese, ma neanche nei confronti degli altri Stati.

In questo momento Israele sta vivendo la dimostrazione del fatto che non solo la sua è una democrazia fragile, ma che tutte le democrazie sono fragili.

Quando eleggi un primo ministro che ha accanto un personaggio come Itamar Ben-Gvir, un estremista come Bezalel Smotrich, con l’intento di riformare la giustizia portandola sotto il controllo del governo, di screditare costantemente i media, definendo fake news tutto ciò che va contro l’operato del governo e limitando la libertà di manifestazione, allora siamo di fronte a un problema.

Bezalel Smotrich e Benjamin Netanyahu
Bezalel Smotrich e Benjamin Netanyahu (fonte: RSI).

Blu Dòmini: C’è stato un momento, durante il processo di pubblicazione del libro, in cui ha pensato di non pubblicarlo, temendo eventuali ripercussioni?

Elena Testi: No, non ho mai pensato di non pubblicarlo.

Questo per me era un libro necessario, prima di tutto a livello personale. Ho avuto enormi problemi di coscienza, ho fatto un percorso lunghissimo, ho masticato e rimasticato la parola “genocidio”. Ero ossessionata da questa parola, perché andavo al confine con Gaza, la vedevo distrutta, completamente rasa al suolo, continuavo a vedere le bombe cadere e mi chiedevo che cosa stesse accadendo.

Leggevo i report e mi chiedevo che cosa stesse accadendo. Erano così cruenti – e lo sono tuttora – che a volte mi sono vergognata di averli messi in discussione. Mi dicevo: “Ma è possibile che stia veramente accadendo tutto questo?”.

Elena Testi (Fonte: Fonte: SEM Libri).

La mia generazione è cresciuta non tanto con il “mai più” dell’Olocausto, quanto con la domanda: “Come è potuto accadere? Perché qualcuno non l’ha fermato?”. È questo che mi impressiona.

Credo che ci sarà bisogno di tempo, soprattutto per Israele, per riuscire a farsi un esame di coscienza. Non ho mai visto un Paese in guerra che riesca, nello stesso momento, a interrogarsi sulla direzione verso cui si sta muovendo.

Serve che la guerra finisca, serve che il tempo passi e che si riesca a comprendere quello che è accaduto. Servirebbe però anche un processo, perché nella storia i processi sono sempre stati utili.

Questo per me era un libro necessario, prima di tutto a livello personale. Ho avuto enormi problemi di coscienza, ho fatto un percorso lunghissimo, ho masticato e rimasticato la parola “genocidio”. Ero ossessionata da questa parola, perché andavo al confine con Gaza, la vedevo distrutta, completamente rasa al suolo, continuavo a vedere le bombe cadere e mi chiedevo che cosa stesse accadendo.

Leggevo i report e mi chiedevo che cosa stesse accadendo. Erano così cruenti – e lo sono tuttora – che a volte mi sono vergognata di averli messi in discussione. Mi dicevo: “Ma è possibile che stia veramente accadendo tutto questo?”. La mia generazione è cresciuta non tanto con il “mai più” dell’Olocausto, quanto con la domanda: “Come è potuto accadere? Perché qualcuno non l’ha fermato?”. È questo che mi impressiona.

Credo che ci sarà bisogno di tempo, soprattutto per Israele, per riuscire a farsi un esame di coscienza. Non ho mai visto un Paese in guerra che riesca, nello stesso momento, a interrogarsi sulla direzione verso cui si sta muovendo. Serve che la guerra finisca, serve che il tempo passi e che si riesca a comprendere quello che è accaduto. Servirebbe però anche un processo, perché nella storia i processi sono sempre stati utili.


Blu Dòmini: Mentre leggevo il libro, mi aspettavo di leggere un nome che invece non compare: Epstein. Non so se perché è un ebreo miliardario o perché ultimamente viene spesso associato a Trump, ma ero convinta che a un certo punto sarebbe comparso. Lo abbiamo considerato tutti più potente di quello che era, oppure non era rilevante per la storia?

Elena Testi: Io credo che o si fanno le inchieste – e gli Epstein files prevedono un’inchiesta a sé – oppure, se scrivi un libro sull’estrema destra israeliana avendo ancora migliaia di pagine desecretate e senza avere un quadro completo della storia, rischi di prendere strade sbagliate.

Viviamo già in un mondo estremamente confuso. Per questo mi sono detta: non mettiamo troppa carne al fuoco, chiariamo piuttosto il quadro di Israele, perché questo è un libro su Israele. È vero che Israele ha rapporti profondi con gli Stati Uniti d’America, ma Epstein è veramente un capitolo a sé. Anzi, più che un capitolo, è un libro a sé, che meriterà attenzione quando avremo un quadro più completo, perché attualmente non si comprende molto.

È poco chiaro anche il rapporto che Epstein ha avuto con Barak e con altri personaggi. Ci sono molti fatti ancora oscuri. È anche poco chiaro se Trump possa essere effettivamente sotto ricatto per gli Epstein files, perché probabilmente lo Stato di Israele è in possesso di alcune informazioni. Non lo so, è ancora tutto molto poco chiaro.

Inoltre, io ho consegnato il libro a dicembre, e tra la consegna e la stampa passa inevitabilmente un lungo periodo di tempo. Non avevo ancora la possibilità di studiare la questione in maniera approfondita. Comunque, è una domanda interessante, anche perché non sei la prima persona a pormela.

Intervista a cura di Blu Dòmini.

(In copertina, un ritaglio dell’immagine di copertina di Genesi. Soldi, crimine, impunità. Storia dell’estrema destra israeliana, edito da SEM Libri)


L’intervista a Elena Testi è realizzata in collaborazione con SEM Libri ed Edimill Media. Un ringraziamento particolare a Elena Testi ed Elisa Carlone.
Per approfondire, leggi anche l’intervista a Elia Milani, a cura di Davide Lamandini.
Leggi tutte le interviste di Giovani Reporter.

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