Edito da L’Orma, “Vedove di Camus” è l’ultimo romanzo di Elena Rui. Prendendo le mosse dalla tragica morte di Albert Camus, avvenuta il 4 gennaio 1960 in un incidente stradale, l’autrice penetra nelle pieghe dell’animo di quattro donne legate sentimentalmente al celebre scrittore, per portare alla luce non solo i sentimenti scatenati in loro dal lutto, ma anche la loro precedente relazione con Camus. Candidato al Premio Strega 2026, il libro è stato proposto da Liza Ginzburg, che l’ha presentato come una splendida “partitura a quattro voci” sull’“amore, la perdita, il lutto, la rinascita”.
“Albert est mort”
Il Premio Nobel per la letteratura Albert Camus scomparve all’improvviso e prematuramente il 4 gennaio del 1960, all’età di soli quarantasei anni. La Facel Vega FV3B su cui stava tornando a Parigi insieme all’editore Michel Gallimard e alla famiglia di quest’ultimo si schiantò contro un platano nei pressi della cittadina di Villeneuve-la-Guyard, poco lontano dalla capitale francese.
All’incidente sopravvissero solo Janine Gallimard, moglie dell’editore, e Anne, la loro figlia; Camus morì sul colpo, Gallimard cinque giorni dopo, nell’ospedale in cui era stato ricoverato con prognosi riservata.
Quattro donne rimasero vedove dalla morte di Albert: la moglie, Francine Faure, e le tre amanti: le due affermate attrici Maria Casarès e Catherine Sellers, e la giovane pittrice Mette Ivers.
In Vedove di Camus, Elena Rui rilegge la tragedia attraverso gli occhi e la sensibilità di queste quattro donne, indagando – in parte servendosi delle loro stesse dichiarazioni, in parte affidandosi all’immaginazione – la natura della loro relazione con lo scrittore e l’impatto che la sua scomparsa inaspettata ebbe su ciascuna di loro.
Vedove di Camus è, dunque, un romanzo sul lutto; ma prima ancora è anche, e forse soprattutto, un romanzo sul desiderio e sull’amore, sulla fedeltà e sul tradimento, sui diversi modi – lineari o intricati, efficaci o fallimentari – con cui gli esseri umani entrano in relazione profonda gli uni con gli altri.

Albert Camus, presente solo come spettro evocato dai ricordi altrui, è in realtà il cuore nevralgico di questo libro: fulcro di un desiderio che si dirama verso l’esterno, in quattro direzioni e quattro modalità diverse, ma anche motivo di dolore da ben prima della sua morte.
Asimmetrie: quando l’amore è adeguamento
Con alcune delle sue ‘vedove’ Camus intesse dei legami asimmetrici: una parte – Albert – stabilisce caratteristiche e confini della relazione, l’altra – la moglie o l’amante in questione – vi si adatta controvoglia. È ciò che accade con Francine Faure e con Catherine Sellers, entrambe costrette a un poliamore non voluto.

Francine si adegua, riluttante, “alla loro convivenza asessuata, poi all’assenza di convivenza” (p. 34).
Esce umiliata dal confronto con l’Unica, Maria Casarès. Lei, Francine, vive nella pesantezza, nell’ossessione, nell’incapacità di affermare la propria identità in un ambito preciso – non nel nido domestico, come amorevole moglie e abile massaia, ma neppure al di fuori di esso, come matematica o pianista di successo.
L’altra, l’Unica, ha invece “il fascino di chi non si cura dei propri difetti ed emana una vitalità fuori dal comune” (p. 41).
A far soffrire Francine non è tanto la gelosia per i continui tradimenti del marito (a dire il vero, nella gamma di emozioni e stati d’animo che la contraddistinguono, la gelosia non figura affatto).
A farla soffrire è la consapevolezza di essere divenuta per Albert una sorella, più che una moglie, una compagna o un’amante; la presa di coscienza di come suo marito abbia gradualmente castrato il loro rapporto, declassandolo al sobrio affetto tra due fratelli.
Ma per lei Albert non è mai stato un fratello: è stato il suo uomo, il padre dei suoi figli, e se lei ha finito per accettare il ruolo di sorella è stato solo per rassegnazione.

I coniugi Camus hanno sofferto entrambi: Albert per la propria incapacità di adattarsi alla “promiscuità della vita familiare” (p. 42) e per il proprio bisogno di “libertà ed egoismo” (p. 26); Francine per l’assenza fedifraga del marito e per la costante castrazione dei propri desideri.
Il principale ruolo di Francine nella vita di coppia, l’unico pregio riconosciutole – arma a doppio taglio –, è stato quello di esserci, di farsi presenza laddove Albert non è mai riuscito a garantire la propria.
La gelosia di cui la moglie è priva caratterizza invece, in modo solo apparentemente paradossale, l’amante, o meglio una delle tante.
La figura di Catherine Sellers tratteggiata da Elena Rui, basata sui diari della stessa Sellers depositati nella sezione Manuscrits della Bibliothèque nationale de France, è rosa da una gelosia folle, acuta, bruciante, che straborda in un attaccamento morboso nei confronti di Camus e in comportamenti che sfiorano il patologico.
Come la consuetudine di trascorrere le notti fuori dalla porta del pied-à-terre in cui, nei suoi ultimi anni, lo scrittore viveva da solo: “Si era scordata le nottate passate rannicchiata contro la porta di Albert. Voleva stargli vicino anche quando chiedeva di essere lasciato solo; per sentirlo respirare, ma anche spiarlo, controllarlo, sorvegliarlo” (p. 88).

Per Catherine le altre donne di Camus sono presenze che mettono in discussione il suo ruolo nella vita di lui. La mancanza di curiosità di Francine la irrita: lei vuole sapere tutto. E non appena scopre qualche traccia di ‘tradimento’ esplode incontenibile, ma per poco, perché non appena Albert si mostra infastidito da queste scenate e rivendicazioni di possesso la gelosia si dissolve in un atteggiamento da cagnolino ubbidiente, dispiaciuto e pentito di aver fatto arrabbiare il suo padrone.
Simmetrie: quando l’amore è libertà condivisa
Più egualitarie sono, invece, le relazioni che legano Camus a Mette Ivers e Maria Casarès.
La prima è una pittrice francese di origini svedesi che, all’altezza dell’incontro con Albert, non ha più di vent’anni.
La freschezza e l’innocenza della sua giovane età le permettono di vivere l’amore con lui unicamente all’insegna dello stupore e della leggerezza: lo stupore di essere stata scelta dal Premio Nobel Albert Camus, la leggerezza di chi si è appena affacciato sulla soglia della vita ed è pronto a tuffarsi nei suoi gorghi senza che intervenga alcun timore a frenarlo.

Rui la coglie – scelta acuta e significativa – a ottant’anni, quando ormai, con la saggezza data dall’esperienza, rilegge la frequentazione con Camus compiendo valutazioni diverse rispetto a quelle di più di mezzo secolo prima.
La condiscendenza che al tempo accordava ai suoi tradimenti nei confronti della moglie, ad esempio, non le appartiene più: lei stessa ha provato sulla propria pelle, nel matrimonio con l’illustratore Jean-Jacques Sempé, che esistono “fratture necessarie” (p. 106); non solo possibili, ma, talvolta, addirittura doverose.
Infine, Maria Casarès, l’Unica tra tante, l’amore iniziato durante la guerra, interrotto e poi ripreso senza ulteriori soluzioni di continuità fino alla morte di Camus.
La parità del loro rapporto e la corrispondenza delle libertà che ciascuno dei due rivendica per sé e concede all’altro sono la conquista di una lunga e appassionata frequentazione tra due anime affini.
La vitalità di Maria è la stessa di Albert; entrambi perseguono la stessa ricerca di libertà ed egoismo, quella dose di egoismo necessaria alla felicità; il destino bramato ma non ottenuto dallo scrittore – andare incontro alla morte lentamente, vederla e sentirla arrivare, avvicinarsi alla fine con consapevolezza e nel pieno dominio delle proprie facoltà mentali – toccherà, molti anni dopo, all’attrice.
Per Albert Camus Maria Casarès è l’Unica non tanto in senso effettivo, quanto più per via della straordinaria, irripetibile sinergia sentimentale e professionale che li unisce, e di cui, dopo la morte di lui, Maria sente terribilmente la mancanza: “Non esistono ancora relazioni capaci di risarcirla dell’interruzione del dialogo serrato con Albert […]. Nessuno aveva mai mostrato un interesse così profondo e duraturo per il mondo filtrato dal suo sguardo” (p. 146).

Maria, “che non si protegge mai dalle turbolenze della vita” (p. 158), non ha evitato neanche la tempesta di questa relazione adulterina con uno degli scrittori più acclamati, discussi, incensati e contestati del Novecento; e ora accetta su di sé, senza scansarla, anche la bufera provocata dalla sua scomparsa.
Una fedeltà unilateralmente imposta
Gli sguardi di queste donne su Albert Camus – sguardi prospettici ed emotivi, filtrati dall’affetto, dalla nostalgia, talvolta dall’incomprensione – delineano a poco a poco la sua fisionomia complessa e colma di contraddizioni.
Tra le tante, quella riguardante la sua concezione di fedeltà e tradimento: paladino dell’amore libero, si arroga il diritto di una libertà incondizionata, ma fatica ad accettare che le sue partner ne desiderino altrettanta per sé.
Dice Catherine Sellers: “Albert accumula e ripone al fresco le conquiste per poterne disporre a piacimento in caso di appetito improvviso. Il fatto che sia infedele non gli impedisce di essere possessivo” (p. 60).
Di primo acchito, si potrebbe essere tentati di biasimare la possessività ipocrita di un uomo che si circonda di tante donne non volendo appartenere a nessuna, ma pretendendo che tutte appartengano solo a lui. La fedeltà che richiede è strettamente unilaterale.

E tuttavia non c’è niente di più umano: se rivendicare la propria libertà e di riflesso accettare quella altrui appare razionalmente lineare, spesso nella pratica il secondo punto risulta emotivamente più difficile da gestire e più impegnativo da rispettare.
Racconta Maria Casarès che Albert “sorvegliava con severità la propria indole possessiva, per essere sempre all’altezza dell’idea dell’amore che si era costruito” (p. 146). Un obiettivo nobile, professato e perseguito con impegno, ma forse mai davvero raggiunto.
Il lutto come banco di prova ed esperienza trasformativa
Vedove di Camus è e rimane, in fin dei conti, un romanzo sul lutto, ovvero sulla condizione di disorientamento e sulla necessità di riconfigurazione identitaria a cui si va incontro a seguito della morte di una persona cara.
Secondo il filosofo americano Michael Cholbi, il lutto è un’esperienza potenzialmente benefica per l’individuo: pur attraverso il dolore, gli permette di ottenere una maggiore self-knowledge, una più lucida e completa conoscenza di sé.
In un primo momento, infatti, l’individuo deve fare i conti con la natura della propria relazione pregressa col defunto e con ciò che ciascuno dei due rappresentava per l’altro (backward-looking dimension del lutto). Secondariamente, è portato a chiedersi chi vuole essere ora che tale relazione si è spezzata, il defunto non è più parte della sua vita e la componente identitaria a lui connessa è venuta meno (forward-looking dimension del lutto).
Il lutto è, insomma, un banco di prova della propria identità passata e di pianificazione, per così dire, di quella futura. È ciò che accade alle quattro donne di questo libro: ciascuna deve venire a patti con il vuoto lasciato dalla morte di Camus e capire che importanza o funzione accordargli, come – e se – riempirlo.

Francine Faure gode, almeno in un primo momento, della desiderata ma mai ottenuta esclusività.
Catherine Sellers assume una nuova postura nei confronti delle ‘altre di Camus’: la sua insana gelosia cede gradatamente il passo alla complicità e al sostegno reciproco.
Molti anni dopo, Mette Ivers riesamina la propria gioventù con l’intento non di giudicarla, ma semplicemente di osservarla sotto una nuova luce, da una diversa prospettiva.
Da ultimo, Maria Casarès sperimenta un senso di svuotamento, e ripercorre quanto vissuto con Camus: un amore coltivato negli anni con vitalità e passione, animato dallo scambio intellettuale, dal sodalizio artistico, dal rispetto e dalla stima reciproci. E a fronte di tutto questo conclude, con serenità e riconoscenza: “quando ci si è amati profondamente, non si è mai più soli” (p. 155).
Federica Lainati
“Vedove di Camus” di Elena Rui – Di lutto, amore e tradimento è un articolo di Federica Lainati. Clicca qui per altri articoli dell’autrice!
