Cultura

Ad Han Kang non piacciono le storie felici

han kang convalescenza

La scrittrice sudcoreana Han Kang, Premio Nobel per la Letteratura nel 2024, racconta storie tragiche e pervase di tristezza, in cui si muovono personaggi segnati dalla malinconia e dalla solitudine: una ‘poetica del dolore’ di cui la raccolta “Convalescenza” – che riunisce l’omonimo racconto breve e “Il frutto della mia donna” – costituisce un caso esemplare. 


Di Han Kang, lo dichiaro fin da subito, ho letto molto poco. 

Ho ignorato, nonostante l’abbia avuto per diverso tempo sulla scrivania, Non dico addio; non sono incappata né in Atti umani, né nel Libro bianco, e neppure nella Vegetariana, che nel 2016 ha vinto il Man Booker International Prize e, lo stesso anno, è stato anche il primo romanzo dell’autrice tradotto in Italia. 

Ho letto, invece, L’ora di greco, e divorato due libriccini, ciascuno dei quali non supera lo spessore di un mignolo: Nella notte più buia il linguaggio ci ricorda di cosa siamo fatti, titolo irragionevolmente lungo per un libro così piccolo, contenente il discorso di accettazione del Premio Nobel; e Convalescenza, a sua volta composto da due racconti, Convalescenza e Il frutto della mia donna

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Da queste poche ma intense, voraci e appassionate letture ho dedotto una semplice verità: ad Han Kang non piacciono le storie felici.

Con ogni evidenza, questa donna sudcoreana dai capelli neri e il volto lunare non ama creare personaggi risolti dal passato sereno, né immaginare atmosfere distese, luminose e rassicuranti. Tutt’altro: i suoi libri sono percorsi da una vena di tristezza, una vena dalle pareti spesse, viva e pulsante, simile a quelle color blu marino che emergono sulle braccia diafane di una bambina malata. 

Le sue storie stillano lente e pesanti gocce di dolore che lasciano grosse macchie bagnate sulla pelle, come pioggia sull’asfalto. In una lingua tutto sommato piana, lineare, senza picchi né crolli – anche se in certi punti poetica fino allo stucchevole –, di tanto in tanto, e in misura sempre più fitta col progredire del racconto, si aprono degli squarci di tragedia gettati sulla pagina con noncuranza, come una sciarpa buttata sulla poltrona o un paio di calzini lasciati cadere nella cesta della biancheria sporca. 

Se nei romanzi questo dolore è diluito, spalmato tra le pagine, risultando così onnipresente ma più facile da sopportare, nei racconti è molto più condensato: l’aria ne è satura, la concentrazione è spaventosa, quasi insostenibile, al punto che si è costretti a intervallare la lettura con frequenti pause, per riprendere fiato. 

Se Convalescenza costituisce il perfetto esempio di questa poetica del dolore – meno di trenta pagine in cui ogni rigo è un masso nello stomaco, ogni parola una corda che stritola –, Il frutto della mia donna è pervaso di una tristezza in cui si apre, però, anche un timido squarcio di speranza

Convalescenza – gli effetti collaterali del silenzio

Nel breve spazio di questo racconto, scritto tutto in seconda persona, la protagonista – una donna sulla trentina – affronta il lento e sofferto processo di guarigione da una duplice ferita: quella provocatale da un intervento alle caviglie finito male, e quella causata dalla morte di sua sorella.

Il legame tra loro – all’inizio molto stretto, giocoso, colmo di tenerezza e reciproca premura – si è col tempo assottigliato, fino a diventare praticamente inesistente.

Qualcosa nel loro rapporto si è incrinato fino a spezzarsi: “Certo, non vi sentivate da diverso tempo. Sebbene fosse la tua unica sorella, hai saputo tutto della malattia solo attraverso tua madre” (p. 22). E negli ultimi mesi della sua vita ha potuto vederla solo di rado, perché lei – sua sorellanon voleva vederla.

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Foto: Pinterest.

Mi chiedo quali siano i silenzi che iniziano a segnare un distacco, una rottura, e se sia possibile riconoscerli nel momento in cui li si vive. Se, tendendo l’orecchio e misurando l’estensione e la pesantezza di un silenzio, si sia in grado di stabilirne la gravità e di prevedere entro quanto tempo la situazione diventerà irreversibile

Se sia possibile individuare delle soglie limite, come per il clima: se la temperatura media mondiale aumenterà di 1,5°C, entro il 2100 il livello del mare salirà da 0,25 a 0,77 metri; molte specie marine si sposteranno a latitudini più alte, e gli ecosistemi marini e costieri subiranno ingenti danni e modificazioni; la resa agricola e le qualità nutrizionali di coltivazioni cerealicole come riso, grano e granoturco diminuiranno, e tra gli esseri umani prolifereranno in misura sempre maggiore malattie e morti correlate al caldo… 

Allo stesso modo: se in una relazione si apre una zona di silenzio sui temi più disparati, dalla condivisione delle proprie giornate al litigio per un fastidio o un’incomprensione, e questo silenzio viene portato avanti con ostinazione da entrambe le persone coinvolte, si stima che entro un anno i non detti aumenteranno sensibilmente, includendo informazioni sempre più rilevanti: traslochi, problemi al lavoro o di coppia, gravidanze, malattie. 

Nel giro di un paio d’anni, i componenti della relazione potrebbero addirittura non parlarsi più; nel giro di cinque anni, diventerebbero a tutti gli effetti due estranei

Quando ormai è troppo tardi

Solo di rado, purtroppo, si riesce a prendere coscienza della frattura in tempo. Molto più spesso ce ne si accorge quando ormai una grossa crepa ha iniziato a serpeggiare sulla parete e a mettere a rischio la tenuta del muro. 

La protagonista di Convalescenza cade proprio in questo, umanissimo, errore: tarda ad aprire gli occhi e a porsi questa domanda. “Un giorno te lo chiedesti. Ti chiedesti che cosa fosse andato storto e dove” (p. 23).  

L’interrogativo affiorò in lei quando sua sorella, ai tempi dell’università, le chiese di accompagnarla in ospedale: doveva abortire. Non le sembrò necessario dirle di non rivelarlo a nessuno: dava per scontato che non l’avrebbe fatto, “perché sapeva che le volevi molto bene. Nonostante ciò, da allora tua sorella non ti volle più bene” (p. 25). E allora anche lei, la protagonista, si sforzò di non volergliene più, dopo aver cercato senza successo di riconquistare l’affetto perduto e aver compreso che ogni suo tentativo sarebbe stato vano. 

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Immagine dal film Sentimental value di Joaquim Trier (Foto: Pinterest).

Qual è la tipologia e l’intensità del dolore provocato dallo sfilacciarsi di uno dei legami più viscerali che si possano instaurare con un altro essere umano? Come può una sorella – sangue del proprio sangue, con cui si condividono, oltre che parti del proprio DNA, anche spazi, giochi, vestiti, modi di dire, confidenze e segreti per una parte considerevole della propria vita – diventare un’estranea di cui non si sa più nulla, nemmeno che un male terribile la sta consumando inesorabilmente? 

Fredde, questa è la parola usata dalla protagonista di Convalescenza. Lei e sua sorella sono fredde, o meglio lo sono progressivamente diventate, l’una nei confronti dell’altra. Ma che cosa le ha rese tali? Questa domanda non trova risposta. 

Il frutto della mia donna – storia di due solitudini

A Seoul, nel quartiere di Sanggye-dong, una donna soffocata dalla città, dai palazzoni, dall’inquinamento e dalla solitudine si trasforma lentamente in un vegetale

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Palazzi del quartiere di Sanggye-dong, a Seul (Foto: Reddit).

La seconda metà del racconto è narrata dalla sua voce e dalla sua prospettiva; la prima, invece, da quelle del marito. È lo sguardo di lui a restituirci, allibito ma non sufficientemente allarmato, i primi segni della metamorfosi. 

Comprendiamo ben presto che parte dell’infelicità della donna è causata proprio da questo marito assente e distratto, che prosegue la sua esistenza senza scossoni e vive il malessere di lei come un potenziale danno alla propria serenità. “Non potevo sopportare quei piccoli, affilati colpi che mandavano ciecamente in frantumi la mia nuova, precaria felicità” (p. 65). 

Entrambi i giovani coniugi sono malati di solitudine: lui la conosce molto bene in se stesso (“Mi sono sentito solo tutta la vita”, p. 63), e la nota in lei fin dal loro primo incontro. Ma se quella di sua moglie è “una solitudine non cercata” (p. 61), la sua è invece la naturale conseguenza del suo modo di vivere: totalmente autocentrato e narcisista, privo di empatia e incapace di proiettarsi al di fuori di sé. 

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Passanti a un incrocio (Foto: Unsplash).

Come accade alla protagonista di Convalescenza, anche la prima voce narrante del Frutto della mia donna scopre all’improvviso e con sconcerto che la persona che dovrebbe essergli più intima – sua moglie – in realtà è per lui una sconosciuta. Questa volta, però, la ragione è ben chiara: da quanto tempo non la guarda davvero? L’ha mai fatto? 

Si è abituato a leggere lo stato della loro vita di coppia solo sulla base del proprio sentire, senza prestare la minima attenzione a quello di lei. Si è affezionato a lei solo come riempitivo della propria solitudine. Come può pensare di riconoscerla, se non l’ha mai conosciuta davvero? 

La metamorfosi: morire alla propria umanità, per rinascere e dare frutto

E così col passare dei mesi la donna compie la sua lenta, graduale metamorfosi. Fino a che un giorno suo marito, di ritorno da un viaggio di lavoro, viene accolto da un corpo vegetale che – le braccia divenute rami protesi verso il cielo – aspetta sofferente di ricevere dell’acqua. 

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Foto: Unsplash.

Il primo vero gesto di cura che lui compie nei suoi confronti è proprio annaffiarla, gettandole addosso dell’acqua da una bacinella. Il secondo gesto di cura: trapiantarla in un vaso. Solo ora che lei non gli è più utile a nulla, egli la riscopre come essere amato per cui avere attenzione e premura in modo del tutto disinteressato

Tra le cure amorevoli del marito, questa donna tramutata in pianta muore definitivamente a se stessa. Con gioia abbandona un’esistenza che non era vita, ma mera sopravvivenza, e dentro la quale stava marcendo, appassendo. “Presto, lo so, perderò anche la capacità di pensare, ma sto bene. È da tanto tempo ormai che sognavo questo, poter vivere solo di vento, sole e acqua” (p. 77). 

La metamorfosi della donna non è un annullamento di sé, ma un’espansione della propria identità; una trasformazione per potenziamento, e non – come potrebbe sembrare – per regressione.

Un giorno il punto in cui le sue labbra si sono congiunte si spacca, e da questa spaccatura fuoriescono frutti minuscoli, “schizzati fuori in massa come semi di melagrana” (p. 85). 

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Donna sotto la pioggia (Foto: Pinterest).

Da che era marcia e si sentiva appassire, questa donna ha trovato un modo per rinascere, fiorire e dare frutto. E mentre la sua metamorfosi è già giunta a compimento, un’altra trasformazione parallela, sotterranea e silenziosa sta maturando nell’animo di suo marito: per la prima volta egli osserva sua moglie, la ama, e grazie a lei attende, immagina, spera. “In primavera mia moglie avrebbe germogliato di nuovo? I suoi fiori sarebbero stati rossi? Non ne avevo la minima idea” (p. 86). 

Federica Lainati


Ad Han Kang non piacciono le storie felici è un articolo di Federica Lainati. Clicca qui per altri articoli dell’autrice.

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