Edito da La Nave di Teseo, “Lina e il sasso” è l’ultimo romanzo dello scrittore triestino Mauro Covacich. Questa favola moderna si fa palcoscenico sul quale l’infanzia e il mondo degli adulti entrano a contatto in maniera schietta e realistica. Candidato al Premio Strega 2026, il libro è stato proposto da Edoardo Nesi in virtù di quella disperata umanità che si respira tra le sue pagine e che restituisce il senso della contemporaneità in tutte le sue sfaccettature.
L’amore è una cosa divina, se entra in un cuore umano lo spezza.
Lina e il sasso (p. 144)
Quella che potrebbe essere intesa come l’ennesima glorificazione di un amore tossico e violento, che per sua natura conduce a soffrire, disvela in realtà l’orizzonte esistenziale e affettivo verso cui tendono, o rifuggono, i personaggi dell’ultima fatica di Mauro Covacich: Lina e il sasso, edito dalla Nave di Teseo e candidato al Premio Strega 2026. Tale monito, o constatazione gravida di cinismo, è al tempo stesso un invito mascherato e paradossale ad amare, o meglio, la presa di coscienza dell’ineluttabilità dell’amore e delle sue contraddizioni.

Pronunciata in un sogno, questa frase potrebbe funzionare da lente interpretativa di tutto il romanzo, portatrice del senso ultimo delle vicende dei suoi protagonisti. Come suggerisce la madre di Elena, la capacità d’amare è il dono di un dio tanto beffardo quanto miserabile: in essa si trovano legate a doppio filo bellezza e sciagura, gioia e dolore.
Lungi, tuttavia, dal romanticizzare le sofferenze dell’esistenza, il testo se ne fa carico, dipingendo un mosaico complesso. Distante dalla cieca e stolida convinzione per la quale si salva solo chi incassa i colpi che gli vengono sferrati sul cammino, dal romanzo trasuda un invito costante all’apertura nei confronti dell’avvenire e dell’altro, un invito a convivere con quel cuore spezzato, ma che almeno ha vissuto.
Il carattere caleidoscopico delle traiettorie dei personaggi che brulicano nel romanzo è trasmesso attraverso uno stile limpido, che restituisce con esattezza le immagini dei loro vissuti personali secondo il rispettivo punto di vista. I capitoli del testo hanno l’apparenza di frammenti di vita quotidiana che, a un primo sguardo, potrebbero sembrare affastellati o semplicemente giustapposti, ma che in realtà si inseriscono in maniera equilibrata in una struttura narrativa coerente, in cui ogni episodio contribuisce a delineare progressivamente la complessità dell’intreccio.
Tra innocenza e disillusione
Il titolo del romanzo tradisce già la natura di favola moderna delle vicende che vengono narrate. Al centro dell’intreccio sembra trovarsi Lina, una bimba di nove anni con sindrome di Down che abita con la madre Elena e il suo compagno Max nella periferia romana, in un palazzo a dodici piani grigio e anonimo. Il libro è costruito su un’antinomia classica: l’immenso abisso che si interpone tra la prospettiva infantile sulla realtà e quella degli adulti, che risulta disillusa e a tratti persino incattivita.
Elena è una madre severa, frustrata a causa del suo lavoro da fisioterapista in un circolo sportivo di lusso dove è costretta a confrontarsi con anziani professionisti presi in maniera disperata e nostalgica da sé stessi. Si dedica alla crescita della figlia con scrupolo e rigidità, attenendosi pedissequamente alle indicazioni mediche fornitele. Max invece è uno scrittore in piena crisi creativa che, non trovando più l’ispirazione, passa le sue giornate girovagando per la città e fumando, vizio abbracciato da poco tempo.
Covacich, tramite la sua penna, riesce a destreggiarsi su un terreno scivoloso. Infatti, lo sguardo con il quale inquadra Lina non ha mai un piglio medicalizzante e patologizzante. Inoltre, l’autore ha il merito di non cadere mai nella diffusa e rassicurante narrazione vittimistica della condizione vissuta da Lina e nel suo contraltare, ossia un’esaltazione eroica e celebrativa. Queste forme standardizzate tradiscono l’abilismo strutturale e sistemico della società italiana e sono assenti nel romanzo. Lina non è mai ridotta dalla narrazione a nessuna delle sue caratteristiche, ma si presenta come un personaggio complesso che fa esperienza delle difficoltà quotidiane e delle contraddizioni che il mondo adulto non può celare a lungo, nemmeno agli occhi di un bambino.

Il lupo e il sasso
Il personaggio di Max rappresenta un enigma insolubile: sebbene sia del tutto sfuggente – è significativo che Elena lo riduca sempre a un indeterminato e freddo ‘lui’ quando ne parla alla madre – al tempo stesso rappresenta la figura più vicina a Lina. Max è l’unico che riesce a costruire un orizzonte condiviso fatto di immagini e storie tramite il quale poter comunicare in maniera autentica con la bambina. La periferia romana allora si popola di raccoglitori di foglie che creano opere d’arte con quello che spazzano, di fachiri che conoscono il segreto per galleggiare in aria, di inimitabili scultori di sabbia.
È proprio lui a raccontare a Lina la favola ungherese della zuppa di sasso che dà il titolo al libro. Un lupo viandante bussa alla porta della signora gallina, chiedendole il permesso di cucinare una zuppa di sasso nel suo paiolo.

Seppur intimorita, la gallina lo lascia accomodare e piano piano tutti gli animali del bosco accorrono al focolare, ognuno contribuendo alla zuppa con una verdura diversa. Quando la zuppa è pronta gli animali pasteggiano allegramente insieme, fino a che il lupo non tira fuori un coltello per verificare la cottura del sasso, che però è ancora duro. Così il lupo riprende con sé il sasso e abbandona il banchetto senza dire una parola, scomparendo nel buio della notte dalla quale era emerso.
La storia, da cui Lina è irrimediabilmente stregata, assume un valore profetico nell’epilogo del romanzo, svelandosi come la matrice simbolica sottesa agli eventi e al destino dei personaggi. Il romanzo si trasfigura così esso stesso in favola.
Nella tana del Bianconiglio: il desiderio del piacere
Al trittico familiare si aggiunge Carlotta, l’ex di Max. Dopo venti anni in radio, si è spostata nella conduzione televisiva, scontrandosi con le esigenze rinnovate del settore, votato sempre di più a una cultura della spettacolarizzazione. Frequenti sono gli scontri con la sua direttrice, la quale cerca di plasmare l’immagine di Carlotta in modo da renderla più appetibile per il pubblico, a detrimento della qualità dei contenuti.
Tra tutti i personaggi la direttrice assume una funzione strumentale: rappresenta le logiche di profitto che ammorbano la cultura contemporanea. Risulta tuttavia a tratti caricaturale, tradendo in parte il realismo lucido del romanzo.
Fai la brillante, la gattona che intervista il campione, il fallito, la vecchia stella del cinema, il transgender, chi ti pare. Ma non essere pallosa. Devi intrattenere, sei stata chiamata per l’intrattenimento.
Lina e il sasso (p. 30)
Ciò che più affascina dell’arco narrativo di Carlotta è la sua vita sessuale e affettiva. Dopo la rottura con Max, Carlotta si dedica a una riscoperta della dimensione sessuale della sua esistenza. Attraverso le app di incontri si reinventa su due livelli: da un lato, gli appuntamenti classici spesso però noiosi; dall’altro, la vera novità, il sesso.
Carlotta riscopre una piacere che si radica nel proprio corpo. Seguendo impulsi e fantasie, di giorno è una conduttrice televisiva affermata, di notte si tuffa nel “buco del Bianconiglio” (p. 26). Con il nickname Alcesti sperimenta svariate pratiche sessuali, anche estreme, molte delle quali dimorano ancora stigmatizzate socialmente. Lo sguardo di Covacich non risulta mai moralizzante. Al contrario, gli incontri più veraci per Carlotta sono quelli sessualmente più estremi, dove la performatività del maschile è concordata all’interno delle regole del gioco. Inoltre, una simile sessualità non viene mai dipinta come una riparazione del legame spezzato con Max.

I momenti di tristezza e difficoltà, dove la presenza spettrale di lui ricorda a Carlotta ciò che non ha più, non tolgono legittimità e valore al suo vissuto sessuale, che costituisce una scelta abbracciata in maniera consapevole.
Cuori spezzati e corpi che resistono
Il personaggio di Carlotta può farci da Caronte verso una dimensione del testo più profonda, caratterizzata da un’energia sotterranea, che scorre inosservata ma in maniera persistente e instancabile. Una tensione impalpabile, deducibile solo dai suoi effetti. Le cariche che generano questo campo di forza sono i personaggi femminili principali: Elena, Carlotta, la madre di Elena e Lina. Ognuna in accordo con il proprio vissuto accetta la condizione corporea nella sua ineluttabilità. Il corpo diventa così luogo sovraccarico di significati che si sedimentano, strato su strato.
I corpi sono la materia che passa ogni giorno sotto le mani abili di Elena, che abita il suo come un tempio da curare maniacalmente fino a trasformarlo in una prigione. Il corpo consunto della madre di Elena che, pur fronteggiando un male incurabile che la divora lentamente, continua ostinatamente ad amare. Carlotta ricerca quel piacere frammisto a sperdimento, che la spinge a sognare di “fondersi nella materia dei loro corpi fino a svanire […], mangiarne le cellule” (p. 27). Infine Lina, con l’amica Luana, si trova in una fase di scoperta del corpo, in una dimensione giocosa destinata a fare i conti con le regole sociali.

Questi personaggi sembrano muoversi in accordo con la sentenza che Lina, in una veste sacrale e profetica, pronuncia a Elena in un suo sogno. Quel cuore – in rapporto metonimico con il corpo – spezzato dall’amore è la condizione inevitabile del nostro passaggio su questo mondo e solo accettandola si dischiude la possibilità di vivere una vita piena.
Non è casuale che il personaggio di Max, invece, appaia del tutto scollegato dalla propria corporeità, anzi a tratti la rifiuta, come suggeriscono il suo passato da sportivo e l’inedito vizio del fumo. “Ho sempre lavorato contro il corpo, per umiliarlo, per oltrepassarlo” (p. 116) confessa a Elena durante un litigio.
Il peso del sasso
Il romanzo può essere anche letto come l’impietoso resoconto della caduta di Max, uomo per cui la redenzione non è prevista e che costituisce una presenza ambigua per il narratore stesso.
La storia è raccontata in terza persona, da un narratore onnisciente che si trova di fianco ai suoi personaggi e che, tuttavia, non riesce mai a penetrare del tutto nell’intimo di Max. In più parti del testo, infatti, il narratore confessa di non sapere cosa lui stia pensando o le ragioni dei suoi comportamenti.
La figura di questo scrittore in disperata fuga dal mondo e tuttavia connesso profondamente con Lina, trasmette un senso di compassione che si tramuta in inquietudine man mano che la narrazione procede. Il protagonista del romanzo è a tutti gli effetti Max, cardine instabile degli equilibri relazionali e affettivi tra i vari personaggi. Il suo destino è condensato in un sasso simbolicamente donato sul finale, nel rifiuto di farsene carico, di accogliere l’amore che lo circonda anche quando non se ne rende conto.

Terminata la lettura del libro si ha la sensazione che ci sia ancora qualche tassello fuori posto. In una architettura così diversificata, fatta di rapporti spezzati, altri trascurati e altri ancora coltivati con affetto ostinato, il focus sul movimento verticale di Max lascia gli altri personaggi sullo sfondo nel finale. Dopo un colpo di scena abilmente congegnato, Covacich non si concede il tempo di esplorarne le conseguenze. Ne risultano sacrificate le traiettorie esistenziali ed affettive di Elena e Carlotta, che forse avrebbero ancora qualcosa da dire o con cui fare i conti. Nonostante siano due personaggi sapientemente caratterizzati, emotivamente complessi e convincenti, il loro arco narrativo non arriva propriamente a chiusura; vengono lasciate non molto distanti dal punto di partenza proprio nel momento in cui meriterebbero un’attenzione maggiore.
Addentare il reale
Lina e il sasso è un libro che illumina la realtà a partire da un angolo della periferia romana che diventa il palcoscenico sul quale si giocano le nostre esistenze. È un invito alla ricerca di un’esistenza autentica, che non può mai passare per delle scorciatoie. Proprio come Lina si ostina a dare un senso, una spiegazione per quanto immaginifica, all’inaspettato e all’imprevisto, allo stesso modo Covacich riesce a mettere in risalto quei dettagli minimi della vita che contribuiscono a darle colore e spessore.
Nonostante il volo mortifero di Max che pare trascinare a fondo con sé il lettore, la gioia della vita riemerge testarda lì dove meno ci si aspetta. Resta molto impressa l’immagine di Elena che di fronte a una mela all’apparenza intatta, scopre che in realtà qualche punto al suo interno è marcio e quindi scoppia in lacrime. Lacrime al tempo stesso di amara delusione, ma forse anche di commozione, di fronte alla presa di coscienza che quella mela non ha colpa e non porta in sé alcun segreto, che la realtà non è mai bianca o nera.
Elena osserva quella povera cosa malata che tiene tra le dita, sulle prime si è sentita ingannata, ma dentro di lei una voce le dice che si stava sbagliando. Prende un altro morso dalla parte sana, mastica piano. Poi addenta in profondità ricacciando indietro le lacrime. […] Guarda nella pancia del frutto ma non c’è niente, anche stavolta nessun segreto.
Lina e il sasso (p. 130)
Gioele Marangotto
(In copertina, illustrazione di Anaïs Vaugelade da SuqGenova)
“Lina e il sasso” di Mauro Covacich – Vite che si sfiorano e si spezzano è un articolo di Gioele Marangotto. Clicca qui per altri articoli dell’autore!
