Gli immigrati sono davvero una risorsa per l’Italia? Economia, pensioni e demografia: i numeri dicono di sì.
Perché l’immigrazione è davvero una risorsa per l’Italia
Negli ultimi anni la politica italiana di sinistra si è sempre spesa a favore dell’immigrazione (con certi limiti e talvolta solo nelle dichiarazioni) e ha spesso cercato di valorizzare e giustificare l’immigrazione come un fenomeno necessario all’economia italiana.
Si è fatto talmente spesso ricorso al termine “risorsa” che il versante opposto, di destra, si è appropriato del termine in chiave ironica e denigratoria. Così, ultimamente, la sinistra si è cautamente allontanata da questo termine e ormai il suo uso principale è abbastanza raccapricciante: basta aprire un post qualsiasi su un fatto di cronaca nera che coinvolga (o possa coinvolgere) un extracomunitario e la sezione dei commenti si riempie di questo termine per deridere il contributo di questa “risorsa” all’Italia.
Il problema dei due corpi
Allargando un po’ lo sguardo, però, dobbiamo considerare di nuovo il termine citato senza connotazioni ironiche o sarcastiche. Sostanzialmente abbiamo due problemi e la soluzione di uno dei due porta alla soluzione dell’altro.
Il primo problema consiste nella gestione (o nella sua mancanza) dell’immigrazione. Questa è un fenomeno naturale e inarrestabile e quindi la strategia intelligente consisterebbe nel suo controllo, piuttosto che nell’eliminazione del fenomeno. Già adesso l’immigrazione contribuisce in buona parte a risolvere il secondo problema e, con un controllo ragionevole all’origine, all’arrivo e con un futuro progetto di inserimento, permetterebbe di valorizzare ancora di più questo contributo.
Infatti, una gestione dei flussi che preveda una formazione trasversale, innanzitutto linguistica e culturale e poi anche professionale, se sincronizzata con le richieste dei datori di lavoro, permetterebbe di “ottimizzare” il fenomeno migratorio.

Gli strumenti di oggi, come il decreto flussi per l’immigrazione regolare e la gestione tramite CPR per quella irregolare, non fanno altro che marginalizzare coloro che arrivano in Italia, lasciandoli completamente da soli o, ancor peggio, alla mercé del crimine organizzato.
E ora entra in scena il secondo problema: la crisi demografica degli italiani “autoctoni”. I numeri sono, senza mezzi termini, spaventosi: tanti anziani, pochi giovani e ancor meno figli. Nel 2024 in Italia sono nati circa 370 mila bambini, il dato più basso dall’Unità d’Italia, e il tasso di fecondità è sceso a 1,18 figli per donna.
Ancora peggio, i giovani “autoctoni” che entrano nel mondo del lavoro tendenzialmente coprono la sola fascia “media” degli impieghi. Da un lato, derivando da famiglie tendenzialmente più benestanti (o comunque dal ceto medio impoverito), preferirebbero non “sporcarsi le mani” con i lavori più impegnativi dal punto di vista fisico e un tempo sottopagati (anche se la tendenza si sta invertendo).
Dall’altro lato, quelli estremamente qualificati non si vedono valorizzati in Italia e abbandonano il Paese per lavorare all’estero.
La pillola amara
Determinati a questo punto i problemi in gioco, arriva la pillola amara da far digerire ai difensori della patria e ai rivendicatori dell’autenticità: il contributo degli immigrati è indispensabile all’economia italiana.
Innanzitutto risolve il problema demografico. A prescindere dalle motivazioni dietro le scelte sulla volontà di avere o meno figli, un dato è molto semplice: gli immigrati o gli italiani di prima generazione mediamente fanno più figli degli italiani. Nel 2024 il tasso di fecondità delle donne straniere residenti in Italia è stato di 1,79 figli per donna, contro 1,11 delle italiane. Inoltre, oltre un bambino su cinque nato in Italia ha almeno un genitore straniero. Contribuiscono quindi a formare la base del futuro del nostro Paese.
Il secondo apporto è ancora più immediato: tendenzialmente gli immigrati che arrivano in Italia sono giovani e quindi hanno una lunga vita lavorativa davanti. Per 30-40 anni il saldo tra il loro contributo e quanto percepito sarà quindi positivo. Secondo la Fondazione Leone Moressa, i lavoratori immigrati producono circa 164 miliardi di euro di PIL, pari all’8,8% del PIL nazionale. Inoltre il saldo tra tasse e contributi versati dagli immigrati e servizi ricevuti è positivo per oltre 1 miliardo di euro.
L’ammontare dei contributi versati all’INPS e delle tasse pagate non solo è sufficiente a coprire i sussidi ricevuti (come disoccupazione, assegni unici ecc.), ma lo supera in maniera piuttosto evidente. Inoltre ci sono ulteriori fattori che sfuggono all’analisi di questo saldo.

Il sistema pensionistico italiano funziona secondo il principio per cui i lavoratori di oggi pagano le pensioni percepite oggi dai pensionati. Quindi i contributi versati dagli immigrati servono a pagare le pensioni odierne, percepite principalmente dagli italiani, anche se di anno in anno aumentano i pensionati di origine straniera delle prime grandi ondate migratorie. Secondo i dati INPS, gli stranieri presenti nelle banche dati dell’istituto sono circa 4,6 milioni: quasi 4 milioni sono lavoratori attivi, mentre solo circa 378 mila risultano pensionati.
Un ulteriore fattore penalizzante consiste nell’importo delle pensioni: le pensioni odierne sono principalmente calcolate con il sistema misto, mentre le pensioni dei futuri immigrati saranno calcolate con il sistema contributivo, quasi sempre più penalizzante.
Risulta più difficile determinare l’apporto delle tasse indirette come l’IVA eppure anche gli immigrati acquistano beni e servizi in Italia, contribuendo quindi ai consumi e all’economia nazionale.
Il valore reale del contributo è probabilmente persino superiore, anche a causa dell’enorme mole di lavoro nero. Basti pensare che gran parte del lavoro nero o grigio si concentra nel settore agricolo, domestico e in altri settori con occupazione prevalentemente straniera.
Diamoci una mano
A conclusione si potrebbe dire che la nave alla deriva (economica, demografica e altro q.b.) chiamata “Italia” può essere salvata solo unendo gli sforzi. Allora diamo i compiti a casa a chi di dovere. Lo Stato e gli “autoctoni” si sforzino di accogliere, sostenere e integrare gli immigrati.
E a questo punto aggiungerei, appropriandomi con piacere del termine “remigrazione“, ma rivolgendolo ai giovani italiani letteralmente scappati all’estero, di farli remigrare a casa nostra.
Agli immigrati, invece, darei il compito di arrivare qua armati di buona volontà e della pazienza necessaria per volersi integrare e contribuire al Paese che è sempre stato terra di emigrazione e immigrazione, ma che non ha mai saputo parlarne a voce alta.
Un po’ immigrato, un po’ italiano,
Iegor Matiushin
(In copertina, foto di Gamma-Rapho, Getty Images)
“Risorse” o risorse è un articolo scritto durante il workshop Parole in rete a Cabiate (Como) in occasione della terza edizione di Z Festival. Clicca qui per leggere gli altri articoli del workshop!

