Si è da poco celebrata la giornata dell’Europa, occasione che quest’anno ha coinciso simbolicamente con l’insediamento del governo di Péter Magyar in Ungheria, chiudendo i controversi sedici anni al potere di Viktor Orbán. Al di là degli avvicendamenti politici nazionali, tuttavia, ricorrenze come il 9 maggio rammentano come il cambiamento debba imprescindibilmente passare da uno sforzo comunitario e sovranazionale: dopotutto, è in questa data di 76 anni fa che il ministro degli esteri francese Robert Schuman presentava il piano di cooperazione economica che diede simbolicamente il via al sogno di un’Europa Federale.
La necessità di una difesa comune
Uno dei pilastri su cui un’Europa più unita dovrà essere fondata è sicuramente la difesa comune e la condivisione di un’unica linea strategica.
A tal proposito assumono grande rilevanza le parole pronunciate dalla Presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen lo scorso febbraio presso la Conferenza per la Sicurezza a Monaco di Baviera:
Oggi è il momento di agire e voglio concentrarmi sul piano dell’Europaper l’indipendenza […]. L’Europa deve farsi avanti e deve assumersi le proprie responsabilità […]. Dobbiamo sviluppare una spina dorsale europea di capacità strategiche abilitanti: nello spazio, nell’intelligence e nelle capacità di attacco in profondità. Nessun tabù può restare incontestato. Credo che sia giunto il momento di dare vita alla clausola di difesa reciprocadell’Europa. La difesa reciproca non è facoltativa per l’UE. È un obbligoprevisto dal nostro stesso Trattato– Articolo 42(7). Per una buona ragione. È il nostro impegno collettivo a sostenerci a vicenda in caso di aggressione. O, in termini semplici, uno per tutti e tutti per uno. Questo è il significato dell’Europa. Ma questo impegno ha valore solo se è costruito sulla fiducia e sulle capacità.
Ursula von der Leyen
Le parole della Presidente Von der Leyen segnano una transizione iniziata con la guerra in Ucraina e catalizzata dalla seconda amministrazione di Donald Trump. Con il susseguirsi degli eventi è perciò diventato sempre più evidente come l’Unione Europea debba compiere passi concreti per diventare un vero attore geopolitico non solo per sopravvivere, ma per trovare un vero significato alla propria esistenza.

Il fatto che tale trasformazione sia codificata attraverso l’articolo 42(7) del Trattato dell’Unione Europea, tuttavia, non significa che la sua implementazione sarà facile.
Dal “dividendo della pace” a un risveglio strategico
Ogni sforzo per stabilire un rinnovato quadro della sicurezza europea sui molteplici livelli su cui la difesa è costruita deve necessariamente basarsi su una forte Base Tecnologica e Industriale (EDTIB).
Gli anni recenti hanno registrato un aumento significativo di tale sforzo, come mostrato prendendo come riferimento gli anni 2021 e 2024, due diverse epoche della sicurezza europea: la prima caratterizzata dalla cosiddetta inerzia del “dividendo della pace”, con gli Stati membri incapaci di raggiungere l’obiettivo NATO del 2% del PIL, mentre nella seconda sono emerse priorità fiscali pesantemente rinnovate.
Il grafico sottostante illustra la rapida mobilitazione fiscale degli Stati membri dell’UE tra il 2022 e il 2024. Ciò che risalta è la convergenza degli Stati ‘in prima linea’ (es. Polonia, Estonia) verso (e anche oltre) la soglia del 2% NATO.

La fase del “dividendo della pace” può dunque considerarsi conclusa per tutti, a favore di una nuova epoca di sostenuto riarmo europeo. E osservando nel dettaglio la composizione della spesa militare per singoli stati emergono ulteriori caratteristiche interessanti.
Cosa vuol dire davvero “spendere per la difesa”
Il grafico sottostante mostra i dettagli della spesa per la difesa nel 2021 tra i membri NATO. Una differenza rilevante emerge nel modo in cui gli Stati membri dell’UE stanziano fondi per le diverse voci di spesa – in particolare verso il personale – rispetto agli altri componenti dell’Alleanza, Stati Uniti d’America in primis.
I Paesi con la spesa per il personale più elevata (spesa che, nel dettaglio, comprende salari più alti, indennità e benefici post-pensionamento, formazione e assistenza sanitaria), infatti, sono quelli legati a livelli più alti di welfare e protezione dei cittadini. Questa strategia comporta un compromesso, che penalizza l’avanzamento in campo di ricerca e innovazione, settori in cui gli USA (tra i più bassi nella spesa per il personale) sono saldamente in testa.

Nel corso di soli tre anni, il modo in cui i Paesi allocano le risorse nei pacchetti di difesa è cambiato considerevolmente. Come si evince dal grafico di sopra, relativo al dettaglio di spesa per il 2024, l’investimento nel personale è diminuito costantemente in quasi tutti i Paesi in esame, inclusi quelli che storicamente dedicavano la maggior parte del loro budget a quella categoria.
La spiegazione più diretta è che questi Stati hanno riconosciuto il crescente divario nello sviluppo tecnologico della difesa rispetto ai concorrenti geopolitici, e hanno dunque realizzato la necessità di ottimizzare le risorse armonizzando gli arsenali nazionali. Questo è un compito volto a ridurre le perdite nel lungo periodo, ma che comporta costi iniziali sostanziali.
Raggiungere la coesione
I mezzi pratici attraverso i quali l’Unione Europea sta cercando di migliorare sia la coesione tra Stati membri sia le capacità di sviluppo possono essere riassunti nei due piani proposti nei mesi successivi all’invasione dell’Ucraina.
In particolare, il Programma per l’Industria Europea della Difesa (EDIP) è il piano da 1,5 miliardi di euro volto ad aumentare le capacità europee di difesa e sviluppo tecnologico, rafforzando allo stesso tempo la collaborazione con l’Ucraina in questo settore (con un pacchetto dedicato di 300 milioni di euro).
Lo strumento per garantire che questa notevole quantità di risorse sia allocata nel modo più efficiente possibile è la Strategia Industriale della Difesa Europea (o EDIS): un quadro promosso dalla Commissione, dall’Alto Rappresentante dell’Unione e dall’Agenzia Europea per la Difesa (EDA).

Composta da 270 contributi scritti da oltre 90 diversi stakeholder, lo scopo dell’EDIS è precisamente quello di orientare l’EDIP nella giusta direzione verso la finestra temporale del 2035, seguendo una serie di criteri:
● Rafforzare la Base Industriale e Tecnologica Europea attraverso investimenti più consistenti, aumentando la collaborazione da parte degli Stati membri.
● Migliorare la capacità di risposta dell’industria europea della difesa in qualsiasi circostanza e orizzonte temporale.
● Diffondere una cultura di prontezza alla difesa, anche all’interno delle politiche dell’UE.
● Intensificare la collaborazione con partner strategici.
Un nuovo quadro europeo della difesa, tra opportunità e ostacoli
È evidente come una maggiore integrazione nell’industria europea della difesa genererebbe significativi guadagni in termini di efficienza e strategia. Economicamente, ridurrebbe duplicazioni e frammentazione, consentendo economie di scala sia nella produzione sia negli approvvigionamenti, migliorando l’interoperabilità tra le forze armate degli Stati membri.
L’integrazione rafforzerebbe inoltre la competitività delle imprese europee rispetto agli appaltatori statunitensi, che attualmente dominano il mercato. Inoltre, ridurre la dipendenza da fornitori esterni darebbe una nuova spinta agli obiettivi che l’Unione si pone da anni in termini di indipendenza strategica.
Allo stesso tempo, tali benefici incontrano ostacoli sostanziali. La difesa rimane un ambito centrale della sovranità nazionale, e i governi sono riluttanti a cedere il controllo su appalti e politica industriale, data la sua importanza sia per l’occupazione sia per la sicurezza.
Inoltre, i dati incoraggianti che mostrano un aumento dell’impegno economico da parte degli Stati membri devono tenere conto della grande quantità di denaro ancora spesa in armi e sistemi di difesa americani. Tale questione getta ombre sulla speranza di un’Europa capace di prendere decisioni strategiche indipendenti, ad esempio sull’Ucraina: basti pensare come l’amministrazione Trump abbia smesso di fornire armi all’esercito ucraino, continuando comunque a venderle ai partner europei cosiddetti “Volenterosi”, mantenendo di fatto la resistenza ucraina ancora fortemente dipendente dagli aiuti statunitensi.

Cooperazione e progetti congiunti: cosa sta già accadendo
Nonostante le sfide, casi reali già in fase di attuazione mostrano che integrazione e collaborazione sono possibili. Esempi di progetti congiunti sono presenti tra più Paesi membri dell’UE: il quadro della Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO) consente a 26 dei 27 membri di lavorare più strettamente sulla difesa, mentre il Fondo Europeo per la Difesa (EDF) sostiene le imprese che sviluppano nuove tecnologie nel settore.
Allo stesso tempo, iniziative come EDIRPA (con un budget complessivo di 310 milioni di euro) incoraggiano la cooperazione tra Stati membri e, di conseguenza, li mettono nella condizione di uniformare i propri arsenali. Tale strategia ha mostrato il suo valore nell’approvvigionamento di equipaggiamenti standard (come le munizioni munizioni), mentre progetti più ambiziosi come il FCAS tra Germania, Francia e Spagna, nato con l’obiettivo di sviluppare un caccia di sesta generazione europeo, hanno mostrato grossi limiti che devono ancora essere superati.
Il confronto con gli Stati Uniti
Quando si tratta di confrontare le capacità militari europee e americane, il punto più che la quantità è l’integrazione degli arsenali, come mostrato dagli studi sotto.

Trovando un livello efficiente di integrazione, l’UE potrebbe finalmente affrontare l’insufficienza strutturale della propria Base Tecnologica e Industriale della Difesa: il numero estremamente elevato di diversi prodotti realizzati da appaltatori in diversi Paesi che svolgono la stessa funzione.
Questa situazione porta a una duplicazione degli sforzi evidenziata anche nel Rapporto Draghi quando si analizza il materiale fornito alle forze armate ucraine e dell’UE, e può essere considerata la principale fonte di inefficienza, insieme alla mancanza di uno strategico centralizzato, nel quadro della difesa dell’UE. Il problema è amplificato se confrontato con il contesto americano, dove l’industria comprende solo poche grandi imprese (es. Boeing, Lockheed Martin, Northrop Grumman) competere e rifornire l’esercito statunitense, fornendo un numero limitato di prodotti diversi.

L’Europa utilizza 178 sistemi d’arma distinti rispetto ai 30 degli USA – numeri che restituiscono chiaramente una base industriale frammentata con limitata standardizzazione tra gli Stati membri.
Il ruolo cruciale delle aziende e delle tecnologie a “doppio uso”
Un piano efficace per il finanziamento della difesa comporta una chiara comprensione di come massimizzare il coinvolgimento degli attori privati. Strumenti come l’EDF, insieme a istituzioni come la Banca Europea per gli Investimenti, offrono la possibilità di promuovere lo sviluppo collaborativo e raggiungere i livelli di de-risking richiesti affinché gli attori privati siano convinti a investire nel mercato.
Un altro punto cruciale è lo sviluppo delle tecnologie cosiddette di ‘dual-use’, dall’intelligenza artificiale generativa al calcolo quantistico. Investimenti mirati in queste aree rafforzerebbero la capacità di ricerca e aumenterebbero l’attrattività dei mercati europei, generando al contempo benefici reciprocamente rinforzanti sia per i settori civili sia per quelli della difesa.
Una sfida per l’esistenza e per i propri valori
Il richiamo della Presidente Von der Leyen alla clausola di difesa reciproca costituisce non solo un appello alla responsabilità, ma un vero impegno alla sopravvivenza collettiva in un panorama geopolitico in rapida evoluzione.

Come mostrano i dati, l’Unione Europea non può evitare una posizione di vulnerabilità semplicemente aumentando la spesa per la difesa, per quanto ciò sia necessario, ma deve contemporaneamente affrontare le inefficienze strutturali della propria Base Tecnologica e Industriale della Difesa.
Questo è il motivo per cui iniziative come l’EDIS e l’EDIP sono essenziali per un’Europa che cerca non solo di dimostrare un impegno concreto, ma anche di articolare una visione coerente sia per il futuro sia del sistema internazionale sia dell’Unione stessa, in linea con i valori su cui è stata fondata. Suona in tal senso profetico il monito del Primo Ministro canadese Mark Carney al World Economic Forum 2026 a Davos: «se non sei al tavolo, sei sul menu».
Matteo Minafra
(In copertina: immagine generata dall’IA)
Una nuova difesa per l’Europa – proteggere i confini per preservare i valori è un articolo di Matteo Minafra. Clicca qui per altri articoli dell’autore!
