E se ciò che hai sempre dato per scontato non fosse realmente normale? In “Blonde Roots”, Bernardine Evaristo capovolge il mondo per costringerti a guardarlo davvero, mettendo in discussione persino la nostra realtà.
Doris e la Storia ribaltata
Benvenuti in un mondo capovolto. Un minuto, Doris, dall’Inghilterra, sta giocando a nascondino con le sue sorelle. Quello successivo, qualcuno le mette una borsa in testa e la spinge nella stiva di una nave diretta verso il Nuovo Mondo. Quando finalmente arriva su una strana isola tropicale, Doris scopre di essere una selvaggia il cui unico scopo è soddisfare la padrona. Mentre vive le difficoltà della vita nei campi da zucchero, sogna di fuggire, di trovare coloro che ha amato, di tornare a casa nella sua patria.
In Blonde Roots, Bernardine Evaristo costruisce una realtà alternativa tanto spiazzante quanto familiare. I ruoli della storia vengono ribaltati per costringere il lettore a guardare con occhi nuovi una storia già conosciuta. Evaristo è una scrittrice britannica di origine nigeriana che ha sviluppato la sua carriera letteraria sperimentando e dando spazio alle voci marginalizzate. Spesso tratta temi come il colonialismo e le dinamiche di potere legate a razza e genere. Il successo internazionale è giunto con la pubblicazione di Girl, Woman, Other, con cui ha vinto il Booker Prize nel 2019, diventando la prima donna nera ad ottenere questo riconoscimento.

Un mondo al contrario: tra distopia e satira
“Blonde Roots” viaggia attraverso diversi generi letterari: è un romanzo che sfugge alle classificazioni rigide, muovendosi tra distopia, ucronia, satira e soprattutto speculative fiction. L’intera narrazione nasce da una domanda precisa: e se la Storia fosse andata diversamente?
Evaristo fa uso dell’approccio narrativo del what if per esplorare le conseguenze di una modifica a un evento storico. In questo caso la schiavitù del XVII secolo. Il ribaltamento è radicale: i rapporti di potere legati a schiavitù e colonialismo vengono invertiti, creando un mondo speculare che vede schiavi i bianchi (o whytes) e colonizzatori gli africani (o blak). Nonostante avvenga questo ribaltamento, ciò che viene narrato in relazione ai soprusi e agli abusi che gli schiavi hanno dovuto affrontare sono completamente veri.
Evaristo non inventa situazioni immaginarie o punizioni fantastiche, ma riporta esattamente le violenze testimoniate dagli schiavi che le hanno subite, spostando semplicemente il soggetto. L’obiettivo è quello di portare il lettore a riconoscere la gravità di ciò che è accaduto, ponendolo in una situazione di disagio davanti ad un resoconto storico fantasioso, eppure incredibilmente reale.

La speculative fiction, quindi, non si limita a creare un mondo alternativo, ma diventa uno strumento critico. Oltre a questo, il romanzo è a tratti distopico. A differenza della distopia classica, che descrive realtà immaginarie future, spesso spaventose e opprimenti, qui l’alterazione riguarda il passato. Si tratta di una vera e propria riscrittura della storia, meglio definita ucronia. Si ottiene un effetto straniante, quasi destabilizzante, perché ciò che viene narrato è, in contemporanea, sia lontano che assolutamente familiare. Il lettore, quindi, riconosce l’ingiustizia subita, ma la percepisce in modo diverso proprio perché i ruoli sono invertiti.
Blonde Roots è un romanzo dal genere ibrido che permette all’autrice di riscrivere la storia ribaltando le posizioni e rendendo visibili strutture di potere che prima restavano invisibili e date per scontate.
La satira come smascheramento
Nel romanzo, la satira non è mai decorativa. Viene utilizzata come meccanismo necessario per costringere il lettore a rendersi conto dell’assurdità della storia, sia come raccontata nel romanzo sia quella reale. L’ironia si crea soprattutto a partire dal rovesciamento: ciò che nel mondo reale è stato normalizzato e legato a pratiche coloniali, nel libro viene applicato ai bianchi. Questo ribaltamento genera situazioni che, proprio perché invertite, risultano paradossali – ad’esempio, il fatto che una bambina inglese venga definita “a savage from England” o che si tenti di giustificare la schiavitù tramite le stesse spiegazioni che venivano accolte e considerate corrette.
[…] The Caucasoinid skull, on the other hand […] contains a much smaller brain because it has been unable to expand beyond the limits of its small cranial structure. […] it has also naturally led to somewhat blunted emotions. […] Nor, when the Caucasoid recevies physical “pain” does he suffer in the same way as me and thee.
Il lettore riconosce immediatamente l’ingiustizia, ma allo stesso tempo si accorge di quanto quel discorso sia stato accettato nella realtà. Il romanzo richiama i saggi pseudo-scientifici di epoca coloniale, nei quali si cercava di giustificare la schiavitù attraverso presunte teorie sull’”inferiorità biologica”. Un esempio emblematico è rappresentato da The History of Jamaica (1774) di Edward Long. Nel trattato, gli africani vengono presentati tramite un lessico oggettivo e classificatorio: Long gli attribuisce caratteristiche morali e intellettuali fisse, descrivendoli come inferiori, incapaci di civiltà e naturalmente destinati alla subordinazione. Il trattato dà vita a una vera e propria gerarchia razziale che viene legittimata come “scientifica”, trasformando il meccanismo di violenza in un sistema naturale e inevitabile.

L’ironia, quindi, non fa ridere: mette a disagio. È spesso sottile, quasi fredda, e si inserisce nel modo in cui vengono raccontate le situazioni più violente. Nei campi di lavoro, ad esempio, la brutalità non è sempre descritta in modo diretto. Molte volte la vita condotta o le punizioni subite vengono descritte con “normalità”, come se “this was the way of the world”, con la stessa freddezza che, nei resoconti ufficiali, si usava per parlare di pratiche realmente accadute sulla pelle dei colonizzati.
Un altro aspetto fondamentale è la caricatura delle posizioni di potere. I padroni, le gerarchie sociali e le giustificazioni della schiavitù vengono portati all’estremo, ridicolizzandoli. In questo caso, la satira esagera logiche già esistenti per mostrarne la fragilità. È come se il romanzo dicesse: guardate quanto è assurdo – eppure, è quello che è successo.
Il romanzo, invece di spiegare perché il sistema è ingiusto, lo racconta in modo da far sì che la sua assurdità sia evidente da sola. Il risultato è un tipo di lettura scomodo, perché il lettore non può restare distante e indifferente.
Il linguaggio non è mai neutro
Il primo vero elemento scelto per sviluppare questa realtà alternativa è il linguaggio. Ogni scelta lessicale contribuisce a rendere credibile e portare all’estremo, questa storia capovolta, in cui anche le parole sono state riscritte.
Una delle caratteristiche più immediatamente riconoscibili è la deformazione del linguaggio. Termini come “blak”, “whytes” o “whytrs” non sono solamente scelte stilistiche, ma segnali precisi. Infatti, così come i ruoli sociali vengono ribaltati, anche la lingua perde la sua natura.
A questa manipolazione del linguaggio si affianca l’uso marcato dell’oralità nello scritto. Nei dialoghi concentrati sui personaggi subordinati, la lingua si avvicina al parlato: le frasi diventano più brevi, il ritmo più immediato. Non si tratta di un escamotage per rendere il discorso più realistico, ma per proporre un confronto tra la voce degli schiavizzati e quella della classe dominante.
Infatti, soprattutto per riportare le battute degli schiavi, viene scelta una tecnica precisa: le loro frasi sono trascritte in corsivo, e non vengono trascritte in un inglese standard, ma enfatizzando la pronuncia della parola stessa. Ad esempio, la battuta “Don’t ever repeat anything I say, you hear me?”, viene riportata come “Don’t eva repeet anyting mi say, yu heer?”. Il fatto che questo linguaggio sia utilizzato solamente per i dialoghi tra schiavi ci permette di comprendere come il registro si differenzi in base allo strato sociale.
Il linguaggio dei padroni tende a essere sempre ordinato, controllato, molto simile allo standard attuale. Al contrario, il registro degli schiavi è più fluido, e spesso grammaticalmente scorretto. Si può dedurre che la classe dominante ha avuto un’istruzione elevata e privilegiata. La classe subordinata, invece, nata nelle piantagioni, e quindi senza possibilitàalcuna di insegnamento – o perché considerati inferiori e meno abili – hanno visto proibita questa opportunità. Quindi, la differenza di linguaggio non è naturale, ma è il riflesso di una gerarchia: parlare “bene” non è solo questione d’intelligenza, ma un segno di potere distintivo.

Inserendo queste differenze nel testo, Evaristo mostra quanto siano arbitrarie: non esiste una lingua nettamente superiore ad altre, ma solo un registro che, in un certo contesto, viene scelto come tale. Anche la rappresentazione orale non è mai neutra, infatti non serve a rendere inferiori i personaggi subordinati, ma a identificare un’altra evidente forma di potere.
Infine, il linguaggio contribuisce a far apparire normale, una situazione completamente assurda. L’autrice, infatti, mantiene sempre un linguaggio neutro, anche quando descrive azioni violente ed aggressive: ci aiuta a capire che tutti questi abusi sono completamente accettati e considerati normali. Non è la lingua a esplicitamente dire che qualcosa è ingiusto, ma è il lettore a rendersene conto, sentendosi a disagio con ciò che viene narrato con apparente tranquillità.
Uno specchio del presente
Blonde Roots non è solo un romanzo sperimentale su un avvenimento passato, ma è un’analisi che può essere applicata ancora oggi. Il suo mondo capovolto serve a rendere visibili dinamiche che continuano ad esistere – magari in forme meno esplicite, ma non per questo meno incisive.
Un primo esempio riguarda il linguaggio. Il modo in cui nel romanzo i termini vengano manipolati e deformati richiama il dibattito contemporaneo su parole, etichette e rappresentazione. Ancora oggi, infatti, il linguaggio può includere, escludere, e creare pregiudizi: basti pensare a come si utilizzano espressioni diverse in base ai soggetti. Il termine “expat” viene utilizzato per indicare i lavoratori occidentali all’estero, ma “migranti” o “clandestini”, con connotazione negativa, per chi proviene da situazioni più fragili. Oppure, come a certe professioni vengano implicitamente associatea un genere, come “donna manager” o “ingegnere donna”, come se la norma fosse maschile. Un altro caso riguarda le varietà del parlato: chi parla con un forte accento regionale o utilizza slang giovanile viene spesso percepito come meno competente o autorevole.
Un ulteriore forte parallelismo riguarda la normalizzazione delle disuguaglianze. In Blonde Roots, la schiavitù viene presentata come una pratica all’ordine del giorno. Questo meccanismo è ancora presente oggi- solo sotto diverse forme. Si può pensare allo sfruttamento lavorativo – ad esempio nelle famose Big4, che sembrano molto attirare i giovani – e a luoghi lavorativi che mettono a rischio l’incolumità del personale. Queste situazioni vengono accettate perché oramai da molto normalizzate e percepite come “parte del sistema”.
Per riassumere, Evaristo non costruisce un mondo alternativo, ma parla indirettamente del nostro. Ci aiuta a comprendere che le strutture di potere non scompaiono, ma cambiano forma, si adattano, si nascondono. E proprio per questo hanno sempre bisogno di essere discusse e messe in discussione.
Alissa Guarda
(In copertina foto di Readers’ High Tea)
E se fossimo noi gli altri? L’universo alternativo di Blonde Roots è un articolo di Alissa Guarda. Clicca qui per leggere altri articoli dell’autrice!
