Il 28 marzo 2026 si è svolta la seconda edizione di YoungFluence, l’evento organizzato da Giovani Reporter in cui i partecipanti hanno avuto l’occasione di mettere in pratica la partecipazione politica, la cittadinanza attiva e il dialogo intergenerazionale in compagnia di 9 ospiti tra politici, giornalisti e attivisti. Il tema di quest’anno era “L’informazione: tra libertà di espressione e democrazia”, a cui si sono aggiunte anche discussioni sulla disinformazione.
Durante l’evento siamo stati divisi in cinque tavoli tematici, nei quali abbiamo cercato di affrontare il tema in questione partendo da prospettive diverse. In particolare, nel tavolo tre ci siamo immaginati come rappresentanti di un partito politico, con l’obiettivo di proporre un piano d’azione per contrastare la disinformazione.
L’era della post verità
Prima di tutto abbiamo messo in luce i punti fondamentali per inquadrare il tema del tavolo. Quando si parla di disinformazione è importante ribadire che non si tratta solo della proliferazione delle fake news, nonostante questo sia l’elemento più impattante. Infatti, questo fenomeno riguarda anche il modo in cui i contenuti veri, che affrontano determinati temi, comportino la polarizzazione degli utenti.
La questione non attiene solo alla produzione del contenuto, che sia vero o meno, ma anche alla ricezione del messaggio da parte dei destinatari. Questa tendenza è amplificata nei social media dal meccanismo degli algoritmi, la cui funzione è proprio quella di proporre contenuti che confermano le nostre convinzioni preesistenti. Questo meccanismo alimenta il confirmation bias e rende gli utenti molto vulnerabili alla propaganda.
Dunque, la disinformazione è qualcosa che va oltre la nostra portata ed è spesso veicolata da strutture molto più grandi di noi, che la sfruttano per fini economici o politici e che mirano proprio all’esemplificazione del pensiero, diffondendo narrazioni uniche e superficiali a loro vantaggio.
Casi emblematici
Paradigmatico è stato lo scandalo di Cambridge Analytica: una società di consulenza politica che nel 2015, durante le elezioni di Trump, ottenne dati di milioni di utenti Facebook per costruire modelli psicometrici degli elettori e indirizzare messaggi politici altamente personalizzati. Purtroppo non si tratta di un caso isolato, e personalmente non mi stupisce dato che ci troviamo nell’era della datificazione, in cui ogni nostra esperienza online si trasforma in un dato.
Si deve ammettere, però, che i social media restano uno strumento molto democratico, per esempio per politici senza grandi partiti alle proprie spalle. Un caso emblematico è la vittoria sorprendente, al primo turno delle elezioni presidenziali in Romania, del candidato Călin Georgescu: la massiccia campagna sui social, in particolare TikTok, gli ha permesso di ottenere circa il 22–23% dei voti pur partendo da sondaggi intorno al 5%.
La sua crescita è stata favorita da un’esposizione online enorme che puntava ad una comunicazione emotiva e diretta.
Disinformazione quotidiana
Dopo aver sviscerato alcune considerazioni generali sull’argomento, abbiamo chiesto ai partecipanti se ci fosse stata qualche fake news recente che li avesse colpiti. Tra gli esempi riportati, si è parlato il video che mostrava dei bombardamenti iraniani a Tel Aviv. Si trattava ovviamente di un contenuto generato dall’IA, ma alcune persone del tavolo hanno affermato di non essersene accorti subito.
Un’altra fake news diffusa di recente di cui abbiamo discusso è quella secondo cui il sindaco Mamdani abbia ordinato di issare le bandiere dell’Iran a mezz’asta in onore della morte del leader Khamenei. Entrambe le notizie, nonostante siano state smascherate, hanno avuto inevitabilmente un impatto sull’opinione pubblica e su di noi.
Discutere di queste dinamiche ha suscitato un interrogativo: è la politica (sempre più polarizzata) a facilitare le fake news o sono le fake news a polarizzare la politica? E come si può fermare questo circolo vizioso?”


Cosa possiamo fare?
Questa continua circolazione di notizie false porta purtroppo ad abbassare la fiducia nei confronti dei canali di informazione, aumentando il rischio di una deriva qualunquista. Tutti noi abbiamo la consapevolezza che la disinformazione sia un fenomeno molto complesso, spesso promosso dall’alto e del tutto decentralizzato.
Sarebbe a dire che non esiste un’unica causa di questo fenomeno e di conseguenza non lo si può affrontare in maniera unilaterale, ma è necessario adottare un approccio olistico che educhi l’individuo e che, allo stesso tempo, depotenzi questo sistema che si nutre di ignoranza.
Dal confronto è emerso che uno dei motivi della scarsa fiducia conferita ai media oggigiorno è la mancanza di un pluralismo mediatico: la circolazione di gran parte delle informazioni è in mano ai grandi gruppi editoriali e di conseguenza c’è una certa discrepanza tra questi ultimi e le testate locali. È importante quindi diversificare le fonti e dare voce anche ai territori, perché le testate locali raccontano realtà che spesso i grandi media ignorano.
Proposte normative per la trasparenza e l’imparzialità dell’informazione
Si è proposto quindi di incentivare, tramite finanziamenti, la nascita di giornali, principalmente indipendenti e locali. Ampliando le vedute, su intuizione di Diego Gandolfo, giornalista investigativo che ha partecipato alla discussione del nostro tavolo, si è pensato anche di agire su scala normativa, per esempio istituendo un ente imparziale composta da accademici che si occupi di fact-checking.
Nello specifico, questo ente avrebbe la funzione di verificare l’informazione e di accertarne la veridicità. Inoltre, si occuperebbe di sanzionare i politici che divulgano informazioni false, posto che queste ultime hanno un grande impatto sul fruitore, ovvero il ‘potenziale elettore’. Per far fronte invece alla manipolazione mediatica si è proposto di impedire, a livello normativo, che grandi imprenditori o agglomerati economici possiedano più̀ di un mezzo di informazione (giornale o televisione). Si tratterebbe di un’azione volta a contrastare i canali di trasmissione che diffondono narrazioni uniche per precisi vantaggi.
Differenza tra fatto e opinione
Nel proseguimento del dialogo è emersa la necessità, seppure possa sembrare un po’ controversa, di ribattezzare il dibattito politico come educazione alla parzialità. Si tratterebbe di una rivendicazione delle opinioni: basandoci in modo eccessivo sui dati per conferire sostanza alle nostre tesi, ci dimentichiamo che queste sono anche oggetto dell’interpretazione dell’individuo e hanno un insieme di sfumature spesso non prese in considerazione.

Il dato oggettivo è fondamentale, ma è la tesi associata a quest’ultimo che può essere discutibile. Nel momento in cui si fa troppo affidamento al discorso razionale e oggettivo, si rischia una deriva tecnocratica e una presa di distanza dalla realtà sociale. Si potrebbe parlare quindi di un ritorno all’idealismo, che implica una presa di consapevolezza della distinzione tra fatto e opinione, ed è qui che l’educazione assume un ruolo centrale.
Siamo arrivati alla conclusione che nell’ambito scolastico sarebbe opportuno incentivare l’attività del debate, basato sul modello delle scuole inglesi. Questo sistema prevede due modalità diverse: il debate preparato, dove gli studenti ricevono la mozione qualche giorno prima e hanno il tempo di organizzarlo; e il debate impromptu (improvvisato), in cui gli studenti ricevono la mozione poco prima (15-30 minuti), è vietata qualsiasi ricerca online e il discorso si deve basare sulle proprie conoscenze personali.
Questo tipo di esercizio è fondamentale per stimolare il pensiero critico, ma soprattutto la capacità di strutturare argomentazioni logicamente valide, anche senza fonti a sostegno.
Coesistenza tra il falso e il vero
Infine, la nostra proposta prevedeva anche l’implementazione e la valorizzazione di strumenti tecnologici come InVid, molto utilizzato dai giornalisti, e Google Search by Image, una funzione di Google che permette di scoprire da dove viene un’immagine e di verificare se sia stata manipolata o meno.


Alla fine di questo breve percorso siamo giunti alla conclusione che è valido il principio per cui non si deve eliminare la menzogna, altrimenti si rischia di cadere nella censura e in atteggiamenti coercitivi, ma bisogna piuttosto essere in grado di identificarla e premiare la verità.
Si tratta di un lavoro che richiede la compresenza di strumenti normativi, educativi e tecnologici, volti a rendere il cittadino più consapevole del funzionamento del mondo dell’informazione, conferendogli così più autonomia e responsabilità.
Giulia Giusti
(In copertina i partecipanti del tavolo 3, foto da Marta Ginghini)
YoungFluence 2026 – Tavolo 3. Proposta politica contro la disinformazione è un articolo di Giulia Giusti su YoungFluence 2026. Clicca qui per l’articolo sul Tavolo 1.
