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Tra autarchia e crisi delle risorse – Come sarà il mondo tra dieci anni?

previsioni geopolitica 2026

Il sistema internazionale sta attraversando una fase di profonda trasformazione. L’ordine globale costruito negli ultimi decenni – basato su interdipendenza economica, globalizzazione e relativa stabilità – mostra segnali di crisi sempre più evidenti. Reshoring, crisi delle global value chains, politiche isolazioniste e guerre per risorse stanno tornando ad essere protagonisti del nostro oggi. Nei prossimi dieci anni, potremmo assistere a cambiamenti radicali riguardo le dinamiche economiche, le relazioni tra Stati e le migrazioni dei popoli. In questo articolo abbiamo provato a prevedere alcuni degli scenari possibili – e decisamente poco incoraggianti – che potrebbero configurarsi nel futuro incerto che ci aspetta.


Nascita di “continenti-nazioni” e nuove egemonie regionali

Una delle trasformazioni più rilevanti potrebbe essere la progressiva formazione di grandi blocchi regionali autarchici, dall’aspetto di veri e propri ‘continenti-nazioni’ autosufficienti.

Peter Hegset, segretario della difesa degli Stati Uniti, in un discorso del 26 marzo scorso ha parlato di «Greater North America». Questa entità unirebbe tutte le nazioni circoscritte nel perimetro che si estende dal Circolo Polare Artico al canale di Panama, e quindi comprenderebbe Paesi come Canada, Messico, Centro America, Caraibi e naturalmente Stati Uniti.

È a partire da queste premesse che vanno letti alcuni sviluppi recenti della storia americana, dall’operazione che ha portato alla cattura dell’ex presidente venezuelano Maduro, alle continue pressioni su Cuba e Groenlandia da parte di Trump. Eventi che sembrano confermare la volontà degli Stati Uniti di chiudersi nel proprio emisfero e – protetti dai due oceani – osservare da lontano le guerre, le migrazioni e le crisi energetiche ed alimentari che scuoteranno il resto del mondo nei decenni a venire.

Le risorse idriche e di gas subglaciali canadesi, le risorse naturali e le industrie americane, oltre alla manodopera proveniente dai Paesi centro-americani: tutto ciò renderebbe la ‘Greater North America’ autosufficiente sotto ogni punto di vista. Una dottrina geopolitica legata alla sicurezza che l’attuale esecutivo americano sembra aver sposato.

Peter Hegset sul Greater North America
Peter Hegset all’Americas Counter Cartel Conference (da TicoTimes/AFP)

Parallelamente, la Russia sembra voler consolidare la propria influenza sull’area geografica ex-sovietica. La guerra in Ucraina si inserisce in questo progetto di conquista, in particolare per l’obiettivo di conquistare quest’ultima non solo per ragioni strategiche, ma anche di accesso alle sue ampie risorse agricole, con particolare riguardo al grano.

La Russia scommette inoltre nella frammentazione dell’Europa e nel suo indebolimento: un’UE forte e unita, infatti, rappresenta un ostacolo alle mire espansionistiche del Cremlino. I Paesi Baltici ne sono ben consapevoli e non nascondono la loro preoccupazione, mentre piccole realtà come la Transnistria assumono il ruolo di pedine strategiche rilevanti.

Da parte loro, i due giganti Cina e India – sia per estensione che popolazione – sono già, di fatto, dei Paesi-continenti. Tuttavia, potrebbero consolidare modelli di sviluppo sempre più autonomi fondati su capacità tecnologiche proprie e una crescente indipendenza dalle dinamiche economiche e politiche occidentali.

In questo scenario, il mondo sarebbe organizzato in sfere di influenza sempre più definite e diviso da una competizione tra blocchi regionali. Una condizione che porterebbe alla fine del sistema globale integrato e che porta a una domanda: si creerà un delicato equilibrio tra questi continenti-nazioni o aumenterà il rischio di pericolose collisioni?

Crisi delle global value chains e reshoring

Un’altra tendenza a cui potremmo assistere nei prossimi anni riguarda il progressivo indebolimento delle global value chains. Le Global Value Chains (GVCs), o catene globali del valore, definiscono un modello produttivo frammentato, in cui le fasi di progettazione, produzione e distribuzione di un bene o di un servizio sono dislocate in diverse imprese e paesi. La crisi della globalizzazione non è mai stata tanto evidente e una realistica previsione del futuro  sembra, per ora, confermarne la crisi profonda.

Gli Stati vogliono ridurre le proprie vulnerabilità strategiche e ‘portare a casa’  le catene di produzione, oggi localizzate in Paesi terzi. Questa tendenza però, porterà a una contrazione significativa del commercio internazionale.

Se è vero che con la pace fiorisce il commercio, è altrettanto vero che l’attuale crescente instabilità geopolitica spaventa investitori e flussi di capitale. Molti Paesi, in particolare gli Stati Uniti, stanno già avviando politiche di reshoring, riportando sul proprio territorio produzioni considerate strategiche.

Global Value Chains nelle proposte geopolitica 2026
Supply chain di un computer (da Medium/SCM)

Un’indagine di Confindustria sulle aziende lombarde ha mostrato chiaramente come anche in Italia ed in Europa il trend sia lo stesso a cui stiamo assistendo nel resto del mondo. La crescente attenzione verso gli avvenimenti politici mondiali e un’economia sempre più globalizzata hanno portato sette aziende su dieci a modificare le proprie strategie: il 28,1% valuta più attentamente le controparti, il 26,1% gestisce con maggiore attenzione gli approvvigionamenti e il 23,1% ha diversificato i mercati di esportazione.

Si parla anche di ‘friendshoring’ ossia la strategia economica per cui i Paesi spostano le loro catene di produzione industriali in Paesi alleati o politicamente affini. Su questo gli Stati europei hanno un grande vantaggio, e cioè l’EU, che offre ad ogni governo ben 26 Paesi ‘amici’ in cui stabilire le proprie industrie senza rischi geopolitici.

Sulla base di queste considerazioni, Taiwan è cruciale sia per gli Stati Uniti che per la Cina. Entrambe le superpotenze, inoltre, potrebbero cercare nel prossimo futuro di averne il controllo totale per garantirsi l’approvvigionamento di chip. Questo processo segnerebbe la fine dell’era della delocalizzazione massiccia e dell’interdipendenza delle economie mondiali, in favore di economie più resilienti ma autarchiche e più ‘chiuse’.

Ritorno delle guerre per risorse

Con l’erosione del sistema di interdipendenza economica, è plausibile un ritorno a dinamiche più aggressive e predatorie nel rapporto tra gli Stati. In un mondo meno integrato, l’accesso a risorse energetiche, materie prime e tecnologie critiche diventerà sempre più difficile, pur restando quanto mai essenziale. Per questa ragione, aumenterebbero i conflitti territoriali per il controllo diretto di tali risorse. 

Con la guerra in Iran, ad esempio, i prezzi di materie prime strategiche come petrolio, alluminio e fertilizzanti sono aumentati drasticamente, mentre per ogni Paese resta fondamentale garantirne un flusso continuo. L’alluminio, indispensabile per numerosi settori industriali, ha superato i 3.600 dollari per tonnellata, raggiungendo i livelli più alti degli ultimi anni.

Un precedente storico in tal senso è rappresentato dal Giappone nella Seconda Guerra Mondiale, che invase il Sud-Est asiatico, ricchissimo di risorse quali petrolio e gomma. In questo modo, la nazione nipponica ebbe modo di assicurarsi l’accesso a materiali utili alla sua industria bellica ma quasi completamente assenti sull’isola (anche oggi).

Già negli anni Trenta, insomma, esisteva il concetto di ‘sfera di prosperità’, promosso dall’ideologia dalle autorità imperiali giapponesi. Il Giappone invase le Filippine, l’Indonesia, la Manciuria, la Corea e la Cina continentale anche per sostenere le sue industrie nazionali.

Sbarco giapponese a Gangwha
Sbarco giapponese a Gangwha (da ilviaggiodiodisseo/Wikipedia)

Potremmo quindi assistere ad una progressiva ri-militarizzazione del Giappone, già oggi impegnato a rafforzare le proprie capacità difensive in risposta alle tensioni regionali con la Cina. Questa corsa alle armi, inoltre, verrebbe incoraggiata se gli Stati Uniti dovessero lentamente ritirarsi dalla regione per andare a ‘chiudersi’ nel loro emisfero (come prima analizzato). Questo scenario comporterebbe la delega al Giappone del compito di autodifendersi.

Da simili considerazioni, è lecito affermare che un sistema internazionale più frammentato e multipolare porta automaticamente i singoli Paesi a rimarsi e a un’ulteriore frammentazione, in un circolo vizioso senza fine.

La guerra in Iran

La guerra in Iran sembra aver segnato già una profonda ridefinizione degli equilibri di potere. I tanto declamati cessate-il-fuoco si sono dimostrati estremamente fragili ed effimeri. Il timore diffuso è che la guerra in Iran duri svariati mesi e porti con sé conseguenze devastanti. L’attuale crisi di petrolio e gas, partita con la chiusura dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran, è «più grave di quelle del 1973, 1979 e 2002 messe insieme» ha dichiarato il direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (Aie), Fatih Birol, lanciato in un’intervista a Le Figaro.

Una delle pochissime nazioni a beneficiarne è la Russia di Putin, che già ora, grazie al conflitto, sta vendendo il suo petrolio a prezzi estremamente favorevoli. Con gli Stati Uniti occupati nel Golfo, l’Ucraina si trova a dover fronteggiare una Russia sempre meno isolata e più in forze. Un’eventuale sconfitta dell’Ucraina, peraltro, consoliderebbe la posizione della Russia nel continente e indebolirebbe ulteriormente l’intero ordine europeo attuale.

Allo stesso tempo, i Paesi del Golfo (GCC) si trovano ora in estrema difficoltà. Se la loro capacità di attrarre ricchezza e investimenti stranieri si fondava sul mito di sicurezza’ – associato proprio a città come Dubai, Doha e Abu Dhabi – ora tutto è cambiato.

Questi Paesi sono impossibilitati a esportare il petrolio per la chiusura dello stretto di Hormuz e per via di un’emorragia di capitali da parte di aziende che stanno scegliendo di rifocalizzare gli investimenti. Così, Paesi come gli Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein e la stessa Arabia Saudita hanno davanti a sé un futuro decisamente incerto e sicuramente poco prospero, se paragonato agli ultimi decenni.

Previsioni geopolitiche 2026: Crisi delle risorse per lo stretto di Hormuz
Dinamica attorno allo stretto di Hormuz nell’aprile 2026 (da LaStampa)

Per quanto riguarda Iran, Turchia e Israele, ad oggi abbiamo a che fare con potenze medie, ma ognuna è intenzionata a imporsi come attore principale nello scacchiere mediorientale. Tutte e tre, infatti, si stanno già sfidando su vari fronti per il ruolo di potenza regionale egemone.

La Turchia di Erdogan aspetterà di vedere chi tra Iran e Israele uscirà, cercherà di assicurarsi che entrambi si indeboliscano il più possibile e solo allora deciderà come muoversi. In un prossimo futuro, potremmo vedere moltiplicarsi conflitti per procura tramite milizie alleate degli uni o degli altri (Houthi, Hezbollah, Curdi). Una dinamica che rende questo conflitto già estremamente esteso e capillare in tutto il Medio Oriente, oltre che molto poco governabile, a dispetto delle dichiarazioni statunitensi.

Migrazioni di massa e crisi alimentari

La guerra in Iran dovrebbe spaventarci non solo per il rincaro del prezzo della benzina e per l’aumento dei prezzi a carico del settore industriale, ma anche – e soprattutto – per un aspetto apparentemente marginale: il fertilizzante.

Circa il 45% del commercio globale di urea – il fertilizzante azotato più diffuso – passa attraverso lo stretto di Hormuz. Se già ad oggi il prezzo di alcuni fertilizzanti è aumentato del 51%, un’eventuale chiusura del passaggio potrebbe interrompere la distribuzione di fertilizzanti, con conseguenze gravissime per l’agricoltura mondiale.

Senza fertilizzante, infatti, non riusciremmo a produrre cibo a sufficienza e questo avrebbe effetti devastanti. La vicepresidente della Commissione europea Kaja Kallas ha dichiarato che «Se non avremo fertilizzanti quest’anno, avremo una carestia l’anno prossimo».  Le aree più vulnerabili – l’Africa subsahariana e il Sud-Est asiatico – potrebbero essere colpite da carestie diffuse che porterebbero alla malnutrizione e alla morte di centinaia di migliaia (se non milioni) di persone. Sudan, Sri Lanka, Tanzania, Somalia e Kenya sono tra i Paesi in assoluto più a rischio.

Questa crisi alimentare, inoltre, potrebbe generare ingenti flussi migratori verso regioni più stabili e ricche. Un fenomeno che potrebbe essere nuovamente protagonista del prossimo decennio, al punto da diventare una delle principali sfide politiche che saremo chiamati ad affrontare.

Post sovietico anti-nucleare contro la crisi delle risorse
Poster sovietico anti-nucleare degli anni ’70, autore sconosciuto: Non c’è altra casa! (da Reddit)

Ognuno di questi cinque punti rappresenta una mia personale previsione, frutto di letture, studi e approfondimenti. Temo profondamente ciascuno di questi scenari e proprio per questo ritengo importante riflettere su come il mondo evolverà in un prossimo domani. Essere cittadini più consapevoli significa capire quanto la politica non sia qualcosa di astratto, bensì una forza che influenza concretamente e costantemente, decisione dopo decisione, il mondo in cui viviamo.

La prospettiva di assistere a guerre, carestie, migrazioni, o addirittura genocidi, dovrebbe indignare ognuno di noi, senza distinzioni. È essenziale ricordare che dietro a ragionamenti apparentemente asettici e teorici si muovono in realtà milioni di persone, con le loro vite fatte di speranze , sacrifici, fatiche, affetti, amori.

La globalizzazione e l’ordine mondiale attuale hanno reso ogni nazione protagonista attiva della Storia, Storia che riguarda tutti, nessuno escluso. Siamo profondamente interconnessi e ‘girarsi dall’altra parte’ rispetto a ciò che accade, ormai, è anacronistico, oltre che inammissibile.

Alessandro Donati

(In copertina una foto del meccanismo di reshoring, da ISPI)


Tra autarchia e crisi delle risorse – Come sarà il mondo tra dieci anni? è un articolo di Alessandro Donati. Clicca qui per leggere altri articoli dell’autore!

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