Spesso si sente parlare di mascolinità e di cambiamento climatico, ma più raramente si riflette sul legame tra questi due temi. L’articolo esplora come alcuni modelli di mascolinità influenzino non solo le azioni della vita di tutti i giorni, ma anche le reazioni alla crisi climatica, percepita come minaccia ai propri privilegi. Come ripensare un mondo più sostenibile?
La mascolinità e le sue sfumature
Se cerchiamo sul dizionario la definizione di mascolinità, questa viene descritta come l’insieme di caratteristiche fisiche, psicologiche e comportamentali che sono tradizionalmente attribuite all’uomo in opposizione alla donna. Tuttavia, quando utilizziamo questa parola, dobbiamo tenere ben presente le molteplici sfumature e ruoli che questa può assumere all’interno della società. Non possiamo infatti fare di tutta l’erba un fascio affermando che la mascolinità sia, in sé, un problema.
La mascolinità, di per sé, non crea sistemi patriarcali, disuguaglianze sistematiche o violenza; a farlo sono piuttosto alcune delle sue declinazioni, come ad esempio la mascolinità egemonica, l’iper-mascolinità, la petro-mascolinità, o la cosiddetta mascolinità tossica, e tutte quelle mascolinità che promuovono un archetipo di uomo ideale, invulnerabile, invincibile, forte, coraggioso… ma anche aggressivo, controllante, dominatore, e svilente.
Nella società contemporanea è molto diffuso un dualismo che associa l’idea di mascolinità alla superiorità e al potere. Secondo questa visione, tutto il resto deve essere considerato inferiore, subordinato e alla sua mercé: altri uomini, donne, bambini e anche la natura. Questi stereotipi influenzano le azioni di questi superuomini e hanno un notevole impatto sulla realtà in cui viviamo.

Li si ritrova nelle discriminazioni di genere, negli squilibri occupazionali e professionali, nel modo in cui gli spazi urbani sono progettati e in come vengono diffusi i servizi. Il ‘superuomo’ è presente nella nostra società, e non è qui per salvare, proteggere e portare giustizia. Qual è, dunque, l’impatto che la mascolinità tossica può avere sul cambiamento climatico, una delle maggiori crisi che il nostro pianeta sta affrontando negli ultimi decenni?
La costruzione dell’uomo egemonico
Ripensiamo all’idea di uomo egemonico: si percepisce come invincibile, capace di arrivare in ogni posto a cui ambisce, e superiore alle cose e alle persone. L’uomo egemonico non può piangere o leggere romanzi rosa. Anzi, il rosa non può neanche indossarlo.
L’uomo egemonico deve guidare macchine veloci, produrre fumo, far rombare i motori e dominare lo spazio. Non può essere vegetariano o – per carità! – addirittura, vegano, perché questo significherebbe essere debole agli occhi degli altri e lo farebbe sentire piccolo. L’uomo vero deve mangiare carne rossa, bere birra e giocare a calcio.
Deve mostrare la sua virilità, a volte magari posando di fianco ad animali uccisi durante battute di caccia o grandi pesci pescati in una gita fuoriporta.
L’uomo vero deve essere eterosessuale e provvedere al sostenimento della famiglia; non può cucinare né pulire, perché non è il suo ruolo dedicarsi a queste mansioni ‘femminili’. L’uomo egemonico non pensa sia possibile avere delle vulnerabilità e debolezze, e per questo le sopprime con prepotenza e brutalità.
Con i social network questi stereotipi sono esponenzialmente stati rafforzati e condivisi da milioni di persone.
Negli ultimi anni si è diffuso il termine manosphere, che associa le parole ‘man’(uomo) e ‘sphere’(sfera) e si riferisce a quelle comunità che si schierano per proteggere i diritti dei maschi, criticando invece le idee femministe.
Nel fare questo promuovono comportamenti machisti, misogini e patriarcali, che dipingono l’uomo come figura dominante e protettrice.
Ne è un esempio Andrew Tate, ex kickboxer angloamericano noto per le opinioni sessiste e violente, che nel 2022 si vantò con Greta Thunberg delle “enormi emissioni” delle sue 33 automobili.

La corsa con la natura
Nel momento in cui gli esseri umani si relazionano con la natura, il discorso si complica, perché il suo potere è indiscutibilmente maggiore rispetto a quello di qualsiasi individuo. In questo senso, la maestosità della natura arriva a decostruire la percezione dell’uomo egemonico che si pensa un superuomo.
Nella competizione con la natura, infatti, ogni essere umano è destinato a perdere. La natura sarà sempre più potente dell’uomo in quanto segue leggi proprie, indipendenti dal controllo umano. Di fronte a questo tragico destino si hanno solamente due possibili reazioni: da un lato, ammettere e accettare le proprie fragilità, rinunciando all’ideale di invincibilità; dall’altro continuare a inseguire l’illusione di essere indiscutibilmente capaci di tutto. Inutile dire che la maggior parte degli uomini egemonici tenta quest’ultima strada.

Non bisogna stupirsi: negare il problema per non rinunciare a tutte le comodità e ai privilegi che esso comporta è molto più comodo. Gli uomini in questa situazione hanno più da perdere da un cambiamento delle strutture politiche e sociali, delle pratiche, delle tradizioni e delle loro abitudini. Hanno di più da perdere perché hanno potuto ricevere di più da un sistema che li ha sempre facilitati non per questioni di merito, ma per il solo fatto di essere uomini.
Gli uomini egemonici sono dunque più portati ad accettare rischi ambientali piuttosto che trasformazioni che potrebbero minacciare i propri interessi. In questo senso, gli stereotipi di mascolinità influenzano le azioni che contribuiscono al cambiamento climatico, ma anche le reazioni nei confronti dei disastri ambientali.
L’impatto sulla natura
Esiste, quindi, una correlazione che lega il cambiamento climatico ai consumi e alle azioni degli uomini egemonici, e riprende tutte le conosciute cause di questa crisi: l’emissione di combustibili fossili, l’allevamento intensivo, la produzione industriale.

È bene specificare che non è necessario che una persona sia biologicamente un maschio per comportarsi da ‘uomo egemonico’. Vi sono, infatti, anche donne che decidono di performare comportamenti tipicamente associati al potere maschile per avere successo in ambienti patriarcali, fino ad arrivare a discriminare e ostacolare altre donne. Questo fenomeno, ampiamente dibattuto nel mondo accademico, viene spesso definito come ‘sindrome dell’ape regina’.
L’impatto ambientale degli uomini performativi è dunque associato a specifici comportamenti e modelli di consumo, indipendentemente dal sesso biologico di chi li mette in atto. Allo stesso tempo, numerosi studi dimostrano come le donne siano, a livello globale, maggiormente vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico: questo è dovuto, per esempio, a un minore accesso alle risorse, alla maggiore esposizione ai rischi ambientali e alle forti discriminazioni che rendono le donne invisibili anche in situazioni di crisi.
Mascolinità ecologica e parità di genere
Il cambiamento climatico sfida la mascolinità egemonica. Minaccia e forza a pensare in una maniera differente, rinunciando a valori e abitudini facilmente perseguibili. Il cambiamento climatico non è solo un problema ambientale, ma anche politico e sociale.
Comprendere questo permetterebbe di agire in una maniera più mirata e con intersezionalità. Un mondo più sostenibile ha bisogno di un cambiamento nel regime patriarcale, e una ridefinizione dei ruoli sociali e di comando.

In questo contesto è da citare un’altra tipologia di mascolinità che mira a ridefinire l’identità maschile in una più sostenibile e responsabile definita come ‘mascolinità ecologica’. Degli studi dimostrano, per esempio, che uomini che decidono di adottare una dieta vegana maturino anche un maggiore senso di consapevolezza rispetto ad altre forme di oppressione, oltre che maturare una maggiore apertura mentale, pensiero critico e empatia (Aavik, 2021).
Tuttavia, il veganismo da solo non è sufficiente a scardinare questi sistemi con radici profonde. Sicuramente uno dei cambiamenti più significativi potrebbe avvenire attraverso una maggiore partecipazione e un maggior riconoscimento delle donne nei processi decisionali e nelle istituzioni.
La parità di genere è, infatti, necessaria alla creazione di un sistema più sostenibile. Allo stesso tempo, però, le donne non devono essere viste come le ‘salvatrici’ incaricate di curare le ferite del mondo. Questo non farebbe che rafforzare stereotipi di genere tradizionali, anziché superarli.
Chiara Poma
(In copertina, foto di Hunters Race)
Cambiamento climatico e mascolinità egemonica è un articolo di Chiara Poma. Clicca qui per leggere altri articoli di Cultura!
