CronacaCultura

L’estetica del Salone del Mobile 2026 — Il design non deve più disturbare?

Mostra MoMa 2026

Con la mostra “Italy: The New Domestic Landscape”, esibita al MoMa il 26 maggio 1972, l’architetto Emilio Ambasz aveva elevato il concetto di design da mera categoria merceologica a vera e propria posizione morale. Cinquant’anni dopo, si può ancora dire lo stesso del Salone del Mobile di Milano 2026? Negli ultimi anni, i prodotti di design italiano hanno adottato un’estetica, per così dire,‘universale’, aprendosi a una vasta gamma di acquirenti — purché siano disposti a pagare migliaia, se non decine di migliaia di euro — ma perdendo, di fatto, la loro ‘anima’.


C’è una data che il design italiano conosce a memoria, ma che il resto del Paese ha quasi dimenticato: il 26 maggio 1972. Quel giorno al MoMA di New York aprì Italy: The New Domestic Landscape, una mostra interamente dedicata al design italiano. Non era una celebrazione — era qualcosa di più raro.

Il curatore, Emilio Ambasz, un architetto argentino di trentadue anni, aveva fatto una cosa che i musei raramente si permettono: aveva classificato invece di glorificare. Divise i designer italiani in ‘conformisti’, ‘riformisti’ e ‘contestatori’. Tre parole che non suonavano come categorie merceologiche, ma come posizioni morali.

Alcuni dei contestatori, invitati a progettare un ambiente domestico, portarono testi politici e dichiarazioni di rifiuto. Ambasz li espose lo stesso, perché anche il ‘no’ faceva parte del paesaggio. Il design, scrisse nel catalogo, “trascende la creazione di oggetti per comprendere tutti i processi attraverso i quali l’uomo dà significato e ordine a ciò che lo circonda”. Era il 1972, e quella frase sembrava un manifesto.

Catalogo di design italiano del MoMa 2026
Catalogo della mostra Italy: The New Domestic Landscape (da internimagazine)

Cinquant’anni dopo, al Salone del Mobile di Milano 2026, ci si aggira tra stand da milioni di euro e si fatica a trovare una posizione — non nel senso fisico, ma nel senso che Ambasz aveva in mente: una posizione morale, un atteggiamento verso il mondo.

Il design contemporaneo ha imparato a fare tutto tranne che a contraddirsi. Sa essere sostenibile e lussuoso, artigianale e industriale, radicale nell’estetica e innocuo nel pensiero. Ed è proprio questa bellezza — fluente, diffusa, inattaccabile — a porre la domanda che nessuno vuole fare: a cosa serve un paesaggio domestico nuovo, se il paesaggio intorno è rimasto lo stesso?

I numeri dicono quello che la retorica del Salone preferisce non dire. Il settore legno-arredo ha chiuso il 2024 con 51,6 miliardi di fatturato (Centro Studi FederlegnoArredo/ Istat), ma a trainare l’export non è la fascia media del mercato: secondo l’Intesa Sanpaolo Research Department, la quota italiana sugli arredi premium globali sfiora il 10%, contro il 4,7% per quelli di fascia media e bassa.

Il design italiano è un affare per ricchi — e sempre più spesso per ricchi lontani. Le esportazioni verso gli Emirati Arabi Uniti sono cresciute del 21% nel 2024, quelle verso l’Arabia Saudita del 22,8% (FederlegnoArredo). Il Salone ha persino aperto una sede a Riyadh. Quando un divano parte da tredicimila euro e una poltrona costa ottomila anche in outlet, il cliente non è il ceto medio italiano che arranca.

Sono le nuove monarchie. È l’alta finanza globale. È chiunque abbia abbastanza denaro da trasformare un oggetto in un simbolo di sé.

Salone del Mobile in Arabia Saudita
Il Salone del Mobile debutta in Arabia Saudita (da salonemilano).

Quando il mercato si sposta, l’estetica lo segue — non per caso, non per pigrizia, ma per sopravvivenza. Un oggetto destinato agli acquirenti del Golfo, ai developer immobiliari di lusso, agli hotel a cinque stelle, non può permettersi di disturbare. Deve essere immediatamente leggibile come ‘di qualità’, ‘rassicurante’, ‘universale’ nel senso più vuoto del termine. Il risultato è quello che si vede: un’estetica del consenso fatta di superfici impeccabili, materiali nobili, forme che non rischiano nulla. Il beige come filosofia. Il travertino come posizione politica.

Il design, che nel 1972 Ambasz aveva distribuito in tre categorie, ne ha oggi tenuta una sola, presentatandola come innovazione perché cambia i colori, introduce la curvatura dove c’era lo spigolo, aggiorna i tessuti ogni stagione.

design italiano
Il Salone del Mobile 2026 (Foto: Ruggero Scardigno).

Ma il gesto vero — quello che interroga chi abita lo spazio, come e perché — è scomparso, sostituito da una perfezione formale che non disturba il sonno di nessuno, men che meno quello dei suoi acquirenti.

I contestatori del 1972 — Archizoom, Superstudio, Gruppo Strum — erano lì per sabotare l’idea stessa di design come merce. Oggi quella radicalità è una voce di catalogo. I pezzi di Sottsass vengono battuti all’asta come opere d’arte, e la parola ‘contestazione’ è stata sostituita da ‘sostenibilità’ — che al Salone significa quasi sempre una finitura in legno certificato su un prodotto privo di anima.

Ambasz, nel 1972, aveva intuito che l’Italia era un micromodello in cui si concentravano tutte le tensioni del design contemporaneo. Aveva ragione allora. Lo è ancora adesso. Solo che le tensioni, stavolta, non le espone più nessuno.

 Angelo Bellardita

(In copertina, un’immagine della mostra Italy: The New Domestic Landscape, da sidegallery)


L’estetica del Salone del Mobile 2026 — Il design non deve più disturbare? è un articolo di Angelo Bellardita, che qui si ringrazia per il contributo.

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