La galleria del Cinema Modernissimo apre le sue porte a chiunque voglia conoscere la straordinaria opera della fotografa, artista e regista Agnès Varda. Dal 5 marzo 2026 al 10 gennaio 2027 è possibile visitare la mostra a lei dedicata, fatta di film, foto, installazioni, cimeli e costumi. Un’ esibizione che permette di ricostruire le fasi principali della sua vita artistica e personale.
Il cinema è donna al Modernissimo: dal 5 marzo 2026 al 10 gennaio 2027 la Cineteca di Bologna ci offre un percorso lungo 1200 mq sulla fotografa, regista e artista Agnès Varda. L’artista è l’unica donna della Nouvelle Vague e prima regista donna a ricevere l’Oscar alla carriera nel 2017. Ripercorrendo le tappe principali della sua vita personale e artistica, Viva Varda! ci consente di entrare in contatto con una figura unica della storia del cinema, dell’arte, della fotografia, della militanza politica e culturale, a cavallo tra Novecento e Duemila.
Nata nel 1928, Varda ha costruito un’opera polimorfa che esplora in modi sempre nuovi la sua identità, pur mantenendo uno stretto contatto con la dimensione sociale e politica in cui si inseriva. Si avvicina dapprima alla storia dell’arte e questa formazione artistica è ben visibile nei suoi lavori successivi, sia fotografici che cinematografici.
Il processo creativo della cinescrittura
Fin dai suoi primi film notiamo il lavoro di regia del tutto personale e diverso da quello che si era visto fino a quel momento. Per spiegare il suo modo di intendere la progettazione e la costruzione di un film, Varda utilizza il neologismo cinécriture, cinescrittura. Con questo termina intende una scrittura in divenire che attraversa l’intero processo creativo, dai primi sopralluoghi fino al montaggio finale.
In La Pointe Courte, che gira nel 1954 a ventisei anni, ritroviamo chiaramente questa concezione di cinescrittura. Oggetto del film è una coppia in crisi inserita nel contesto di un quartiere di Sète, nel sud della Francia, di cui racconta le condizioni di vita dei pescatori che lo abitano. Varda fa del suo primo film un laboratorio di sperimentazione narrativa e formale: infatti, lo autoproduce, utilizza attori esordienti o non professionisti e gira in scenari naturali, anticipando di qualche anno la Nouvelle Vague.
Uno schema narrativo molto simile lo vediamo anche in L’Opéra-Mouffe (1958). Qui, la rappresentazione realistica della rue Mouffetard a Parigi si intreccia a quella soggettiva di una donna incinta, restituendoci un resoconto della situazione sociale specifica di quella via attraverso la percezione della protagonista.

Varda aveva scattato circa 150 fotografie della via, all’epoca afflitta da povertà e alcolismo, da cui prende vita questo film sperimentale, e che è possibile vedere esposte nella mostra.
I film di Varda sono innovativi anche perché mettono in scena personaggi femminili riflessivi, allora rari nel cinema. Subito salta alla mente Cléo dalle 5 alle 7 (1962), due ore in cui la protagonista è in attesa di un referto medico di vitale importanza. Questo tempo oggettivo si contrappone al tempo soggettivo di Cléo, che si interroga sulla sua identità guardando quello che le sta intorno: la Parigi del 1961.
Un altro personaggio femminile memorabile è la vagabonda interpretata da Sandrine Bonnaire in Senza tetto né legge (1985). Questo personaggio rifiuta di adeguarsi ai canoni della società e rivendica una solitudine radicale. Il film fu già riconosciuto all’epoca per il suo spirito controcorrente e disincantato, vincendo il Leone d’Oro alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 1985.
Dalla fotografia all’arte contemporanea
Il cinema di Varda è strettamente connesso alla sua attività di fotografa: diplomata in fotografia nel 1949, pratica questa professione per il teatro di Jean Vilar e la rivista Réalités. Questa fase artistica risale alla costruzione di una vera e propria casa laboratorio in rue Daguerre. Proprio qui, Varda sperimenta con la fotografia e realizza delle composizioni in bianco e nero con un particolare interesse per il nudo, l’assemblage e la realtà nascosta dietro le apparenze.
In questa sezione della mostra sono esposte alcune delle sue creazioni più rappresentative, che portano lo spettatore a capovolgere il punto di vista e a vedere un volto in un camion o una noce in un corpo umano.

Questi lavori pongono di certo le premesse per il suo successivo sbarco nell’arte contemporanea. Nel 2003, infatti, partecipa alla 50/a edizione della Biennale d’arte contemporanea di Venezia. Per l’occasione nasce Patatutopia, un’installazione video-sonora dedicata al più banale e modesto degli ortaggi: la patata. In particolare, soggetto dell’opera sono quelle patate scartate dal mercato perché deformi o raggrinzite, ma che agli occhi di Varda acquistano un valore immenso.
Patate a forma di cuore, rugose e piene di germogli racchiudono per lei il senso della bellezza del mondo, pieno di diversità e cambiamenti da apprezzare. La disposizione di queste patate ‘marginalizzate’ nella mostra invita lo spettatore a soffermarsi sulla bellezza della naturalità delle cose che ci circondano.
Le famiglie di Agnès
Oltre a ripercorrere le fasi artistiche dell’opera di Varda, la mostra ci apre un varco anche nella sua vita personale. Anche quest’ultima è caratterizzata fin dall’adolescenza da scelte poco convenzionali.
Nata in Belgio nel 1928, Agnès trascorre una parte della sua adolescenza a Sète. In questo luogo, conosce e stringe amicizia con le tre sorelle Schlegel, sue vicine e compagne scout alla Éclaireuses. Qualche anno dopo intrattiene una relazione sentimentale con la scultrice Valentine Schlegel, con cui si trasferisce in rue Daguerre nel 1951.
Un luogo che costituirà una prima famiglia per lei sarà il teatro. Infatti, i primi incarichi in veste di fotografa li avrà presso il Festival di Avignone e poi del Théâtre National Populaire (TNP).

Ma la sua visione del teatro si coglie più nitidamente dagli scatti alle produzioni teatrali al di fuori del TNP. Questi ritraggono gli allestimenti scenici, le performance, le prove e il dietro le quinte, testimoniando l’atmosfera lavorativa del teatro francese del dopoguerra.
Fondamentale tanto per la sua persona quanto per la sua arte è il regista Jacques Demy, con cui forma una coppia mitica e atipica: senza mai che l’uno interferisse nella carriera artistica dell’altra, condividono la loro vita fino alla morte di lui per AIDS.
Agnès attinge da questo lutto per realizzare tre film: Garage Demy (1991), Les Demoiselles ont eu 25 ans (1992) e L’Univers de Jacques Demy (1995). Grazie a Jacques Demy, Agnès incontra la maggior parte dei membri della Nouvelle Vague nel 1958. All’interno del movimento Agnès si distingue in quanto donna e regista non cinefila.

Tuttavia, stabilisce un’amicizia profonda con alcuni, come Jean-Luc Godard, Anna Karina e Jacques Rivette. Culturalmente e politicamente, invece, si avvicina soprattutto ad Alain Resnais e Chris Marker, i suoi amici del Groupe Rive Gauche.
Le connessioni umane sono sempre state al centro dell’opera di Agnès, anche nella scelta degli attori. Agnès sceglieva quasi sempre e volontariamente non professionisti, con cui entrava in contatto per restituire una rappresentazione meno artificiale della realtà. Nonostante ciò, nel corso della sua carriera ha diretto anche attori professionisti di provenienza eterogenea, come Jane Birkin, Catherine Deneuve, Marcello Mastroianni e Robert De Niro.
A popolare il cinema di Agnès sono anche i bambini, specialmente i suoi figli, che inserisce in una decina di film per cristallizzare un momento della vita significativo come l’infanzia e per dare voce a una nuova generazione.
In seguito all’installazione video Patatutopia, Agnès si cimenta nell’arte contemporanea per la libertà espressiva che le offre. In questo ambiente crea numerose opere sotto forma di oggetti e installazioni, spesso avendo come soggetto i suoi amati gatti. È in questa fase artistica che realizza delle ‘capanne di cinema’ fatte con pellicole analogiche 35mm dei suoi film riciclate. Lo scopo è quello di creare uno spazio fisico in cui lo spettatore può entrare fisicamente.
Femminista, felice e libera
L’arte di Agnès Varda è sempre stata impegnata politicamente, soprattutto nella sua filmografia degli anni Sessanta e Settanta, caratterizzati da importanti mutamenti sociali: la rivoluzione cubana (Salut les Cubains, 1964), i movimenti per i diritti civili negli Stati Uniti (Black Panthers, 1968) e la generazione hippie (Lions Love (… and Lies), 1969).
A partire dagli anni Ottanta, Varda approfondisce i temi della marginalità e della povertà. L’occasione per farlo sarà prima a Los Angeles (Mur Murs, 1982), poi nelle città e nelle campagne francesi, in particolare con La vita è un racconto (2000).
L’attenzione per gli ‘altri’ e per coloro che non hanno voce si manifesta anche in uno dei suoi lavori più moderni: Visages Villages (2017). La pellicola è realizzata all’età di ottantotto anni in collaborazione con l’artista JR. Da questo inaspettato incontro nascerà un viaggio attraverso la campagna francese, durante il quale la loro crescente intesa si intreccia con i volti di persone anonime e lavoratori.
Ma il tema sociale per cui Agnès Varda è più ricordata è probabilmente il femminismo. L’artista si batte per i diritti delle donne nel cinema, ma si impegna anche nella decostruzione degli stereotipi femminili nelle rappresentazioni sullo schermo. Non a caso è stata invitata a partecipare alla simbolica montée des marches al Festival di Cannes. Organizzata nel 2018 dal Collettivo 50/50, ha denunciato pubblicamente le disuguaglianze strutturali dell’industria cinematografica.

La sua sensibilità femminista traspare in numerosi suoi film. Primo fra tutti Una canta, l’altra no (1977), il suo lungometraggio più apertamente impegnato a favore dei diritti delle donne, compreso l’accesso all’aborto. Ma anche in Le Bonheur (1965) si può cogliere il sovvertimento dell’immaginario della ‘famiglia tradizionale’. Qui, la donna casalinga è sostituita con l’amante in un rapporto non di opposizione, ma di somiglianza.
“Ho cercato di essere una femminista allegra, ma ero molto arrabbiata” afferma Agnès nel suo documentario autobiografico Les plages d’Agnès del 2008. La rabbia che provava era causata dalle violenze, gli stupri e le condizioni di aborto a cui le donne erano sottoposte. Proprio su questo tema si schierò molto apertamente firmando nel 1971 il Manifesto delle 343, una dichiarazione scritta da Simone de Beauvoir in cui 343 donne ammettevano di essersi sottoposte ad interruzione di gravidanza.
L’eredità di Agnès
La mostra si conclude con la testimonianza dell’eredità che Varda ha lasciato all’Italia, con un focus speciale su Bologna. Infatti, negli ultimi anni della sua vita, Agnès segue personalmente il restauro dei suoi film con la giovane équipe dell’Immagine Ritrovata.
Partecipa varie volte al Cinema Ritrovato: memorabile fu la proiezione in Piazza Maggiore di Lola (1961) di Jacques Demy che presentò lei nel 2012. Quella sera le voci del film si confondevano con quelle dei tifosi del campionato europeo di calcio, dando vita a una commistione tra cinema e vita che procurò tanta gioia ad Agnès.

Dopo questa immersione nell’universo di Agnès Varda, chi visita la mostra avrà la possibilità di scrivere un messaggio su una delle numerose cartoline messe a disposizione. Queste cartoline verranno poi inviate alla figlia Rosalie, responsabile della memoria della madre.
L’eredità di Varda è quella che ha lasciato alla fotografia, al cinema, all’Arte tutta, alle donne, e a ogni spettatore e spettatrice. Al termine della mostra si potrà sicuramente dire di aver avuto il privilegio di conoscere questa figura originale e poliedrica, il cui segno è ancora oggi ben visibile.
Arianna Calvitto
(In copertina la locandina della mostra Viva Varda! del Modernissimo)
“Viva Varda!” – Un viaggio nel mondo di Agnès Varda è un articolo di Arianna Calvitto. Clicca qui per leggere altri articoli dell’autrice!
