Cinema

“Frankenstein”, da Mary Shelley a Guillermo Del Toro – L’eterno dualismo dell’uomo

frankenstein moderno prometeo

Nel 1818 Mary Shelley dà vita a un’opera destinata a diventare immortale. Molto più che un semplice romanzo gotico, “Frankenstein”, rappresenta una rigorosa indagine sui limiti della coscienza umana. A due secoli di differenza, la versione cinematografica di Guillermo del Toro, uscita su Netflix, (qui la recensione di Giorgia Romano) benché non fedele al romanzo nei minimi dettagli narrativi, ci fornisce una prospettiva accurata dei luoghi e dei personaggi descritti dall’autrice e ci permette di indagarne il messaggio originario in chiave contemporanea.


La storia di Frankenstein o il moderno Prometeo (1818) è costruita su un costante dualismo, che si manifesta nel rapporto tra coscienza e responsabilità e nella fragile condizione dell’uomo di fronte al desiderio di onnipotenza.

Questa tensione irrisolta, unita alle tematiche universali e profondamente umane che trascendono dall’epoca di pubblicazione, rende l’opera senza tempo. E oggi ci porta a chiederci: chi è il vero mostro, la creatura o il creatore? E quali sono i limiti insuperabili per l’umanità?

Il creatore

Nel romanzo, Victor Frankenstein incarna lo scienziato romantico, precursore di quella che sarà la cultura positivista: rappresenta la fiducia assoluta nella scienza e nel progresso, la sua ambizione lo spinge al desiderio di superare i limiti imposti dalla natura, fino a tentare di creare la vita stessa.

Nell’adattamento cinematografico il suo personaggio, ovvero il creatore, appare leggermente più conscio delle implicazioni etiche della sua opera rispetto al romanzo, eppure la descrizione rimane fedele, nell’evidenziare la smania e l’ossessività perseguite per il raggiungimento del suo scopo. Il personaggio simboleggia perfettamente il binomio ‘genio e follia’, che mette in luce il legame tra creatività eccezionale e instabilità mentale.

L’unico, decisivo, errore di Victor non è quello di creare la vita, ma di sottrarsi completamente al suo ruolo di ‘padre’ della creatura. Evitando la responsabilità della creazione e abbandonando la creatura, innesca il vero motore della tragedia e una serie di esperienze drammatiche finisce inevitabilmente per ricadere su di lui.

Mary Shelley suggerisce un ribaltamento radicale della prospettiva: il lettore si trova di fronte alla mostruosità del creatore, che più che vittima diviene artefice del suo stesso dolore. Dunque, la vera mostruosità non sembra più risiedere nella creatura, bensì nell’umanità stessa.

Frankenstein moderno prometeo
fonte: Spotify

La creatura

Nel libro di Mary Shelley la creatura è tutt’altro che un mostro privo di coscienza: è sensibile, intelligente, dotata di linguaggio e di riflessione morale. La sua violenza non è innata, ma nasce dall’esperienza del rifiuto e della solitudine. L’orrore non è l’essenza propria della creatura, è ciò che l’umanità vede rispecchiata in lei.

Questa descrizione rimane sostanzialmente fedele anche nell’opera di del Toro. La creatura cinematografica conserva la propria dimensione tragicamente umana e si presenta come uno specchio di paure, colpe e contraddizioni dell’uomo.

In opposizione alla solitudine della creatura si colloca il personaggio di Elisabeth, che nel romanzo simboleggia la passione umana nella sua forma più pura. Nonostante la leggera dissonanza del rapporto con il dottor Frankenstein tra romanzo e film, rappresenta il grande amore, più platonico che carnale di Victor e ad un certo punto anche oggetto di desiderio della creatura. La sua figura diviene l’antitesi morale dell’esperimento, poiché incarna ciò che la scienza del creatore ignora.

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Elizabeth e la creatura (fonte: Il Cineocchio)

Questa opposizione rende ancora più evidente come l’amore sia una condizione necessaria per l’essere umano e, in questo caso, rappresenta una possibilità mancata. La richiesta, da parte della creatura, di avere una compagna simile a sé è il tentativo disperato di accedere alla dimensione affettiva che Elisabeth incarna, esprimendo non solo il bisogno di appartenenza, ma soprattutto la necessità di amare ed essere amato. Il film sintetizza efficacemente questo concetto:

Sentirsi persi ed essere trovati: è questa la durata dell’amore

La creatura, in Frankenstein di Guillermo del Toro (2025)

Tra creatore e creatura: la malvagità innata

Nel romanzo, il legame tra Victor e la creatura viene segnato dall’abbandono: la creatura privata di una guida e affetto, è costretta a costruire la propria identità sulla base di ciò che impara a conoscere, ovvero dolore e vendetta.

Questa dinamica, evidenziata da del Toro in maniera incisiva, apre una più ampia prospettiva: sulla responsabilità educativa e morale, e soprattutto sulle modalità educative. L’opera suggerisce che l’educazione non è un atto neutro e che il ricorso alla violenza non può rivelarsi efficace, propone una riflessione molto attuale sulle conseguenze di azioni educative aggressive.

In questo modo, il legame tra creatore e creatura assume una dimensione sociale, quasi politica: ogni individuo è il prodotto di ciò che incontra lungo il suo cammino e, soprattutto nel periodo della formazione, le azioni e i comportamenti esterni nei suoi confronti contribuiscono a modellare l’identità e la moralità.

Shelley risponde a un quesito eterno: l’uomo nasce malvagio o lo diventa? Ma, a differenza di altri messaggi più sottili, stavolta ci fornisce una risposta indiscutibile. L’uomo non nasce crudele ma può diventarlo in quanto risultato della somma di azioni, esperienze e stimoli esterni.

Giocare a fare Dio: il moderno prometeo

Il sottotitolo del romanzo – “il moderno Prometeo” – suggerisce una delle possibili chiavi di lettura dell’opera, anche se non voluta dall’autrice, che scrive il romanzo in giovane età e quasi per gioco.

Come Prometeo ruba il fuoco agli dèi, Victor osa violare il confine tra umano e divino, provando ad appropriarsi del potere di dare la vita e sfidando la morte. Il tema di ‘giocare a fare Dio’ viene riproposto in chiave etica, viene criticata la presunzione di poter esercitare un potere assoluto senza assumersene la responsabilità.

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Prometeo (fonte: La tigre di carta)

È quindi evidente il distacco, via via più accentuato, della società da una concezione della vita religiosa. Se da un lato viene messa in evidenza la visione sempre più scientifica e quindi laica dell’epoca, dall’altro è evidente il messaggio che Shelley vuole trasmettere: l’uomo non può vincere la morte e tutti i tentativi non possono far altro che produrre mostri.

Del resto, nell’ottica cristiana, è solo nel mondo ultraterreno che Dio effettivamente può operare contro la morte. Nemmeno lui può salvare gli uomini dal loro destino, almeno non nel mondo terrestre.

Dunque, la distanza tra scienza e religione è quindi non solo culturale ma anche morale: la conoscenza, se separata dalle responsabilità e dall’empatia, rischia di trasformarsi in hýbris. Questo concetto, radicato nella cultura della Grecia antica, indica la tracotanza di chi supera i limiti imposti alla condizione umana, spinto da un desiderio incontrollato di potere o sapere.

Non è solo eccesso di orgoglio, ma anche incapacità di riconoscere le conseguenze delle proprie azioni e di porsi un limite etico. In questa prospettiva, Victor Frankenstein incarna perfettamente l’hybris moderna.

Così, quello che nasce come ricerca di progresso si trasforma in una forza distruttiva, dimostrando come la conoscenza, quando si separa dall’etica, possa condurre non all’elevazione dell’uomo, ma alla sua rovina.

Poco più avanti, poi, la parola viene data al mostro:

Ricordati che io sono la tua creatura; io dovrei essere il tuo Adamo, ma sono piuttosto l’angelo caduto

La creatura, in Frankenstein di Guillermo del Toro (2025).

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Lucifero (fonte: Wikipedia)

La creatura si paragona al Lucifero dell’Antico Testamento, l’angelo ‘portatore di luce’ caduto dal Paradiso dopo essersi ribellato al suo creatore: ossia il Satana di Giobbe e dei Vangeli.

Nella lettura teologica della chiesa cristiana, Lucifero è un angelo originariamente creato come buono e perfetto, che si ribella a Dio spinto dalla superbia e da desiderio di uguaglianza del divino, venendo così scacciato dal cielo e trasformandosi in Satana, l’avversario descritto come tentatore e oppositore di Dio.

Il parallelismo è chiaro: entrambi condividono la condizione di essere originariamente creati per il bene e la perfezione, ma mentre Lucifero è responsabile di una ribellione consapevole e volontaria, la violenza della creatura nasce dall’esperienza del rifiuto, isolamento e ingiustizia subita da parte del suo creatore e della società che trasformano la sua natura e alimentano il suo risentimento.  

In conclusione, Frankenstein non trova in sola interpretazione ma resta uno specchio aperto sulle contraddizioni dell’uomo. È in questa ambiguità, più che in un morale definitiva, che l’opera trova la sua forza e la sua modernità.

Alice D’Alessandro


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