La Nazionale italiana di calcio non parteciperà ai Mondiali per la terza volta consecutiva. Nuove proposte, progetti e finanziamenti cambiano allenatori, giocatori e staff, ma ogni quattro anni in queste ultime tre edizioni ci ritroviamo a sentenziare il fallimento, a individuare responsabilità e colpevoli, a ripartire da zero. Una cosa è certa: la mancata qualificazione non può essere una casualità. Cerchiamo di capire insieme i problemi del calcio italiano e le possibilità di ripartenza.
C’era una volta la selezione tricolore di Vittorio Pozzo che, trascinata nel 1934 da Meazza e Schiavio, e nel 1938 da Piola, conquistava le prime due – seppur controverse – Coppe Rimet; c’era una volta la Nazionale campione d’Europa nel ’68 e vicecampione del mondo ’70 di Mazzola, Rivera e Riva; c’era una volta l’Italia di Bearzot dell’82 con Zoff, Baresi e Rossi, o ancora quella del ’90 con Baggio, Schillaci e Maldini; c’era una volta la squadra di Lippi del Mondiale 2006 nel segno di Buffon, Cannavaro, Totti e Del Piero.
Chissà quanti giocatori, allenatori o formazioni ho dimenticato. Ad ogni modo, quell’Italia non esiste più.
Problema numero 1: il presidente Gravina
Gabriele Gravina inizia ad occuparsi di calcio negli anni ’80, acquistando una piccola società calcistica abruzzese, il Castel di Sangro, portandola con un vero e proprio miracolo sportivo e imprenditoriale dalla seconda categoria fino alla Serie B.
Sulla scia del grande successo con la squadra giallorossa, inizia negli ultimi anni ’90 a ricoprire importanti ruoli ‘da scrivania’: dapprima diventa consigliere della Lega Professionisti Serie C, poi consigliere federale della FIGC; negli anni duemila ricopre la carica di capo delegazione della Nazionale Under-21 e, in continua ascesa, diventa presidente della Lega Pro nel 2015.
Gravina raggiunge il ruolo di presidente della Federazione nel 2018, subentrando al dimissionario Tavecchio considerato il capro espiatorio della mancata qualificazione degli azzurri al Mondiale 2018.
Sotto la gestione Gravina, la Nazionale italiana si è laureata campione d’Europa nel 2021, ma ha deluso le aspettative nell’edizione del 2024, e come già preannunciato, ha fallito la partecipazione alla Coppa del Mondo nel 2022 e nel 2026.
Solo pochi giorni fa, sono arrivate le sue dimissioni e dunque la speranza di un sostituto in grado di rivoluzionare il calcio italiano. I suoi errori sono stati innumerevoli, in primis la mancata rinuncia all’incarico dopo la debacle macedone, ma il momento più basso e umiliante del suo mandato, è rappresentato dalle dichiarazioni post-Bosnia, quando, tentando di giustificare la disfatta, ha affermato (qui il video dell’intervista) : «Il calcio è uno sport professionistico, gli altri sono dilettantistici».
Non si sono fatte attendere le risposte social di tantissimi atleti italiani delusi e arrabbiati per le parole di Gravina: Tamberi ha pubblicato un immagine generata dall’IA che ritrae diversi campioni nelle vesti di calciatori e la definizione “dilettanti allo sbaraglio!”; Yeman Crippa ha commentato con “questa mattina sono andato a correre per diletto”; meno ironici e più critici Gregorio Paltrinieri, Irma Testa, Mattia Furlani e Andrea Bargnani che hanno espresso apertamente il loro disappunto.

Al di là delle incomprensioni, di possibili errori dettati dal momento delicato, la comunicazione rimane un aspetto fondamentale e Gravina ha fatto un enorme scivolone.
Problema numero 2: gli stadi e le strutture sportive
Il tema degli stadi e delle strutture sportive in Italia è talmente obsoleto che è diventato una chiacchiera da bar, qualcosa su cui scaricare le colpe di una qualsiasi sconfitta della nostra squadra del cuore. Eppure, osservando i dati, esiste un fondo di verità.
Il numero degli stadi in Italia è basso, soprattutto quelli di proprietà: facendo un paragone tra Roma e Londra, si nota un enorme differenza, con la capitale inglese che conta ben 7 squadre nella massima lega, ognuna con un proprio impianto di proprietà; mentre Roma e Lazio si dividono l’Olimpico appartenente al comune.

Uno stadio di proprietà è un grande vantaggio per un club: dal punto di vista economico l’impianto diventa parte dell’identità della squadra, aumentandone il valore, garantendo entrate economiche più stabili e l’attenzione da parte degli investitori; dal punto di vista strutturale la società ha piena libertà su manutenzione e innovazioni, evitando i dibattiti con la politica e il comune, ma soprattutto azzerando i lunghi tempi della burocrazia.
Altra questione: sono vecchi. In Serie A l’età media degli impianti si aggira intorno ai 56 anni – un dato che peggiora ulteriormente nelle categorie inferiori – mentre all’estero la media è compresa tra i 35 e i 38 anni. Ne deriva un quadro evidente: strutture che ‘cadono a pezzi’ e non più al passo con il calcio moderno, caratterizzate da piste d’atletica che allontanano il pubblico dal campo, curve e tribune con visibilità ridotta e servizi per i tifosi limitati.

In Europa, negli ultimi 20 anni, sono stati costruiti o modernizzati oltre 200 stadi, contro i soli 6 italiani – Juventus, Udinese e Atalanta in A, tutti di proprietà. Tuttavia, l’interesse da parte di ricchi investitori per nuovi impianti è palpabile, ma spesso ostacolato dalla lenta burocrazia.
Il caso più esemplare è quello dell’AS Roma: le prime idee per un nuovo stadio risalgono al 2012 e la presentazione nel 2014; da quel momento sono arrivate approvazioni, modifiche e continui ritardi fino al 2021, anno in cui è arrivata la definitiva bocciatura. Adesso la squadra capitolina ci sta riprovando con un nuovo progetto a Pietralata e la costruzione è prevista dal 2027.
La possibilità di cambiare il destino del calcio tricolore, tuttavia, esiste: l’Italia, insieme alla Turchia, ospiterà gli Europei 2032. Un evento di tale portata garantirebbe accesso a finanziamenti europei e UEFA, oltre a creare posti di lavoro e favorire il turismo.
L’occasione assume un valore ancora maggiore se si considera il momento delicato di questo sport, ma l’immobilismo italiano sul fronte degli stadi rischia di vanificare tutto: solo l’Allianz Stadium della Juventus è pronto e c’è il rischio di perdere l’organizzazione del torneo. Per il calcio italiano, sarebbe la fine: nel giro di pochi anni, smetterebbe di essere il nostro sport nazionale.
Problema numero 3: pochi giovani e tanti stranieri
Il campionato italiano non è giocato da italiani: non è un’opinione, non è una critica, ma un dato oggettivo. È una realtà che si conosce da tempo, ma nessuno ha mai sollevato concretamente un dibattito. Oggi, in seguito alla terza esclusione consecutiva dai Mondiali però, il tema è tornato in voga e gli occhi degli appassionati si sono concentrati sull’ultimo weekend di Serie A.
Durante le festività pasquali, il Corriere dello Sport ha passato in rassegna le formazioni della squadre italiane osservando il numero di italiani in campo, tra titolari e subentrati. Il dato è drammatico: tra gli undici iniziali, solo 64 giocatori sui 220 schierati erano italiani; considerando invece i convocati, se ne contano 125 su 429 – in entrambi i casi appena il 29%. La partita più memorabile, in negativo, è stata Udinese-Como: Zaniolo era l’unico azzurro al fischio d’inizio e solo successivamente Bertola è subentrato nei friulani, mentre nessun italiano è sceso in campo per i lariani.

La Gazzetta dello Sport, invece, ha condiviso dei dati relativi alle presenze di calciatori stranieri in Serie A e nei campionati esteri. I risultati non solo mostrano una realtà preoccupante, ma soprattutto sottolineano ancora una volta come il trend sia in peggioramento.

Altro discorso, altro problema: i giovani. In Italia non giocano e si nota anche osservando la rosa azzurra sconfitta a Zenica. Calafiori è stato l’unico under 25 tra i titolari a cui si aggiungono Pisilli – solo 7 minuti contro l’Irlanda del Nord e neanche sceso in campo contro la Bosnia – Palestra ed Esposito dalla panchina. La stessa sera la Spagna, nell’amichevole contro l’Egitto, ne contava 11; l’Inghilterra 14.
La fase più critica sembra essere quella del passaggio dalla primavera alle prime squadre. Le Nazionali giovanili azzurre hanno sempre ottenuto ottimi risultati negli ultimi anni: l’U20 ha conquistato rispettivamente un terzo, un quarto e un secondo posto nei Mondiali del 2017, 2019 e 2023; l’U19 ha raggiunto la semifinale nelle edizioni 2022 e 2024 degli Europei e ha trionfato nel 2023; l’U17 conta un primo posto negli Europei del 2024 e un bronzo nei Mondiali dell’anno successivo. Eppure, tra i giocatori protagonisti di queste imprese, solo pochi di loro trovano spazio in Serie A.
Prendiamo come esemplare la rosa dell’Italia U19 – i cui giocatori hanno oggi tra i 21 e i 22 anni – vincitrice dell’Europeo del 2023. Solo in cinque giocano titolari o quasi nelle prime divisioni: Ndour alla Fiorentina, Esposito all’Inter, Pisilli alla Roma, Lipani al Sassuolo e Kayode – scaricato dalla Viola – al Brentford; tutti gli altri, invece, si alternano tra Serie B, Serie C e campionati stranieri minori.

Al contrario, nella trionfante U21 del 2004, tutti i componenti della rosa sono arrivati in Serie A. Questo è un dato che inevitabilmente fa riflettere.
Problema numero 4: tante chiacchiere e pochi fatti
In questi venti anni di fallimenti – dalla vittoria del Mondiale 2006, ad esclusione dell’Europeo 2021 – abbiamo sentito tante chiacchiere: “I ragazzini non giocano più a calcio per strada”; “I nordeuropei ci sovrastano a livello fisico”; “Non nascono più i Totti, i Del Piero e i Baggio”.
Sulla partita contro la Bosnia si è sentito dire di tutto: “La difesa a 3 si usa solo in Italia”; “Nessuno fa più un dribbling e salta l’uomo”; fino agli attacchi individuali a Bastoni per l’espulsione o a Cristante ed Esposito per i rigori sbagliati. Ma il problema, come abbiamo visto, va ben oltre il livello tattico e c’è chi questo disastro lo aveva annunciato oltre 10 anni fa.
Prima di Caressa, dopo il disastro del Mondiale del 2010, Baggio venne incaricato di rifondare il calcio italiano e nel novembre 2011 presentò un dossier da oltre 900 pagine. In questo saggio il Divin Codino proponeva la fondazione di CFF – centri di formazione di maestri di calcio – con l’obiettivo di costruire professionisti che unissero istruzione, tecnica, pedagogia e psicologia.

Altro punto centrale era proprio la tecnica: più palla e meno tattica, lasciare spazio al talento ed eliminare schemi e allenamenti fisici.
Arrivando ai tecnicismi, tra le proposte più concrete era presente la nascita di una rete di scouting, con una divisione del territorio in cento distretti federali e un relativo archivio digitale dentro il quale raccogliere dati, test, video, partite filmate, esercitazioni e statistiche sui giovani calciatori. Il dossier fu accettato e finanziato, ma mai realmente messo in atto e così il progetto venne progressivamente accantonato, fino alle dimissioni di Baggio nel gennaio 2013. Ancora oggi si continua a parlare di questo documento e dei possibili scenari mai realizzati.
Ripartire è possibile: il modello francese e spagnolo
Certo, i problemi sono tanti ed elencarli è facile, che si debba ‘ripartire dai giovani’ o ‘costruire gli stadi’ lo abbiamo capito tutti, ma come si mette davvero in pratica una rivoluzione così grande? L’Italia non deve inventarsi nulla di nuovo se non replicare o addirittura implementare ciò che è già stato fatto in altri Paesi come Francia, Spagna e Portogallo.

Il calcio francese ha attraversato un biennio molto buio. Basti pensare che la sua Nazionale, tra il 1961 e il 1980 ha partecipato solo a due Mondiali, non qualificandosi alle edizioni ’62, ’70 e ’74 – e poi nuovamente nel ’90 e nel ’94 – e a nessun Europeo. La rivoluzione inizia nel 1973, anno in cui Stefan Kovacs diventa CT dei Bleus e suggerisce la creazione dell’Institut National de Football.
Il centro diventa un punto di riferimento nel 1988, quando da Vichy si sposta a Clairefontaine, trasformandosi in un luogo di crescita personale e tecnico per giovani talenti già dai 13 anni. Grandi campioni come Henry, Maignan e Mbappé sono sbocciati in questa sede e il risultato, a lungo termine, è stato evidente: 2 Mondiali, 1 Europeo e 1 Nations League.
Per quanto riguarda le Furie Rosse il rinnovamento ha origini ancora più antiche – dovuto a scarsi risultati nei Mondiali dal 1954 al 1978 – ma continua in maniera costante e crescente ancora oggi. Ne La Liga solo Barcellona, Real e Atletico Madrid hanno un grande capitale d’investimento, ma le altre squadre sono considerate ‘povere’. Questo però, è stato trasformato in un vantaggio.
Avere poco denaro a disposizione per gli acquisti ha portato le squadre a puntare sui settori giovanili e dunque su calciatori spagnoli e questa è diventata una tradizione: il Deportivo la Coruña si è imposto il limite minimo del 25% di giocatori in rosa provenienti dal vivaio; l’Athletic Club di Bilbao tessera esclusivamente atleti baschi come se fosse una Nazionale autonoma; l’Osasuna – allenata dall’italiano Alessio Lisci – conta attualmente solo quattro stranieri in rosa.

Il vero segreto degli spagnoli è però la seconda squadra. Se in Italia se ne contano solo quattro – Juventus NextGen dal 2018 e le successive Atalanta, Inter e il Milan retrocesso in D – in Spagna invece sono la normalità, anzi il Real ha addirittura la squadra C in Segunda Federación. I risultati sono visibili: nei 23 della Spagna vincitrice ai Mondiali 2010, ben 20 sono passati dai club B. Inutile parlare degli investimenti nelle strutture, nei paesi iberici puntano sui giovani.
Il modello ideale: quello portoghese
Il modello portoghese è ancora più interessante. Perché? I risultati dei club italiani nelle competizioni europee degli ultimi anni dimostrano che il livello è basso: dal triplete dell’Inter del 2010, il bottino italiano in Europa è fermo a 2 trofei – la Conference della Roma nel 2022 e l’Europa League dell’Atalanta nel 2024 – e 8 finali perse; il calcio portoghese ne conta solo 1, l’Europa League del Porto nel 2011 nel derby con il Braga. In entrambi i casi, decisamente poco in confronto al campionato inglese (11) o spagnolo (17). Su cosa si basa il modello portoghese?

In un campionato poco ricco, le giovanili diventano essenziali per la sopravvivenza dei club: cambio di mentalità, investimenti su staff e maestri, un lento rinnovamento delle strutture a partire dagli anni’90 in vista di Euro 2004 e la nascita del Torneio Lopes da Silva in cui si mettono in mostra i migliori talenti del Paese ogni anno. I risultati sono evidenti: dal 2004 ad oggi, sia negli Europei che nei Mondiali, i Lusitani ha sempre raggiunto almeno gli ottavi di finale – ad eccezione di Brasile 2014 – trionfando a Euro 2016 e in Nations League nel 2019 e 2025.
Ripartire, dunque, è possibile, ma non basta dirlo. Servono riforme, investimenti e la volontà concreta di cambiare un sistema che da troppo tempo è fermo. Il calcio italiano ha ancora la possibilità di rialzarsi e tornare grande. Continuare a rimandare, però, significherebbe accettarne il declino.
Mattia Pallotta
(In copertina, i calci di rigore nella partita Italia- Bosnia Erzegovina da Radio popolare)
Calcio italiano – Anno zero: i problemi e i modelli da seguire è un articolo di Mattia Pallotta. Clicca qui per leggere altri articoli dell’autore!
