La data del 12 aprile è destinata a segnare la storia recente dell’Ungheria, e a portare a un cambio di governo auspicato da molti. Un terreno su cui si è misurata la coscienza democratica del Paese che ha risposto compatto, ponendo fine al governo di Orbán durato ormai 16 anni. Una vicenda intorno a cui tutta l’Unione europea è chiamata a riflettere, mentre guarda con fiducia alla figura di Péter Magyar.
Il cambio della guardia
Lo splendido palazzo del Parlamento di Budapest, uno degli edifici più iconici di tutta Europa, con la sua cupola in stile neogotico che si specchia sulle acque del Danubio, si appresta a ricevere un nuovo capo di Governo. Le elezioni del 12 aprile hanno infatti decretato la caduta del governo di Viktor Orbán, in carica da ben 16 anni. Basterebbe anche solo questo dato per far gioire tutti coloro che si professano democratici. Un cambio di governo dopo quasi due decenni, praticamente una generazione, non può che essere positivo, a prescindere dai colori.

La voglia di cambiare era molta e lo dimostra il tasso di affluenza che ha registrato un picco del 77%, mai così alto nel Paese, nemmeno per le prime elezioni libere dopo la caduta del regime comunista.
Una notizia accolta quindi con speranza dall’Unione Europea, che tira un sospiro di sollievo e trova nel neoeletto Péter Magyar un alleato oggi più che mai vitale. Lo stesso Orbán si è congratulato con il vincitore affermando l’obbligo di rispettare le decisioni del popolo.
L’Ungheria di questi ultimi anni è stata spesso al centro di vicende dai contorni indefiniti, vista con sospetto dall’UE, fino ad essere definita dal Parlamento Europeo “un’autocrazia elettorale”. I suoi legami con la Russia di Putin, le posizioni assai conservatrici sul tema dei diritti civili e le misure contro l’Ucraina hanno allontanato il Paese dalle linee guida europee.
Il crollo interno
Eppure, come spesso accade, a segnare la fine di Orbán sono state le questioni interne. Un’economia stagnante, colpita da un’alta inflazione, la conseguente svalutazione del fiorino e l’aumento dei prezzi, nonché una crisi demografica che ormai non fa più notizia, sono il mix di ingredienti che hanno portato alla svolta.
A infangare l’immagine pubblica del governo uscente ha contribuito anche uno scandalo risalente al 2024 in cui Orbán avrebbe concesso la grazia ad un dirigente scolastico condannato per aver insabbiato reati di pedofilia. Un sistema politico, dunque, alimentato da favori personali, rapporti a dir poco opachi e illegalità.

Dati i presupposti, la strategia di Magyar è stata semplice e chiara: proposte concrete a favore della crescita economica, nessun riferimento a ideali astratti, l’affermazione di una politica pro Europa e pro Nato per ricacciare i fantasmi di matrice illiberale che a lungo hanno minato il Paese e un’agenda fondata sulla lotta alla corruzione.
Il caso dell’Ungheria ci mostra che la politica dal basso risente di necessità primarie, scevre da ideali propagandistici confezionati ad hoc e inadatti ai bisogni della popolazione. Il messaggio del popolo è una chiara voglia di stabilità, lontana dalla trappola del neo-imperialismo russo che ha posto il Paese in una situazione di stallo e ambiguità politica, stretta tra Russia e Unione Europea.
Di fronte al rischio concreto di una deriva autoritaria e di un conseguente allontanamento dall’UE, la reazione c’è stata. Tocca ora al nuovo esecutivo ricucire il tessuto in primis sociale e poi economico ungherese, compromesso da una palese corruzione e da pratiche di tipo oligarchiche.
Oltre i colori
In Occidente si è spesso inclini a distinguere nettamente una ‘destra’ da una ‘sinistra’, eppure nel caso ungherese non è così. Il pensiero umano opera di natura per analogia anche in politica, ma si cadrebbe in un grave errore nel considerare il partito di Magyar, Tisza, una forza di sinistra del tutto opposta a quella finora al potere.
Le vicende politiche del Novecento, hanno fatto sì che in Ungheria, ad oggi, un partito di sinistra di fatto non esista. Troppo pesante il ricordo della dittatura comunista, macchiatasi più volte del sangue dei propri cittadini.
La figura politica di Magyar emerge infatti proprio dalle file di Fidesz, il partito di Orbán, poi abbandonato in seguito al già citato scandalo del 2024 e ai sempre più numerosi casi di corruzione.

Non bisogna dunque vedere nel prossimo capo di governo ungherese il volto di un socialista o, peggio ancora, di un comunista, ma piuttosto quello di una destra più moderata, in comunione con le politiche europee ma pur sempre fedele agli ideali che hanno segnato la politica ungherese dopo la dissoluzione dell’URSS.
Le immagini di molti giovani che per le strade della capitale hanno intonato, tra le altre, le note di “Bella ciao“, inneggiando ai fiori dei partigiani, avranno fatto storcere il naso a più di qualche ungherese. Di certo, oltre la cortina di ferro, i partigiani hanno portato ben pochi fiori. Bisogna accettare che il confine tra eroi e criminali è molto relativo e non può essere generalizzato.
Le dinamiche politiche sono assai complesse e sovrapporre su un Paese il modello politico di un altro, solo perché a noi più famigliare, sarebbe un errore da principianti.
La realtà ungherese ci è utile per riflettere su quanto le etichette della politica a cui siamo abituati siano obsolete, se non fuorvianti. Di fronte alla fame e all’incertezza, gli ideali crollano e le manovre per far fronte alle difficoltà non devono seguire slogan, bensì adattarsi man mano alle emergenze affrontate nel quotidiano.
In un momento storico in cui l’immagine della destra europea viene infangata da personaggi impresentabili, quella di Magyar può essere una presenza fondamentale nell’allontanare gli estremisti, alla ricerca di un equilibrio e di un maggiore dialogo tra le parti.
“Ruszkik haza”: l’eco del ‘56
Per le strade di Budapest torna a farsi sentire una frase ben impressa nella memoria, soprattutto dei più anziani. Quelle stesse parole tornano a distanza di 70 anni da quel ‘56 ancora vivo. Due semplici parole: “Ruszkik haza” (“Russi a casa”) riassumono perfettamente il volere dei cittadini.
Essi non hanno perdonato a Orbán il legame ambiguo con Mosca, vista sempre con sospetto dall’opinione pubblica. Il ritorno dell’influenza russa negli ultimi anni ha risvegliato timori mai del tutto dissipati, un errore strategico nonché una grave offesa agli occhi degli elettori.
Se nel 2019 Orbán, ospite ad Atreju, cantava “Ragazzi di Buda” insieme a Giorgia Meloni, successivamente non ha fatto altro che infangarne la memoria avvicinandosi a quegli stessi oligarchi che si sono ripuliti la pelle di quel vecchio colore rosso.
Allontanarsi dal modello russo di questi ultimi anni significa combattere un’oligarchia potente, ben radicata nel paese magiaro. Le sfide sono tante e non basta un volto nuovo per risolvere problemi sistemici; ma il Paese sembra aver ritrovato un’unità di cui si sentiva la mancanza, attenuando polarizzazioni che contraddistinguono ormai gran parte del mondo occidentale.

Una sfida per l’UE
Con l’Ungheria, anche l’Unione Europea è chiamata ad adempiere al suo ruolo nel ricomporre una realtà democratica dopo 16 anni di regime. Una sfida inedita, su cui si misureranno le reali capacità dell’UE in quanto istituzione, così da ricordare a chi la governa i motivi della sua creazione.
Per la prima volta un Paese membro si trova ad aver concretamente bisogno dell’Unione per ragioni che vanno ben al di là della sfera economica. Si tratta infatti di dover infondere un nuovo sentimento democratico, rieducare un popolo dopo un lungo periodo di illibertà.
Una prova a tratti affascinante, dove la famiglia europea dovrà saper accogliere i suoi cittadini magiari per instaurare una nuova fiducia reciproca e duratura.
I cittadini ungheresi ieri hanno preso molte decisioni. Forse una delle decisioni più importanti è stata quella di affermare che il posto dell’Ungheria era e sarà sempre in Europa.
Péter Magyar in conferenza stampa.
Seppur incerto, il futuro pare leggermente più promettente, ma come abbiamo imparato fin troppo bene, la politica sa essere imprevedibile. Non rimane che augurare al popolo ungherese la possibilità di compiere scelte libere e consapevoli.
Jon Mucogllava
(In copertina il nuovo primo ministro ungherese Péter Magyar Neil Milton / SOPA Images via Reuters Connect)
Il ragazzo di Budapest – Il nuovo volto dell’Ungheria è un articolo di Jon Mucogllava. Clicca qui per altri articoli dell’autore!
