“Crying in H Mart” (in Italia Mondadori 2022) di Michelle Zauner è un memoir nel quale cibo e sentimenti si intrecciano, nel tentativo dell’autrice di recuperare la propria identità e riscrivere il rapporto problematico con la madre malata.
Il gusto agrodolce dell’affetto
Crying in H Mart non è un semplice memoir sul lutto: è un viaggio tra emozioni dolorose e ricordi d’infanzia.
Rappresenta il tentativo ultimo dell’autrice di ricostruire e risemantizzare il suo rapporto difficile con la madre, malata terminale.
Questa riscrittura avviene soprattutto grazie al cibo, che viene dipinto dall’autrice come un collante, l’unico gesto d’affetto della madre nei suoi confronti, capace di esprimere amore incondizionato e cura.
Tuttavia, dopo le prime pagine, questa narrazione comincia a scricchiolare se, come bravi detective, mettiamo in relazione tutti ricordi che Michelle Zauner condivide.

Le pagine ci raccontano qualcosa di più scomodo: non il cibo come guarigione, ma come surrogato dell’affetto, come strumento imperfetto per colmare una distanza emotiva mai davvero superata.
H Mart come archivio della memoria
Il titolo del romanzo viene dal nome di un supermercato che vende prodotti asiatici: H Mart. Fin dalle prime pagine esso è presentato come un luogo in cui l’autrice “cerca ricordi”: non tanto per rivivere momenti di condivisione con la madre, ma per cercare e trovare un contatto che non ha mai realmente avuto.
Michelle vaga sola dentro H Mart in cerca delle confezioni che “sua madre avrebbe scelto” – perché nessuno le ha mai insegnato davvero a fare la spesa e a scegliere gli ingredienti migliori – faticando a riconoscere le scritte in coreano sulle confezioni. Tutto questo ci restituisce l’immagine di una ragazza sola che è costretta a imparare per imitazione.
Ed ecco che basta il pensiero di un piatto cucinato dalla mamma di Michelle per farla piangere; l’autrice cerca ricordi veri da H Mart, ricordi che la aiutino a superare il rapporto freddo e conflittuale con la madre e a ricordarla come una figura amorevole.
Il cibo era il modo in cui mia madre esprimeva il suo amore. Non importava quanto critica o crudele potesse sembrare potevo sempre sentire il suo affetto che irradiava dagli spuntini che confezionava e dai pasti che preparava proprio come piacevano a me.
Michelle Zauner, Crying in H Mart,p. 11
Un libro che fa venire l’acquolina in bocca
Tutti i piatti citati in questo romanzo sono descritti in modo dettagliato e ci sembra non solo di leggere di loro, ma quasi di averli davanti a noi, sentirne il profumo e in alcuni casi persino il sapore sulla lingua. Così, Michelle Zauner ci fa vivere un’autentica esperienza culinaria solo attraverso le pagine del suo libro.
L’abbondanza descrittiva sembra compensare una mancanza più profonda: ciò che non è stato detto, insegnato e trasmesso sul piano affettivo trova nel cibo un luogo di concentrazione.
La scrittura insiste sul dettaglio descrittivo perché è lì che l’autrice può trattenere qualcosa.

Solo nella descrizione della pietanza finita Michelle può riappropriarsi, in una certa misura, dei suoi ricordi e di una parte della propria identità coreana.
Il cibo, così vivido sulla pagina, finisce per apparire più reale delle emozioni e dei ricordi che lo vedono associato alla figura materna.
Il rapporto problematico con il cibo
Il rapporto tra Michelle e il cibo è segnato dalla voglia di compiacere sua madre. La figura materna è spesso fredda, rigida e poco affettuosa – tanto che la Michelle bambina tenta di compiacerla pulendo casa, conoscendo la sua mania per l’ordine, o mangiando.
Il cibo è quindi un modo per Michelle di compiacere gli adulti, in particolare la madre e le zie: ha gusti particolari, molto diversi da quelli dei bambini della sua età, e questo accade perché Michelle stessa si spinge ad averne solo per ottenere le attenzioni e l’affetto di cui ha bisogno.
Nel romanzo si cerca di esaltare il potere di connessione del cibo, ma guardando più attentamente è lampante come esso sia spesso uno strumento, a volte anche divisivo: Michelle tenta disperatamente di cucinare piatti coreani per la madre malata, eppure il cibo non è visto come un gesto intimo di cura, ma come un dovere.

La protagonista utilizza il cibo come mezzo per “sdebitarsi” con la madre di tutto ciò che ha ricevuto da lei; è evidente, quindi, il rapporto contorto e problematico tra le due, che viene sempre dipinto come viscerale, ma che di viscerale sembra avere ben poco.
Mangiare come linguaggio d’amore
Il cibo sembra quasi un mezzo di compensazione: la madre di Michelle le prepara da mangiare perché è l’unico modo in cui riesce a comunicare cura alla figlia, anche se realmente non le insegna mai nulla.
Anche quando si presenta l’occasione perfetta alla trasmissione di ricette, la figlia non viene mai coinvolta. Dal kimchi al gimbap, è tutto gelosamente custodito da una madre spaventata dalla possibilità di sentirsi senza mezzi per dire “ti voglio bene” alla propria bambina.
Quando toccava a mia mamma faceva il gimbap. A casa dopo la scuola metteva a cuocere un pentolone di riso e passava ore ad arrotolare con una stuoia di bambù cilindri perfetti con dentro Ravanelli gialli sottaceto carote spinaci manzo e fettine di omelette per poi tagliarli ricavandone dei tondini colorati. Prima della lezione noi due ci mangiavamo i tagli laterali dei rotolini da cui spuntavano ciuffetti di verdure disordinate.
Michelle Zauner, Crying in H Mart,p.81
In effetti gli unici ricordi positivi legati al cibo sono quelli che vedono la condivisione di un piatto con la madre; solo in quel momento Michelle si sente davvero vista e presa in considerazione da lei, che le insegna come mangiare determinati piatti, a quale salsa abbinarli e cosa ordinare al ristorante.
Tra un morso e l’altro di foglie di perilla un po’ avvizzite mia madre diceva “è da questo che so che sei una vera coreana.
Michelle Zauner, Crying in H Mart,p.34
Quando il cibo non cura
Gli unici piatti coreani che Michelle conosce sono quelli più sostanziosi, ricchi di sapore ma troppo pesanti per una donna fragile come sua madre, che si sta sottoponendo alla chemioterapia.
Ed è proprio in questo dettaglio che scorgiamo un altro aspetto complesso del vissuto di Michelle: lei non conosce la cucina della cura, quella che si prepara per chi è malato propria di tutte le culture.
È curioso notare come Michelle sembri non ricordare piatti semplici fatti da qualcuno quando si è malati, come se il cibo non fosse cura autentica ma mezzo di compensazione per tutte le mancanze materne.
Michelle si sente isolata, non conosce le sue radici coreane e le viene sempre negata la possibilità di riconnettersi ad esse anche e soprattutto tramite la preparazione del cibo che per lei sembra essere pilastro identitario.
Il cibo e la cucina sono estremamente divisivi per Michelle: di solito i ricordi più belli legati al cibo vedono la preparazione del piatto insieme ma nel romanzo non vediamo mai nessuno insegnarle ricette coreane, viene citato un solo ricordo in proposito nel primo capitolo.
Banchan
Il rapporto estremamente complesso con la madre viene ridisegnato a partire da tutti quei ricordi positivi che Michelle ha di lei. Quasi come se i banchan, chenella cucina coreana arricchiscono il piatto principale, diventassero essi stessi i veri protagonisti.
L’autrice stesse cercando di cucire insieme tutti i ricordi positivi che possiede per sentire la madre più vicina a sé, amplificando i piccoli gesti di cura e i momenti di condivisione autentica che le sono stati donati. Nonostante il rapporto complesso con la madre, Michelle la giustifica, cerca di comprenderla e di comprenderne la rigidità e i comportamenti passati che aveva spesso giudicato.

L’unico ricordo che sembra davvero conciliare affetto e cibo è quello in cui Michelle racconta dei pacchi che la madre le spediva quando era lontana da casa, e il fatto che “marinasse costolette di maiale per due giorni prima del suo rientro a casa”.
Col progredire del racconto la narrazione di Michelle comincia a traballare e a tratti lei stessa diventa una narratrice inaffidabile: nonostante le figure femminili fredde, distanti e poco accoglienti da cui è sempre stata circondata, Michelle arriva a convincersi del contrario.
Ci dice che le donne coreane da cui è stata circondata erano amorevoli e materne; nulla di più lontano dalla realtà, in cui l’unico aspetto materno è quello legato alla preparazione dei pasti.
Il rapporto con la cultura coreana
Michelle sembra quasi riscrivere la sua storia andando a scovare piccoli gesti d’affetto, qualche parola dolce che le sia mai stata detta. Sembra quasi che attraverso la scrittura di questo memoir l’autrice desideri cucirsi un vissuto diverso, creato a partire da episodi della sua infanzia reinterpretati in chiave nostalgica.
Colpisce molto la narrazione dell’episodio familiare della ʻbisca famigliareʼ organizzata a casa di Halmoni, la nonna coreana di Michelle. Le donne si trovavano a giocare d’azzardo tutte insieme, bevendo birra e mangiando stuzzichini mentre Michelle, invece che giocare o guardare la tv come qualsiasi altra bambina, “faceva la cameriera”, come racconta lei stessa.“Portavo i piatti. Versavo la birra”.
L’unico momento di reale condivisione e di connessione alla cultura e al cibo coreano di cui conserva il ricordo è quello della visita al mercato di Noryangjin con la madre e le zie. Lì scelgono insieme pesci e frutti di mare vivi per poi farli cucinare e mangiarli.
Di grande impatto è il racconto che vede Michelle mangiare un tentacolo di polpo (sannakji) che ancora si muove, per poi ricevere approvazione e lodi da parte delle donne di famiglia. Ancora, il momento della condivisione del cibo è l’unico in cui la madre di Michelle non si mostra rigida e restia a condividere con la figlia conoscenze e consigli.
Un’identità divisa
Il tema identitario attraversa tutto il memoir, ma senza mai trovare una vera riconciliazione.
Michelle, che da ragazzina provava vergogna della sua metà coreana, ora si ritrova ad affrontare il rimpianto di non aver frequentato la scuola di coreano abbastanza da imparare la lingua.
Questo è un tema che ricorre spesso all’interno della narrazione: Michelle desidera disperatamente un contatto con la madre malata e lo cerca attraverso il cibo e la cultura condivisa con lei a cui, purtroppo, sente di non appartenere davvero.
Figlia di madre coreana e padre americano Michelle si è sempre sentita divisa nella propria identità e spesso, come ci racconta, ha voluto nascondere la propria metà coreana per vergogna e paura del giudizio altrui.

Tuttavia, non è chiaro all’interno dell’opera come mai Michelle e la madre non comunichino tra loro il coreano.
La frattura identitaria di Michelle è radicata nella sua stessa infanzia: la sua prima parola è stata omma, mamma in coreano, ed è cresciuta in un ambiente intriso di lingua e cultura coreana, dalle ninna-nanna alla televisione in sottofondo. Nonostante questo, non ha mai imparato davvero a comunicare e ad esprimersi in coreano: l’unico mezzo che Michelle possiede per esprimersi è allora il cibo.
La cucina sembrerebbe l’unico ponte rimasto tra le due culture che vivono dentro di lei.
Al di là del racconto
Crying in H Mart non è un memoir di guarigione né un inno alla cucina come linguaggio universale dell’amore. È, piuttosto, un libro sulla mancanza: su ciò che non è stato trasmesso, su ciò che si tenta di ricostruire quando è troppo tardi.
Il cibo non è cura, non è soluzione, ma compensazione, un tentativo di riappropriarsi di qualcosa che è proprio solo a metà. Crying in H Mart non racconta del cibo come nutrimento e mezzo di connessione, ma lo descrive come espressione maldestra di un affetto che non è mai bastato.
Camilla Mussi
“Crying in H Mart” – il cibo come memoria e identità è un articolo di Camilla Mussi. Clicca qui per leggere altri articoli dell’autrice!
