Cronaca

Un coltello in classe e il fallimento che non vogliamo vedere: sull’aggressione di Trescore Balneario

carabinieri a scuola media leonardo da vinci trescore balneario

Bergamo, 25 marzo 2026. Uno studente della scuola media Leonardo da Vinci di Trescore Balneario accoltella la sua insegnante di francese. In poche ore, l’intero Paese si scopre improvvisamente scosso e inquieto. La tragedia è il segnale, fin troppo chiaro, di una gioventù sempre più esposta alla violenza, cresciuta in un contesto che fatica a offrire riferimenti solidi e modelli positivi. Come si è arrivati fin qui? E soprattutto, come se ne esce?


Tredici anni e un piano lucido: quando la violenza non è più casuale

«Non posso più vivere una vita così. (…) Ucciderò la mia insegnante di francese». È con queste parole che un ragazzo di tredici anni ha affidato a un lungo messaggio su Telegram il manifesto del proprio intento omicida.

L’insegnante, Chiara Mocchi, 57 anni, è stata colpita di prima mattina, al suono della campanella che inaugura la giornata scolastica. Riporta ferite all’addome e al collo, inferte con un coltello impugnato dal giovane, che nel frattempo riprendeva tutto tramite il cellulare. L’aggressione — documentata in un video di un minuto e cinquantatré secondi — appare lucida, premeditata. Le immagini mostrano il ragazzo entrare dall’ingresso principale, salire al primo piano, attraversare corridoi e aule, superare studenti e docenti, fino a raggiungere la vittima designata.

chiara mocchi trescore balneario
Chiara Mocchi (Repubblica)

«La mia vita è dettata da adulti a cui non importa di me. La mia insegnante di francese non vuole altro che riempirmi la vita di dolore e sofferenza abusando del suo potere», scrive ancora, con una lucidità che inquieta. Poi la frase più agghiacciante: «Non posso essere incarcerato: in Italia l’età minima per la responsabilità penale è 14 anni. Non posso nemmeno essere processato. Quindi farò quello che ho sempre voluto fare».

Questa aggressione, alla quale fortunatamente la docente è sopravvissuta, colpisce proprio per l’assenza di casualità: ogni gesto sembra inserirsi in un disegno lucido e macabro, costruito da un ragazzo che non ha nemmeno l’età per risponderne pienamente davanti alla legge.

coltelli usati durante l'aggressione a trecsore balneario
Coltelli e pistola scacciacanina portate dal tredicenne a scuola il giorno dell’aggressione (Corriere della Sera)
maglietta indossata durante l'aggressione di trescore balneario
Maglia indossata dal tredicenne durante l’aggressione (Corriere della Sera)

L’episodio costringe la società a confrontarsi con domande scomode, perché impone di considerare brutalità e giovanissima età come due facce complementari della stessa medaglia. Com’è possibile che un fatto di sangue simile avvenga proprio tra le mura scolastiche, luogo per definizione deputato all’educazione e alla crescita? Fino a che punto il disagio adolescenziale può trasformarsi in violenza letale? Come è potuto accadere? E soprattutto, quante volte riaccadrà?

Dati allarmanti: dal singolo caso al fenomeno generale

Non è la prima volta che un’aggressione dall’identità sanguinolenta si verifica all’interno dell’istituzione scolastica. Il caso di Bergamo, dunque, non è un fulmine a ciel sereno, ma l’espressione più estrema di una deriva già visibile. Il fenomeno aveva iniziato ad allarmare gli italiani anche negli anni scolastici precedenti. Secondo l’ANSA, i casi di aggressione al personale scolastico nel 2022-23 sono stati 36 – l’anno successivo, 2023-2024, ben 68 – con gli insegnanti come vittime principali.

A spaventare non sono soltanto i casi di aggressione contro il personale, ma anche tra i ragazzi stessi. È notizia recente (16 gennaio) l’accoltellamento avvenuto a La Spezia, in cui un diciottenne ha tolto la vita ad un coetaneo per motivi su cui ancora oggi ci ritroviamo a speculare.

La Spezia, i compagni di scuola ricordano “Aba”, Abu Youssef, davanti all’Istituto Einaudi Chiodo, lunedì 19 gennaio 2026, alla ripresa delle lezioni dopo l’accoltellamento mortale avvenuto a scuola. (RaiNews)

E ancora, l’aggressione avvenuta a Sora, in provincia di Frosinone, in cui un diciassettenne è stato accoltellato da un compagno fuori da scuola.

Non è solo il rapporto tra autorità e giovani a subire un grave declino, ma anche in contesti tra pari la violenza ha fatto il suo prorompente ingresso, arrivando a deteriorare i legami sani che dovrebbero instaurarsi tra compagni di scuola. Secondo il rapporto ESPAD Italia 2023 (analisi CNR), quasi il 40% degli studenti delle superiori ha partecipato ad almeno una zuffa o rissa nel corso del 2023. Sempre nello stesso studio, il 4,2 % dichiara di aver colpito un insegnante e il 3,7 % di aver usato un’arma per ottenere qualcosa.

Statistiche violenza giovanile 2018-2023 (ESPAD Italia 2023)

L’età della brutalità

Il fattore che rende particolarmente disturbante quanto accaduto a Trescore Balneario è l’età giovanissima dell’aggressore: tredici anni, appena all’inizio dell’adolescenza.

A differenza di altri casi già citati, questo episodio ci pone di fronte a una domanda più difficile, che riguarda responsabilità e consapevolezza. Costringe a interrogarsi su quali siano davvero i confini tra la colpa atroce di un ragazzo che decide di portare un coltello a scuola e quella di una società che, in qualche modo, non è riuscita a impedirlo.

Schema di imputabilità del minore (AvvocatiRoma)

La responsabilità penale di un aggressore così giovane, infatti, è nulla: l’articolo 97 del Codice penale italiano stabilisce che i minori di quattordici anni non sono imputabili. In questo quadro, distinguere nettamente le colpe di un giovane in evidente difficoltà da quelle di un sistema — familiare e sociale — incapace di contenere e comprendere il suo disagio diventa estremamente complesso. E allora, di fronte a un caso che non è isolato, la domanda si fa inevitabile: quanto stanno male, davvero, i ragazzi?

Secondo l’UNICEF, a livello mondiale 1 adolescente su 7 soffre di un disturbo mentale diagnosticato, specialmente di tipo ansioso o depressivo. In Italia circa 1 minore su 5 presenta disturbi psicologici di qualche genere, secondo la Società italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza. Uno degli ospedali maggiori in Italia, il Bambin Gesù a Roma, riporta un aumento del 500% di consulenze neuropsichiatriche presso il pronto soccorso pediatrico. Si è passati dalle 237 del 2013 alle 1.415 del 2023.

Il ruolo della famiglia

Gli adolescenti, quindi, segnalano una forte incapacità a gestire le loro emozioni, legata anche ad intensi cambiamenti ormonali tipici dell’età fragile che stanno attraversando. Senza una struttura emozionale appropriata su cui fare affidamento, questa fragilità può velocemente portare ad un crollo. Il rapporto con i genitori e gli affetti primari è essenziale in questa fase della vita, in cui ci si muove tra neonata indipendenza e soltanto parziale autonomia.

A rendere il quadro ancora più complesso è il ruolo della famiglia, sempre più fragile e spesso incapace di contenere il disagio adolescenziale. I dati ISTAT mostrano come oltre un minore di 16 anni su quattro sia a rischio di povertà o esclusione sociale, con percentuali che superano il 50% nei contesti familiari più instabili. Fragilità strutturali interne alla famiglia – rapporti conflittuali fra i coniugi, difficoltà economiche e sovraffollamento – finiscono per dettare la qualità e la quantità di tempo dedicata al minore.

Statistiche sul rischio di povertà in base a condizioni economiche e sociali della famiglia (ISTAT)

Famiglie sotto pressione spesso non dispongono degli strumenti adatti per offrire una guida educativa appropriata ad un adolescente problematico. Anche il livello di istruzione dei genitori incide in modo decisivo. Più della metà dei figli di genitori con bassa scolarizzazione vive in condizioni di vulnerabilità, contro appena il 10% di chi cresce in famiglie più istruite.

Non si tratta solo di una questione economica, ma educativa e relazionale. Le famiglie sotto pressione, più instabili e spesso meno attrezzate culturalmente, faticano a svolgere quel ruolo di contenimento e guida che l’adolescenza richiede. In questo vuoto, il disagio non scompare — si amplifica.

Violenza, adolescenti e lo schermo

In questo contesto sociale già complicato si inserisce un uso spropositato e sregolato del telefono cellulare. Non è solo un mezzo di comunicazione, ma un portale di un mondo in cui la violenza non ha più filtri e tutto diventa fattibile. Nello stesso caso di Trescore Balneario, il tredicenne ha documentato interamente il suo intento omicida attraverso lunghissimi messaggi e discorsi su Telegram, allegando foto delle sue armi e dell’abbigliamento indossato durante l’aggressione. Un comportamento che dimostra non solo una preparazione minuziosa, ma una conoscenza impeccabile di come prepararsi ad un atto del genere.

Possiamo dunque soltanto immaginare che tipo di contenuti venivano consumati quotidianamente dal tredicenne, presumibilmente senza alcun tipo di restrizione. Attraverso la diffusione di contenuti che minimizzano la violenza, le piattaforme digitali trasformano atti aggressivi in norma sociale, spesso generando emulazione.

Principali piattaforme social (Unsplash)

Diversi studi rivelano che l’esposizione ripetuta all’aggressività digitale può ridurre la nostra capacità di provare preoccupazione o disagio quando assistiamo al dolore degli altri, soprattutto negli adolescenti. Il loro cervello si trova in una fasedi sviluppo in cui le aree chiave per l’empatia, il controllo degli impulsi e l’assunzione di prospettiva non sono ancora completamente mature. A questo si aggiungono un consumo di media sempre più in aumento ed un controllo parentale meno effettivo, con effetti anche a lungo termine.

Ad esempio, studi neuroscientifici mostrano che gli adolescenti che consumano frequentemente media violenti (videogiochi, post online, immagini in TV) senza supporto parentale di sostegno hanno un’attività significativamente ridotta nella corteccia insulare. Questa regione del cervello è fondamentale per la consapevolezza emotiva, l’empatia e l’elaborazione del dolore altrui: funzioni essenziali per la comprensione sociale e il comportamento morale.

La realtà nelle scuole

Adolescenti a disagio, che non possono esprimere in maniera sana la loro frustrazione, si ritrovano confinati in ambienti spesso ristretti. Vivono un loop infinto tra scuola e casa, dove l’aiuto che trovano spesso è percepito come non sufficiente. In questo contesto, la figura del docente perde di autorevolezza: non è più un riferimento positivo, bensì un antagonista da scavallare.

In un sondaggio flash realizzato da Swg per la Gilda degli Insegnanti, un italiano su 3 ritiene che il problema di perdita d’autorevolezza della professione dell’insegnante abbia anche motivazioni interne alla categoria. Tra queste, l’incapacità dei docenti di gestire le classi e di relazionarsi con gli alunni. Per l’81% degli italiani, il problema potrebbe essere arginato andando a potenziare la formazione e l’aggiornamento dei docenti, così come migliorando i processi di selezione (80%). 

Secondo Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti:

L’esito di questo sondaggio ci dice che la percezione degli italiani rispetto al calo di autorevolezza dei docenti risponde alla realtà che la categoria vive quotidianamente e che purtroppo si riflette anche negli episodi di aggressioni riportati dalle cronache.

Un’indagine realizzata dall’Osservatorio sul Benessere dei Docenti dell’Università di Milano-Bicocca ha evidenziato come, nel corso degli ultimi quindici anni, gli insegnanti abbiano vissuto le conseguenze di questo ambiente ostile che li ha privati di dignità professionale. I sintomi del burnout sono principalmente tre: esaurimento emotivo, depersonalizzazione e bassa realizzazione personale. L’indagine evidenzia come il 48% dei docenti presenti livelli critici in almeno uno di questi tre indicatori, e il 4,6% addirittura in tutti e tre.

Cosa serve davvero?

È chiaro, dunque, come il disagio sia oramai generalizzato, sia da parte dei giovani che vanno tutelati sia da parte degli adulti che tutelano. La società si rivela inadeguata nel supportare adolescenti disagiati, famiglie di cui sono a carico e docenti che a loro insegnano. Il culmine di questa insufficienza lo abbiamo visto rappresentato proprio nell’aggressione avvenuta il 25 marzo.

La risposta dello Stato è arrivata sotto forma di rinforzo di proposte, come il Decreto sicurezza: pene più dure, aggravanti e una generale maggiore attenzione al tema della sicurezza nelle scuole, inasprendo la pena a chi aggredisce personale scolastico (insegnanti, dirigenti, ATA). Si tratta, però, di una risposta tardiva: interviene quando la violenza è già esplosa e cerca di arginarne le conseguenze. Nessuna norma può, da sola,restituire autorevolezza a una scuola lasciata sola, né colmare il vuoto educativo che nasce altrove. Punire è più semplice che capirema non basta più.

Proteste al decreto sicurezza in Parlamento (La Stampa)

Le somme di una tragedia

L’evento di Trescore Balneario ha chiaramente scosso l’Italia intera, imprimendo definitivamente nelle nostre menti l’immagine di una scuola inadatta e di una gioventù arsa dalla brutalità. La professoressa Mocchi, recentemente dimessa ma all’epoca ancora nel letto d’ospedale, ha dettato al proprio legale una lettera aperta destinata alla società intera. In essa, dice:

Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica, come magari quello che mi ha colpito che forse nel profondo non saprà neanche perché. Come non lo sapranno i suoi genitori.

Con le sue parole, lucide nonostante il dolore, si accende un lume sulla realtà che sembra indicare un sentiero preciso, un cammino verso quello che l’autorità educativa dovrebbe essere. L’ideale di una scuola che aiuta gli studenti a muoversi verso i propri sogni, dando loro un ambiente da cui la violenza rimane fuori. Una scuola che fornisce i giusti mezzi per sviluppare un’empatia su cui basare la crescita attraverso strategie non punitive ma di prevenzione, come supporto psicologico per studenti e docenti e educazione emotiva per gestire conflitti e disagi.

E forse è proprio da qui che bisogna ripartire: non dalla paura o dalla condanna, ma dalla responsabilità condivisa, per ricostruire un ambiente educativo capace di ascoltare. Perché una scuola che protegge davvero non è quella che reagisce alla violenza, ma quella che riesce, giorno dopo giorno, a non farla scatenare.

Irene Carminati

(In copertina Eco di Bergamo)


Un coltello in classe e il fallimento che non vogliamo vedere: sull’aggressione di Trescore Balneario è un articolo di Irene Carminati. Clicca qui per altri articoli dell’autrice!

Ti potrebbero interessare
CronacaReportage

Sciopero transfemminista a Bologna – Una giornata di lotta, rabbia e cura

CronacaSport

Campionesse olimpiche, oltre gli stereotipi

CronacaPolitica

Attacco all’Iran e tensione globale: il mondo si divide sulla guerra

CronacaReportage

Le due facce di Milano-Cortina 2026 – Le proteste tramite gli scatti di Leonardo Garavaglia