Cultura

Il ‘maschio performativo’ è solo l’ennesima red flag?

maschio perofrmativo

Il maschio performativo si riconosce subito: tote bag alla spalla, cuffiette con il filo, un saggio femminista alla mano e nell’altra un matcha latte. Si tratta di uno stereotipo diventato virale su social come Instagram e TikTok, tanto da dare il via a veri e propri contest in varie città del mondo. Al di là dei video parodistici e della presunta volontà di fare colpo, parliamo di un fenomeno che si inserisce, di fatto, all’interno del processo di decostruzione della mascolinità.


Lo stereotipo del maschio performativo

Gli occhi chiusi, le sopracciglia aggrottate e la consapevolezza di ciò che non si vuole: un maschio performativo. Questo è ciò che succede nella mente di chiunque fantastichi sull’uomo dei propri sogni. Ne sono sicura.

Nel lungo segmento degli stereotipi di genere, in apparenza agli antipodi dell’uomo tossico – controllante e violento a livello fisico e psicologico – si è recentemente fatto strada questo nuovo, curioso archetipo: il maschio performativo, per l’appunto.

Per chi volesse comprendere meglio con chi abbiamo a che fare, fornisco una rapida checklist: il maschio performativo in tasca ha almeno un libro di una qualsivoglia scrittrice femminista (meno la conosce e meglio è); indossa un outfit rimediato a un negozio di seconda mano o in qualche mercatino vintage a cui è andato – rigorosamente – di sabato mattina; utilizza una tote bag da cui pende un Labubu; e infine ascolta le canzoni di Clairo con le sue cuffiette con il filo.

Quando è davvero dedito alla causa, completa il suo look con smalto alle unghie (tassativamente nero).

maschio performativo
Immagine realizzata con Canva

Al primo appuntamento di solito propone una giornata in galleria d’arte – per spiegarti la sua innata passione per il Formismo polacco del primo Novecento – o un negozio di vinili perché “Sai, il rumore della puntina sul disco non ha prezzo”. Se non volete fissare la sua manicure in attesa di una risposta, non domandate mai ad un maschio performativo la differenza tra un 33 e un 44 giri.

Vi domanderete per quale nobile causa il maschio performativo impieghi tanta parte delle sue energie. La realtà è che fa tutto questo soltanto per ammaliare donne che lottano per la causa femminista e per il progresso sociale.

Non siete sicure di averne mai conosciuto uno? Tornate alla checklist qui sopra: se almeno due caselle della lista sono spuntate, probabilmente lo avete già incontrato. E non sapete quanto mi dispiace per voi.

Virali, anche sul web

Ma, anche se così non fosse, non preoccupatevi. Il web pullula di esempi di uomini che cercano di decostruire uno stereotipo di genere senza rendersi conto che, di fatto, ne hanno appena creato un altro.

Una delle tante celebrità che viene considerata un baluardo del maschio performativo è l’attore australiano Jacob Elordi. Le foto che lo ritraggono con almeno un paio delle caratteristiche sopraelencate sono numerosissime.

Quei pantaloni cargo con le tasche piene di libri e le borse a tracolla sono decisamente valse all’attore il primo posto nella categoria (non molto prestigiosa) del miglior maschio performativo del 2026.

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L’attore australiano Jacob Elordi (foto: GQ).

Completano la trinità Timotheé Chalamet e Pedro Pascal; tra foto in cui abbracciano calorosamente i colleghi perché “Io non ho paura di mostrare pubblicamente affetto verso altri uomini” e la vicinanza – ovviamente pubblicizzata sui social – alle cause politiche.

Così, tra emulazione e sgomento, il fenomeno dei maschi performativi continua ad alimentarsi.

Le ambizioni del maschio performativo

Qual è la percezione di sé che il maschio performativo vorrebbe trasmettere? Quella di un uomo inoffensivo, non tossico. E così si esibisce in pubblico per attrarre donne progressiste, nella speranza che diventare una mood board ambulante delle ultime tendenze possa essere il mezzo per fare colpo. Strategia di esecuzione che vanta lo stesso coraggio del pubblicare un post su Instagram alle sei del mattino.

Al maschio performativo basta l’apparenza, una serie di elementi che lo convincano di non essere come gli altri uomini, né molesto né manipolatore. Insomma: un uomo perfettamente integrato nella generazione post MeToo.

E così, esattamente come il più arretrato dei machi, anche il maschio performativo vive di attenzioni esterne, dei complimenti e degli elogi di chi gli sta intorno, e su di essi costruisce il proprio status sociale.

Il duello per essere scelti non è più a colpi di spade, ma si trasforma in una gara a chi ha più Labubu o libri di Virginia Woolf. Sogno? Allucinazione collettiva? Niente di tutto questo: si tratta di vere e proprie competizioni.

Performative Male Contest

È una calda giornata d’agosto, siete stesi all’ombra di un grande albero in un parco a Seattle. Intorno a voi vedete comparire giovani uomini con outfit simili che aspettano di essere notati e giudicati.

Questo è quello che, probabilmente, hanno vissuto coloro che si sono ritrovati nel mezzo del Seattle performative male contest, in cui un numero spropositato di ragazzi – perfettamente in linea con i canoni sopra descritti – si sono sfidati per il titolo di miglior maschio performativo.

Il torneo, non privo di una certa organizzazione, si è articolato in una serie di round in cui i partecipanti dovevano rispondere a domande tra il serio e il faceto come “Hai votato alle scorse elezioni locali?”, “Sai cos’è una coppetta mestruale?” o ancora “Nomina cinque canzoni di Cleiro”.

Ad aggiudicarsi il premio – una copia di Will to Change di bell hooks, una collana di perle fatta a mano e un Labubu – è stato Marcus Jeringan. Il ragazzo ha indossato una maglietta bianca con su scritto Girl Power, stivali, pantaloni a zampa, e si è portato persino un giradischi portatile insieme all’immancabile tote bag.

@hannahxjian

and the winner of the seattle performative male contest is……..@malikjernli (IG) 🍵📚 #seattle #seattleevents #performative #performativemalecontest #matcha #labubu #clairo #competition#CapCut

♬ Juna – Clairo

Performare è un bene?

Permettetemi, ora, una piccola parentesi su ciò che un maschio performativo, probabilmente, non vi dirà mai o che cercherà di spiegarvi – nel più malaugurato dei casi – con supponenza.

Nel 1990 Judith Butler pubblica il libro Gender Trouble (tradotto in italiano solo nel 2004 con il titolo Scambi di genere e poi Questioni di genere). Nell’opera l’autrice ribalta completamente il concetto di identità di genere e introduce la teoria della performatività.

Cosa intende dire con performatività del genere? La filosofa statunitense la inquadra come “ripetuta stilizzazione del corpo, una sequenza di atti ripetuti all’interno di una rigida regolamentazione che produce l’apparenza di una sostanza, di un modo di essere naturale” (p. 45).

L’autrice Judith Butler (Collier Shorr/Pioneer Works).

Che cosa significa? Butler ritiene che un individuo non possa avere o essere un genere, perché questo è frutto di interazioni ripetute, atti e gesti. Di conseguenza, ogni tipo di azione e attributo di genere è un qualcosa di performativo piuttosto che espressivo.

Butler non considera uomini e donne come entità agli antipodi, ma cerca di decostruire la visione binaria, nel tentativo di permettere la presenza di una pluralità di mascolinità e femminilità.

Nel moderno linguaggio social, tuttavia, il significato di performativo sembra dirottare verso qualcos’altro. Performativo – in questi termini – diventa un atto di pura ostentazione, di sfoggio superficiale delle proprie qualità.

Insomma, “Bravo, ma non si applica” è tutto ciò che si può dire davanti a questa strana entità a metà strada tra il sogno realizzato e il più spaventoso degli incubi.

Perché il maschio performativo è diventato una red flag?

E forse, in questo caso, proprio di incubo si tratta.

Essere additati come maschio performativo significa essere la crasi di una serie di luoghi comuni che dovrebbero ribaltare lo stereotipo della mascolinità tossica, ma che si riducono a strumentalizzare il femminismo e a farne un brand da indossare.

La combinazione di tutto questo li rende performativi. Ccercare approvazione, farlo dietro l’interesse per delle tematiche di cui in realtà si conosce poco o nulla, spesso con la presunzione di poter insegnare qualcosa.

È imbarazzante, oltre che perfettamente in linea con lo stereotipo che si pensa di decostruire.

Proprio qui l’ironia tipica dei social arriva cinica e puntuale come sempre: video parodistici di questo archetipo o di come sarebbe uscirci insieme. Tra un “Lascia che ti spieghi” e un “Non so se lo sai” il web ride del maschio performativo.

Il maschio performativo è la parodia di una mascolinità che resta comunque tale: non attrae, ma anzi definisce i contorni di una red flag (campanello di allarme che avverte su comportamenti possibilmente tossici o manipolatori di una persona) che sventola, fiera, sulla testa di questi individui.

È tutto da condannare?

Come spesso accade, poi, il concetto di performativo si attacca – infelicemente – ad ogni uomo con estetica progressista.

A fronte delle numerose parodie, molti ragazzi si sono sentiti ingiustamente stigmatizzati in uno stereotipo di cui condividono sì l’estetica, ma non gli scopi e l’attitudine.

Agli uomini è concesso mettersi in discussione: è certamente meglio dell’autocertificazione. Sbagliare non rende meno alleati, ed ammetterlo non fa retrocedere.

Ma se inneggi al femminismo e non c’è nessuna volontà di agire verso la direzione della parità di genere, puoi anche strappare dalla giacca la medaglia al valore che credevi di aver guadagnato.

Lascia che siano le donne a dire se – e quanto – sei loro alleato.

Fai in modo che la distanza tra l’essere e l’apparire sia sempre più sottile. Piuttosto che indossare tronfio la maglietta con scritto Girl power, sii parte attiva della causa.

Un mondo senza maschio performativo

Ora provate a chiudere di nuovo gli occhi: quei libri tanto ostentati sono anche interiorizzati. Non ci sono più performance in cui esibirsi, niente ansia da prestazione al primo appuntamento, nessuno deve sfoggiare la propria sensibilità come un vanto.

Il “non conosco questo argomento ma lo trovo interessante, dimmi di più per favore” prende il posto del “lascia che ti spieghi una cosa”.

Le tote bag, lo smalto e la giacca di pelle vintage non veicolano nessun altro messaggio al di fuori del proprio gusto e del proprio stile.

Non si cerca approvazione perché alla volontà di essere visti si sostituisce il disinteresse e la consapevolezza della propria persona.

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Corteo del 25 novembre 2023, Roma (foto: Ansa/La Repubblica).

Il concetto di vero uomo non esiste. Non c’è un prototipo verso cui tendere, da applicare e replicare.

Gli uomini sono al fianco, non al centro, amplificano la voce femminile senza derubarla, senza spostare l’attenzione, e rimangono in silenzio ad ascoltare quando devono farlo.

Tenete gli occhi chiusi ancora per un istante: sbagliare si può, è ammesso e si accetta di imparare come non farlo più.

È l’immaginazione di un luogo dove l’approvazione – che da sempre rassicura gli uomini – e la convinzione di star facendo la propria parte per combattere il divario di genere non ci sono.

Dove il femminismo mercificato e ostentato non attira l’attenzione, non è più un trend, ma solo la normalità. E sappiamo tutti che quando qualcosa è normale, e viene dato per scontato, non fa più notizia.

Tutto è in armonia. Ora potete aprire gli occhi.

Federica Ciminari


Il ‘maschio performativo’ è solo l’ennesima red flag? è un articolo di Federica Ciminari. Clicca qui per altri articoli dell’autrice.

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