CronacaReportage

Sciopero transfemminista a Bologna – Una giornata di lotta, rabbia e cura


La giornata internazionale della donna non è una festa, ma una lotta: come molte altre città italiane, anche Bologna ha preso parte allo sciopero transfemminista il 9 marzo con il corteo di “Non Una di Meno”. Migliaia di persone sono scese in piazza per far sentire la propria voce e ricordare che le vite di tutte le donne valgono.


Il 9 marzo, Bologna ha aderito allo sciopero globale transfemminista. In decine di migliaia si sono riversate per le strade in corteo con il movimento transfemminista globale Non Una di Meno, che, come ogni anno, celebra la giornata internazionale della donna lottando. Infatti, nella società si sta sempre più facendo strada l’idea che l’8 marzo non sia un giorno di festa in cui regalare mimose a mamme e fidanzate, ma un giorno di rabbia in cui scendere in piazza a rivendicare i diritti, le libertà e le vite di tutte le donne.

Il corteo è partito verso le 18 da Piazza Maggiore, dove nel pomeriggio si sono concentrate tutte le realtà che hanno preso parte alla manifestazione, e che hanno scaldato la piazza con balli e canti transfemministi. Il fiume di gente, poi, si è riversato per le strade di Bologna, attraversando tutta la città fino ad arrivare, la sera, in Piazza Lucio Dalla.

Una marea di persone in lotta contro il patriarcato

Siamo marea: è questa la sensazione che si percepiva stando in mezzo a migliaia di persone accomunate dalla rabbia verso un sistema opprimente e dalla voglia di riscatto. In ogni punto del corteo si respirava un’energia travolgente, dai carri dei vari collettivi che lasciavano spazio a chiunque volesse raccontare la propria storia fino agli spezzoni più movimentati dai ritmi delle percussioni.

Circa cinque ore di corteo, in cui la strada è diventata il teatro di interventi, esibizioni, cori e danze come espressione di libertà dei corpi e di autodeterminazione. “Ma quale Stato, ma quale Dio, sul mio corpo decido io”: questo uno degli slogan più rappresentativi dei valori sostenuti dal movimento transfemminista, come quello dell’aborto accessibile, libero e sicuro.

Tra i temi toccati dalla manifestazione c’è stato il consenso, parola cardine rimossa dal ddl Bongiorno sugli stupri. Una mossa sleale che non tutela le vittime di violenza sessuale e continua a nutrire quelle strutture patriarcali radicate nella nostra società. Questo le femministe presenti al corteo lo hanno messo bene in chiaro, con numerosi cartelloni che recitavano: “Senza consenso è stupro”.

Sempre presente, poi, è lo scenario internazionale: dalla Palestina al Rojava, dall’Iran al Congo e al Sudan, è stato ricordato come la violenza bellica rinforzi quella patriarcale, e come le donne non sono libere finché non lo saranno tutte.

I ritmi di liberazione della Murga

Il culmine della giornata è stato raggiunto alla fine del corteo, per chi ci è arrivato. In Piazza Lucio Dalla Non Una di Meno ha ceduto lo spazio alla Murga, una realtà antifascista e transfemminista che lotta con gli strumenti della musica e della danza. Nata nel Sud America come forma di protesta verso i poteri dominanti, professa la liberazione dei corpi attraverso ritmi frenetici e incalzanti.

La Murga si riconosce per il suono inconfondibile dei suoi strumenti a percussione e per i colori sgargianti dei suoi indumenti. Sono loro che movimentano ogni manifestazione, oltre a mobilitarsi per una serie di altre iniziative. Ad esempio, durante la giornata dell’8 marzo, erano in giro per il centro di Bologna a chiedere alle persone cosa significasse per loro scioperare.

“Lotta, rabbia, sorellanza”: queste le parole più ricorrenti, che la Murga ha riportato la sera in piazza eseguendo un’improvvisazione a corpo libero di accompagnamento. L’esibizione si è conclusa con la matanza, un momento rituale e simbolico in cui i corpi si muovono liberamente seguendo i ritmi degli strumenti e che culmina con i tre salti caratteristici, che rappresentano la liberazione dalle catene quotidiane e sociali. Il cerchio della matanza ha piano piano coinvolto tutte le persone presenti, infondendo un sentimento condiviso di sorellanza e liberazione.

Ci vogliamo vive

“Insieme siam partite, insieme torneremo. Non una di meno”: forse il coro più sentito e ricorrente di ogni manifestazione transfemminista che si rispetti. Lottiamo e alziamo le nostre voci per noi qui presenti, ma anche e soprattutto per tutte coloro la cui vita è stata spezzata dalla violenza patriarcale, come esprime chiaramente l’altro celebre coro: “Siamo il grido altissimo e feroce di tutte quelle donne che più non hanno voce”.

I collettivi transfemministi chiedono al governo italiano di investire sull’educazione sessuo-affettiva nelle scuole come strumento di prevenzione dallaviolenza patriarcale che ogni giorno colpisce migliaia di donne. Secondo l’Osservatorio Nazionale Femminicidi Lesbicidi Transcidi (FLT) di Non Una di Meno, sono già 13 i casi monitorati di morte indotta da violenza di genere ed eterocispatriarcale dall’inizio del 2026, mentre ne sono stati registrati ben 99 nel corso dello scorso anno.

I dati parlano chiaro: il patriarcato uccide e lo sciopero è uno strumento potentissimo di rifiuto della logica del più forte e di affermazione delle soggettività marginalizzate dal sistema. Il 9 marzo le strade della città sono state una cassa di risonanza enorme per tutte queste cause. Per un giorno, Bologna è diventata uno spazio di ascolto di tutte le voci; di lotta e di rabbia per chi una voce non ce l’ha più, ma anche di tanta unione e cura.

Arianna Calvitto

(Foto in copertina e nell’articolo di Alessandra Mecca)


Sciopero transfemminista a Bologna è un articolo di Arianna Calvitto. Clicca qui per altri articoli di Politica!

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