La guerra in Libia, il futuro nel calcio, la speranza di una vita migliore, la partenza e poi la strage di Ferragosto, l’incubo giudiziario, la galera e infine la grazia del Presidente Mattarella. Alaa Faraj ha raccontato la sua storia nel libro “Perché ero ragazzo”, presentato a Bologna mercoledì 18 febbraio. Una lettura che costringe a riflettere sul fallimento della giustizia, sull’ipocrisia della politica securitaria, sulla contemporaneità di una storia vera. Una lettura che quasi imbarazza, per il coraggio e la magnanimità di un innocente condannato a trent’anni di detenzione, solo perché era ragazzo.
Tra la guerra e i sogni c’è solo il mare: la storia di Alaa Faraj
Libia, 2015. Caduto il regime del dittatore Muhammar Gheddafi, il Paese è tormentato ormai da tre lunghi anni da una sanguinosa guerra civile tra il generale Khalifa Haftar, ad est del Paese, e varie milizie armate, ad ovest.

Alaa Faraj Abdelkarim Hamad ha vent’anni, figlio di madre insegnante e padre ingegnere, studente di ingegneria e promessa del calcio libico insieme ai suoi due amici, Tarek Laamami Jomaa e Arahman Abd Al Monssif.
Il campionato di calcio, però, è fermo a causa dei pesanti scontri armati. Alaa, Tarek e Arahman vogliono scappare dalla violenza, sognano di studiare, di diventare calciatori professionisti in Europa, magari in Germania, magari in Svizzera.
Alaa Faraj, come ricorda nelle sue lettere, ne parla con sua mamma: “Si vuoi andare a studiare io ti appoggio, ma non devi stare via più di 4 anni. Vai, studi, e torni ingeniere […]. Mi prometti che non starai oltre il tempo necessario per laureare e nelle vacanze vieni a stare con noi”.

Il giovane ragazzo, allora, si prepara alla partenza, e richiede il visto per entrare regolarmente in Italia.
“Ho cercato in ogni modo di entrare come un regolare, ma ricevevo solo rigetti”, racconta Alaa Faraj alla presentazione del suo libro, “Non avevo altra scelta, solo la barca”.
All’insaputa della famiglia chiede un prestito e paga mille euro agli scafisti di Zuwara, cittadina a ovest di Tripoli.
“Tra me e il mio sogno c’è solo il mare, veramente una cosa strana”, scrive.
Intorno alla mezzanotte del 15 agosto, Alaa, Tarek e Arahman salgono tra gli ultimi nell’imbarcazione, e iniziano la traversata del Mediterraneo a bordo di un barcone.
Alaa soffre il mal di mare, trascorre il viaggio a vomitare. Non sa che ci sono persone rinchiuse sotto di lui: i passeggeri nella stiva, quelli che avevano pagato di meno.
Lo scopre solo all’arrivo.
La strage di Ferragosto: cercare il colpevole al buio della luna
Dopo cinque o sei ore di navigazione, qualcosa va storto. L’imbarcazione in difficoltà, segnalata a 135 miglia a sud di Lampedusa, viene soccorsa da una nave della Marina militare.
Arrivano in Sicilia 313 migranti e 49 cadaveri, morti asfissiati nella stiva piena a causa dell’inalazione dei fumi del motore– una causa di morte piuttosto frequente per i migranti della rotta del Mediterraneo centrale.

Sopravvissuti e cadaveri furono tutti trasferiti sulla nave Siem Pilot di Frontex, chiamata dalla Marina militare. Soltanto la mattina del 17 agosto la Siem Pilot approda a Catania.
Mentre la maggior parte delle persone soccorse andrà nei centri di accoglienza, ad Alaa ed i suoi amici tocca un destino diverso. “Ci avevano detto che ci avrebbero spostati in un centro di accoglienza il giorno dopo; solo l’indomani ho capito che ero in un carcere”, ha raccontato Alaa a Sala Borsa.
Vengono portati nel carcere di Piazza Lanza di Catania per essere interrogati, sospettati sin da subito di essere gli scafisti dell’imbarcazione – termine generico che identifica chi a vario titolo guida o governa un’imbarcazione di migranti.
Infatti, secondo IrpiMedia, tra il 15 ed il 17 agosto i militari e l’equipaggio di Frontex, poi poliziotti e finanzieri, avevano cercato di individuare in tre diversi momenti i trafficanti o gli scafisti, ma senza successo. Le procedure adottate in quella fase erano state, appunto, inconcludenti, ma “i responsabili della strage” erano da trovare “tra gli stessi passeggeri dell’imbarcazione”, “a tutti i costi”.
Tra queste, IrpiMedia cita un metodo noto come profiling, per cui i sospettati sono rintracciati in base ad alcuni criteri fisici e comportamentali. Proprio Alaa ed i suoi amici rispondevano a questi criteri: un ispettore capo li aveva visti riuniti tra loro, isolati dal resto delle persone, con “un atteggiamento di evidente timore e spiccata curiosità”.
Soprattutto, secondo l’ong Seawatch, “Le accuse si basavano sulla profilazione razziale degli imputati”: “Alaa e i suoi compagni, in quanto libici, furono subito individuati come presunti responsabili”.

Subito dopo lo sbarco, sono tante le testimonianze delle persone, ancora sotto shock – al punto che una donna non ha riconosciuto il fratello e il figlio che erano tra le vittime – chiedendo di rintracciare i membri dell’equipaggio da un album fotografico e di indicarne il numero.
Un testimone ha riferito di aver visto Alaa parlare con il capitano, un altro di averlo visto in volto grazie al riflesso del plenilunio, un altro ancora ha dichiarato che Alaa cercava di mantenere l’ordine sulla barca, che gli aveva passato una bottiglia d’acqua.
Una bottiglia d’acqua costata trent’anni. Ma la notte del 15 agosto 2015 c’era la luna nuova, non si vedeva niente.
Le testimonianze raccolte dalle forze dell’ordine furono incongruenti e parecchio confuse, frettolose e approssimative. Nonostante le ambiguità, otto persone furono rinviate a giudizio per omicidio e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Il processo e la condanna “abnorme”: lo scarto morale della giustizia
“Quando sono entrato in tribunale e ho letto «La giustizia è uguale per tutti», mi sono sentito tranquillo”.

Faraj e i suoi amici furono condannati a trent’anni di reclusione in primo grado nel 2017, poi in appello nel 2020, infine in Cassazione nel 2021. Condannati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e omicidio plurimo.
Il comandante del barcone ha affermato di aver fatto tutto da solo. Le versioni dei tre amici sono risultate compatibili e coerenti tra loro, identiche nel corso del tempo. La difesa ha denunciato errori di traduzione, riconoscimenti imprecisi.
Ma la sentenza è stata comunque confermata in tutti i gradi di giudizio. A terzo grado ormai concluso, sono stati trovati due testimoni vicini ad Alaa ed i suoi amici durante il viaggio: non ebbero alcun ruolo, il ragazzo era provato dal mal di mare.
Nonostante le nuove testimonianze registrate, lo scorso anno, la Corte d’appello di Messina ha rifiutato la revisione del processo – la revisione del processo è l’estrema e straordinaria possibilità, prevista dal codice di procedura penale italiano, di correggere un errore giudiziario che ha portato a una condanna definitiva e irrevocabile, a cui accede un numero molto limitato di casi.

Pur riconoscendo “qualche crepa” nei precedenti giudizi, la richiesta è bocciata come inammissibile per ragioni processuali.
Tuttavia, nel rigettare l’istanza, l’organo di giurisdizione ha definito gli imputati “l’ultima ruota di un mostruoso ingranaggio del traffico di vite umane” e la condanna “abnorme”, e ha suggerito ai legali di Alaa di “ricorrere all’istituto della grazia” per “ridurre lo scarto indubbiamente esistente tra il diritto e la pena legalmente applicata e la dimensione morale della effettiva colpevolezza”.
L’istituto della grazia è un potere speciale conferito al capo di Stato dall’articolo 87 della Costituzione italiana, per cui questi può annullare del tutto o in parte le condanne giudiziarie. Il 12 giugno, anche la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, negando ogni possibilità di riapertura del processo.

D’altronde, permettere di discutere nuovamente il caso avrebbe implicato per la magistratura una vera e propria autopsia morale, che avrebbe reso inconfutabile l’innocenza di Alaa ed il fallimento del sistema giudiziario.
Il paradosso della grazia: l’ammissione di una colpa che non c’è
Oggi Alaa Faraj è ancora detenuto presso il carcere Ucciardone di Palermo.

In questi dieci anni ha continuato a studiare, e si è iscritto all’università di Scienze politiche. Il 22 dicembre del 2025 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha concesso una grazia parziale ad Alaa, uno sconto di pena di undici anni e quattro mesi, e la possibilità di accedere a pene alternative come la semilibertà per scontare il terzo della pena che gli resta.
“Nel concedere la grazia parziale, che ha estinto una parte della pena detentiva ancora da espiare”, fa sapere il Quirinale, “il Capo dello Stato ha tenuto conto del parere favorevole del Ministro della Giustizia, della giovane età del condannato al momento del fatto, della circostanza che nel lungo periodo di detenzione di oltre dieci anni sinora espiata dall’agosto del 2015, lo stesso ha dato ampia prova di un proficuo percorso di recupero avviato in carcere, come riconosciuto dal magistrato di sorveglianza, nonché del contesto particolarmente complesso e drammatico in cui si è verificato il reato”.
Oltre le sbarre, oltre le pagine: cosa ci insegna Alaa Faraj
La storia di Alaa non si è conclusa in carcere, e non si è conclusa nemmeno adesso che ha ricevuto la grazia. È proprio nei panni di detenuto che Alaa non ha mai perso la speranza, e ha continuato a pregare per avere giustizia: “Non smetterò mai di lottare, per i miei compagni e per i 49 morti, per dargli un vero colpevole.
Non smetterò di lottare per la mia innocenza, anche dopo la grazia, perché è per le altre persone che devo fare giustizia” ha raccontato Alaa a Bologna, ad un auditorium gremito di persone emozionate quasi quanto lui, che visitava la sua prima città del Nord dopo dieci anni di galera in Sicilia.
La storia di Alaa è disponibile nelle librerie, raccolta nel libro “Perché ero ragazzo”, edito da Sellerio.
Un testo nato dall’incontro nel 2023 con Alessandra Sciurba, professoressa di Filosofia del diritto dell’Università di Palermo, durante uno dei tanti laboratori che Alaa attende nel carcere.

Il loro scambio epistolare, in cui Alaa ripercorre la sua vicenda su dei foglietti poi trascritti al computer dalla professoressa, è stato il vento che, da una montagna di errori giudiziari, ha fatto riemergere il caso, fino ad ottenere la grazia.

Ma non è solo la sua vicenda biografica a doverci fare riflettere. Alaa stesso, tra le sue lettere e la sua voce, parla di politica e di strumentalizzazione, parla di errori e di perdono, con astuzia, umiltà ed un velo di ironia: “Non parlerò mai male di un magistrato: la giustizia è una cosa divina. Ma è amministrata dall’uomo, e gli uomini possono sbagliare; ma non attaccherò mai nessuno, per rispetto del loro lavoro. La magistratura non condanna quella persona perché è lui, ma c’è chi cavalca l’onda e si approfitta per fomentare l’odio dei migranti, un nemico invisibile“.

Senza le migrazioni i politici non saprebbero cosa fare, non avrebbero mestiere, meno male che ci sono!”.
E ancora racconta di comunità, di libertà e di Italia: “Sono orgoglioso perché qui dentro ho conosciuto la mia libertà. Qui dentro, tramite la mia storia, ho conosciuto la giustizia. Ho accettato il ruolo del detenuto, e non del criminale. Amo l’Italia e gli italiani: l’Italia mi ha permesso di esprimermi, di decidere da che parte stare, di esprimere ciò che penso senza offendere e di difendere senza aggredire”.
Vittime del Mediterraneo o vittime dei politici?
Lo scandalo che ha coinvolto Alaa, Tarek e Arahman non è un caso isolato. Sono oltre 3 mila le persone arrestate negli ultimi dieci anni con l’accusa di essere scafisti, un vero e proprio incubo giudiziario.

Sono oltre 3 mila le vittime di un Paese che chiude i confini, che alimenta la stessa articolazione clandestina che si propone di smantellare.
Vittime di un sistema che non cerca i responsabili, ma che ha bisogno di colpevoli, di capri espiatori da sacrificare. Quante ne sacrificheremo ancora per tenere in piedi la propaganda sull’immigrazione?
È necessario che si adotti una prospettiva diversa quando ci approcciamo al tema. E questo non riguarda solo le istituzioni ed i politici.
Ciascuno di noi può giocare un ruolo fondamentale nel ripensare il fenomeno migratorio. Da un lato, abbandonando le ostilità: la coperta non è così corta e l’Italia non è un Paese così freddo.

Dall’altro lato, dando voce a chi vuole solo venirci incontro. La voce di Alaa parla di fiducia, crea fiducia. Il suo ultimo intervento alla presentazione del libro è proprio un messaggio di umanità:
Non scegliete mai il silenzio, nei social, al bar. Finché
c’è qualcuno che attacca e qualcuno che si difende, siamo vivi. Io credo perfettamente nei diritti e nella democrazia. La cosa bella dell’Italia è che ti permette di scegliere. Vi prego, come dice qualcuno, restiamo umani.
Alaa Faraj
Federica Corso
(In copertina Alaa Faraj per Il Corriere della Sera)
Chi è Alaa Faraj: la promessa del calcio tradita dall’Italia è un articolo di Federica Corso. Clicca qui per altri articoli dell’autrice!
