L’escalation militare tra Iran e Paesi del Golfo non riguarda solo la dimensione regionale. Le implicazioni del conflitto stanno avendo conseguenze economiche dirette che potrebbero estendersi anche alla stessa economia statunitense, in particolare al settore dell’intelligenza artificiale. In un contesto in cui da mesi si parla di una potenziale “bolla AI”, un’escalation del conflitto con l’Iran potrebbe essere la goccia in grado di far traboccare il vaso.
Il ruolo strategico dei capitali mediorientali nell’ecosistema AI statunitense
Dagli anni 60 ad oggi i Paesi del Golfo hanno accumulato enormi capitali grazie ai proventi del petrolio. Questi fondi hanno però una peculiarità. Sono quasi interamente in dollari – da qui ha origine la famosa etichetta “petrodollaro”. Nato tra il 1974 e il 1975, in seguito a un accordo strategico tra gli Stati Uniti di Nixon e l’Arabia Saudita stipulato a Washington nel 1974 e firmato da Henry Kissinger e il Principe Fahd ibn Adb al-Aziz Al Saud.
I sauditi accettarono di vendere petrolio esclusivamente in dollari USA e reinvestire i surplus in titoli del Tesoro americano. Il sistema è stato poi esteso ad altri membri dell’OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries), rendendo il dollaro la moneta di scambio principale per il petrolio mondiale e indirettamente stabilendolo come la “moneta del mondo”.
Il sistema del petrodollaro è oggi messo in crisi da Tehran, come avremo modo di vedere tra poco. Attraverso fondi sovrani come il Public Investment Fund saudita, Mubadala e ADIA negli Emirati o il Qatar Investment Authority, le ingenti risorse economiche degli Stati del Golfo sono state investite in misura crescente nelle finanze statunitensi, sostenendo l’economia ed il mercato azionario per decenni. Una parte significativa di questi flussi ha riguardato il settore tecnologico, inclusi titoli azionari, venture capital, private equity. Soprattutto negli ultimi anni, vedendo una partecipazione diretta in aziende legate allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
Questa abbondante liquidità nazionale ha quindi sostenuto la crescita delle valutazioni delle grandi aziende AI statunitensi – dai produttori di chip come Nvidia alle piattaforme cloud e ai laboratori di ricerca avanzata. I fondi sovrani del Golfo sono la colonna portante dell’economia americana nel settore tech e finanziano in modo consistente la corsa all’AI.
Solo recentemente il trend è stato anche inverso, vedendo aziende tech e AI statunitensi investire in Paesi del GCC (Consiglio di Cooperazione del Golfo) e costruire data center e infrastrutture da miliardi di dollari – alimentate dall’energia abbondante, fondi virtualmente illimitati e una volontà politica fortissima da parte delle élite del Golfo.

Le conseguenze per i Paesi del Golfo
La guerra all’Iran ha già causato danni enormi alle economie dei Paesi del Golfo. Infatti, le economie si trovano strozzate nell’esportazione di petrolio dopo la scelta di Teheran di chiudere lo stretto di Hormuz al traffico di qualsiasi petroliera. L’Iran ha colpito anche vari data center di Amazon, Nvidia, Google e Microsoft situati nel Paese del Golfo, danneggiando di conseguenza la stabilità dell’economia locale. Parte della ricchezza che città come Dubai, Abu Dhabi e Doha sono riuscite ad attrarre è proprio dovuta alla sicurezza non solo finanziaria percepita da investitori e da persone abbienti che si sono trasferite lì.
Oggi quella sicurezza è crollata, e tutti sembrano essersi accorti che il Golfo Persico è un angolo fin troppo caldo del mondo. I video di Dubai vuota stanno facendo il giro del web. Dopo l’esodo di tante persone negli ultimi giorni anche i grandi gruppi finanziari come Deloitte e PwC hanno scelto di chiudere i loro uffici negli Emirati.
Un funzionario dei Paesi del GCC intervistato dal Financial Times ha dichiarato, riguardo agli investimentie agli accordi tra gli Stati del Golfo e gli USA:
Diversi Paesi del Golfo hanno avviato una revisione interna per determinare se le clausole di forza maggiore possano essere invocate nei contratti in corso … al fine di alleviare parte della prevista tensione economica derivante dalla guerra in corso”
Ha poi aggiunto che ciò fosse dovuto alle “difficoltà di bilancio che questi Paesi stanno affrontando a causa della riduzione delle entrate derivanti dall’energia, dal rallentamento della produzione, dai settori del turismo e dell’aviazione, oltre all’aumento della spesa per la difesa”.
Il conflitto in Iran e le sue conseguenze economiche
Un conflitto che destabilizzi la regione potrebbe incidere su questo equilibrio in tre modi significativi.
Il primo è di natura operativa. Attacchi a infrastrutture energetiche, logistiche (importantissimi sono per gli Stati del Golfo gli impianti di desalinizzazione dell’acqua, senza i quali milioni di persone non avrebbero accesso ad acqua potabile) o digitali potrebbero aumentare il rischio che ci sia un esodo di finanziamenti dai Paesi. Questo porterebbe le aziende a sospendere o ridimensionare i propri investimenti.
Il secondo, più significativo, è di carattere finanziario. In caso di danni economici rilevanti come distruzione di infrastrutture critiche, calo del turismo e l’aumento della spesa per difesa e ricostruzione, i governi del Golfo potrebbero dover riallocare risorse per ricostruire i propri asset danneggiati. Questa settimana la compagnia energetica statale Qatar Energy ha deciso di sospendere completamente la produzione di gas.
La produzione non riprenderà per almeno due settimane. Una volta presa la decisione di riavvio, saranno necessarie altre due settimane per riportare gli impianti qatarioti alla piena capacità.
Saul Kavonic, responsabile della ricerca energetica di MST Marquee ha dichiarato: “Nulla può sostituire il GNL (Gas Naturale Liquefatto) qatariota. Se l’interruzione dovesse protrarsi, si prospetterebbe uno shock nel mercato del gas ancora più grande di quello del 2022, quando la Russia interruppe le forniture di gas via gasdotto all’Europa.
I prezzi del gas potrebbero tornare ai livelli record raggiunti nel 2022”. Questo potrebbe tradursi in una riduzione dei flussi di capitale verso i mercati azionari statunitensi, in favore di investimenti mirati alla ricostruzione e al consolidamento della propria nazione. Così facendo, si romperebbe la spina dorsale dell’economia tech degli USA.

Il terzo scenario è probabilmente quello che più preoccupa gli USA. Teheran ha infatti dichiarato che le uniche navi autorizzate a transitare nello stretto di Hormuz senza rischiare attacchi saranno quelle che trasporteranno petrolio venduto in yuan cinesi. Si tratta di una minaccia tutt’altro che marginale: il 20% del petrolio mondiale passa proprio attraverso quello stretto.
La proposta iraniana consisterebbe nel richiedere alle compagnie di navigazione e ai Paesi esportatori il pagamento dei diritti di transito in valuta cinese anziché in dollari. Una simile misura metterebbe in discussione il sistema del petrodollaro per come lo conosciamo oggi. Potrebbe costringere i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo a piegarsi alle condizioni imposte da Teheran, accettando di denominare parte delle loro esportazioni petrolifere in yuan pur di continuare a esportare il proprio petrolio.
La “bolla AI” potrebbe scoppiare a momenti?
Il sistema del petrodollaro ha storicamente contribuito a sostenere la profondità e la liquidità dei mercati finanziari americani. Se parte di questi capitali venisse ritirata o riallocata, l’impatto potrebbe essere amplificato particolarmente nel settore dell’intelligenza artificiale, dove le valutazioni incorporano aspettative di crescita futura fortemente dipendenti da investimenti massicci e continui in hardware, ricerca e infrastrutture.
Si utilizza il termine “bolla fintech” (o AI) per descrivere il rischio che le valutazioni di mercato delle società attive nella tecnologia siano gonfiate o comunque non sostenute da utili effettivi, ma esclusivamente da un’aspettativa di crescita futura eccessivamente positiva.

Nel dibattito attuale, l’attenzione si concentra soprattutto sull’AI. A fronte di investimenti senza precedenti e di valutazioni azionarie in continua espansione, diversi analisti richiamano il parallelo con la “bolla delle dot-com” di fine anni 90’ (alcuni di questi stimano che la bolla AI sarà addirittura 17 volte più grande). Esiste dunque il rischio concreto che l’entusiasmo per l’innovazione superi la sostenibilità dei ricavi nel medio periodo.
Quanto è sicura la nostra economia?
La guerra di Israele e li USA all’Iran ha messo a nudo una vulnerabilità strutturale dell’ecosistema finanziario ed AI statunitense che rischia di non limitarsi ai confini geografici della nazione. L’America è inserita in una rete globale di capitali, partnership e flussi finanziari, anche europei. Una contrazione significativa della liquidità proveniente dai fondi dei Paesi del CCG potrebbe generare tensioni e paure sui mercati azionari USA, inducendo gli investitori a ritirare i propri titoli, in particolare nel settore tecnologico. Ciò potrebbe innescare una corsa alle vendite di azioni e ad un aumento della volatilità dei mercati finanziari, con il rischio concreto di innescare una crisi di dimensioni comparabili, per intensità, a quella del 2008.
In questo senso, il conflitto tra gli USA, Israele e Iran (soprattutto se la guerra dovesse durare ancora molto) andrà a colpire non solo la stabilità della regione, ma l’economia americana e dunque mondiale. La sicurezza del Golfo non incide soltanto sui prezzi dell’energia, ma anche sulla costanza con cui i flussi di capitale alimentano una delle principali direttrici di crescita dell’economia americana: l’intelligenza artificiale ed il settore tech.
Se gli USA dovessero finire impantanati in un conflitto terrestre con l’Iran, con soldati statunitensi dispiegati direttamente sul terreno (i famosi boots on the ground), si creerebbe una condizione ideale per Cina e Russia che, attraverso una proxy war, potrebbero logorare ulteriormente l’impero americano nella regione più importante al mondo per il petrolio, nonché la più critica per la stessa economia Americana.
Può la chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz, unita all’indebolimento dei Paesi del Golfo e ad una crisi del sistema globale del petrodollaro, portare allo scoppio della ‘bolla AI‘ nei mercati azionari USA o, più in generale, a una profonda crisi economica per gli Stati Uniti?
Alessandro Donati
(In copertina immagine di Mexem)
Il futuro del petrodollaro e i capitali del Golfo: come la crisi iraniana può far scoppiare la bolla FinTech è un articolo di Alessandro Donati. Clicca qui per leggere altri articoli dell’autore!
