Cultura

I TeachToker sono davvero necessari? – Un’alternativa migliore

TeachToker

Videovlog, Get ready with me e video motivazionali registrati in classe: questi i contenuti che popolano i profili social di molti professori. Si tratta dei cosiddetti TeachToker, ovvero quei docenti che assumono, sempre più spesso, le vesti di veri e propri influencer e che ambiscono a un guadagno economico e alla notorietà. Dietro gesti apparentemente innocenti si nascondono pericoli concreti che vanno evitati tramite consapevolezza e un uso corretto delle piattaforme. 


Un fenomeno nuovo

Condividere la propria quotidianità sui social network è, ormai, un’attività che interessa la maggior parte di noi. Una forma di sovraesposizione con cui, lentamente, abbiamo iniziato a relazionarci e che, con fatica, riusciremo a lasciar andare.

È importante, quindi, mantenere uno sguardo critico su chi e come esercita questa sovraesposizione. Merita interesse, ad esempio, il personale scolastico: professori e maestri che decidono di realizzare, nel corso delle ore di lezione, contenuti da caricare sui loro profili social. Questa tendenza è conosciuta con il termine TeachToker.

In Italia episodi del genere hanno destato attenzione solo di recente, a seguito di alcune dichiarazioni rilasciate da Vincenzo Schettini, professore di fisica presso l’ I.I.S.S. Luigi dell’Erba di Castellana Grotte (provincia di Bari), con un profilo TikTokLaFisicaCheCiPiace – da quasi due milioni di follower.

Perché se ne parla ora?

Le parole di Schettini che hanno catturato interesse e critiche sono quelle dell’intervista al BSMT, il famosissimo podcast di Gianluca Gazzoli.

Nel corso della puntata, infatti, il professore ha esposto – in maniera del tutto serena – le sue idee su quella che sarà la condizione dei docenti in un futuro non così lontano.

Lanciamo un altro messaggio importante agli insegnanti del futuro. L’insegnamento cambierà. Cambierà il modo di fare scuola. La scuola si fruirà moltissimo […] anche online, fuori dalle quattro mura. Tanti degli insegnanti che sono a scuola adesso, come me, andranno in part-time un giorno perché cominceranno a produrre i loro contenuti online, magari anche a pagamento. Perché un buon prodotto deve essere in vendita in un supermercato e la buona cultura non deve essere in vendita?

Vincenzo Schettini
TeachToker
Vincenzo Schettini al podcast BSMT.

Il problema non è tanto credere che la buona cultura debba essere in vendita, ma piuttosto che questa idea sia messa strettamente in relazione all’insegnamento pubblico, che è un diritto garantito costituzionalmente.

L’articolo 34 della Costituzione italiana, infatti, afferma:

La scuola è aperta a tutti.

L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.

I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

In che modo, quindi, il cambiamento di cui parla Schettini potrebbe andare d’accordo con i diritti costituzionali?

Scuola e secondo lavoro

Nessuno mette in dubbio che la cultura sia, oggi, una merce vendibile: musei, spettacoli, mostre e presentazioni sono eventi che molto spesso richiedono l’acquisto di un biglietto e di cui non ci preoccupiamo di affrontare i costi.

Di conseguenza, non c’è niente di male nel produrre contenuti di carattere didattico e metterli a disposizione sulle piattaforme digitali, chiedendo – perché no – un compenso per il lavoro svolto.

Nulla vieta, poi, agli insegnati di avere un secondo lavoro. Esiste una normativa che regolamenta la materia: l’articolo 53(2) del Testo unico del pubblico impiego.

Qui si afferma: “Le pubbliche amministrazioni non possono conferire ai dipendenti incarichi, non compresi nei compiti e doveri di ufficio, che non siano espressamente previsti o disciplinati da legge o altre fonti normative, o che non siano espressamente autorizzati”.

Questo significa che, a inizio anno scolastico, è necessario presentare un’autorizzazione firmata dal dirigente scolastico che certifichi che la seconda mansione è compatibile con il pubblico impiego.

Inoltre, la nota dell’USR Sicilia del 31/08/2020 specifica dettagliatamente i vari tipi di incompatibilità che possono presentarsi: assolute, relative ossia condizionate all’autorizzazione del dirigente, e infine non bisognose dell’autorizzazione del dirigente.

Nel secondo caso – dove la decisione spetta al direttore scolastico – ci sono alcuni standard da rispettare: la non interferenza e conflittualità con la professione primaria, lo svolgimento della seconda professione fuori dall’orario di lavoro, l’occasionalità del secondo lavoro, la corrispondenza nel livello di professionalità tra le due professioni.

Dov’è il problema dei TeachToker?

I contenuti realizzati dai TeachToker entrano in conflitto con molti di questi parametri, perché spesso e volentieri i maestri svolgono la seconda professione all’interno dell’orario di lavoro tramite l’utilizzo dello smartphone.

L’utilizzo del telefono è un ulteriore problema perché la circolare n. 3392 del 16 giugno 2025, emessa dal ministro Valditara, vieta espressamente l’utilizzo del cellulare a scuola.

Questo intervento interessa anche i docenti, che dovrebbero evitare l’utilizzo degli smartphone nell’orario di lavoro per assicurare migliori condizioni per lo svolgimento efficace delle attività didattiche, insieme all’esigenza educativa di offrire ai ragazzi un modello di riferimento esemplare.

Secondo la circolare, sono i dirigenti a definire le dinamiche interne ai singoli istituti e a prevedere sanzioni in caso di mancato rispetto.

Un caso di emulazione

Il pioniere italiano del fenomeno dei TeachToker è stato il sopra nominato Vincenzo Schettini.

Il successo ottenuto dal professore ha fatto sì che molti altri docenti seguissero il suo esempio, e negli ultimi anni il numero di professori intenti a registrarsi durante le ore di lezione è aumentato sempre di più.

Un altro caso che ha suscitato interesse è quello di Gabriele Camelo, noto sui social come Maestro Gabriele. Il docente è diventato virale sui social nel 2025, grazie alla diffusione del suo metodo di valutazione basato su messaggi motivazionali piuttosto che sulla classica scala numerica.

I contenuti diffusi dal docente su TikTok mostrano sempre i volti degli alunni e prevedono un costante storytelling emozionale che punta a cavalcare le logiche della piattaforma e alla viralità.

Lo stesso Camelo non fa segreto di essere nel mezzo di un percorso di terapia e di utilizzare il suo lavoro di insegnante – e gli stessi alunni – per il suo percorso di guarigione.

Nei suoi progetti, nell’estate 2025, anche l’apertura di una raccolta fondi GoFoundMe, per la realizzazione di un pellegrinaggio lungo la Via Francigena in Sicilia in compagnia di tre suoi alunni.

Le motivazioni elencate nella descrizione del progetto sono: dare un senso a un momento difficile, prendersi cura del proprio bambino interiore, condividere l’esperienza con le persone che lo seguono.

Presente anche la call to action ai followers: “Per realizzare tutto questo ho bisogno di voi: per coprire le spese di questo progetto, compreso il progetto comunicativo, perché vorrei farci un documentario. Aiutatemi aprendo il link in bio per la raccolta fondi”.

Screenshot della raccolta fondi GoFoundMe organizzata da Gabriele Camelo.

Le domande sorgono spontanee: dov’è il processo educativo e di crescita per i bambini? Perché questo documentario dovrebbe prevedere la registrazione di minori?

Le critiche

Le attività del maestro Gabriele hanno ottenuto grande supporto dalla community social, ma anche diverse reazioni negative: in particolare da parte dei genitori degli alunni.

In un articolo della Repubblica, è presente la testimonianza di uno di loro, fortemente contrario alla registrazione dei minori, resi in questo modo facilmente riconoscibili sui social.

Ai gesti del maestro sono seguiti dei richiami da parte del garante della privacy che ha sottolineato la pericolosità di atteggiamenti simili (la rete è uno dei mezzi principali con cui i predatori online rintracciano i minori).

Dopo le numerose critiche ricevute, la raccolta fondi è stata chiusa e Camelo ha deciso di rinunciare al progetto e partire da solo per la Via Francigena.

Sui suoi profili social ha testimoniato il suo percorso. Le immagini che ha condiviso lo ritraggono in condizioni difficoltose a causa dei servizi scarsi e del caldo eccessivo.

Motivazioni, queste, che hanno aumentato ulteriormente le perplessità circa la realizzazione del progetto nel caso fossero stati presenti dei bambini.

Comprendere le problematiche del fenomeno TeachToker

Dario Alì, da anni nel campo della formazione docenti e interessato alla questione sin dai suoi inizi, nelle storie in evidenza del suo profilo Instagram e in un lungo articolo sottolinea prontamente i problemi legati a queste dinamiche: sovraesposizione dei minori, utilizzo dei telefoni durante l’orario di lavoro, sfruttamento delle logiche social per un guadagno personale, perdita di autenticità.

Gli alunni, soprattutto se molto piccoli, non dovrebbero diventare il mezzo tramite cui gli adulti raggiungono la propria guarigione emotiva e psicologica.

Il processo di formazione di un individuo non deve essere lo strumento con cui si attiva la propria compensazione emotiva.

Inoltre, c’è la questione del rapporto alunno-insegnante: mettersi davanti ad uno smartphone e riprendere le proprie interazioni può essere percepito come un atto di finzione da parte degli studenti.

Questo approccio porta a un deterioramento della crescita dell’individuo – oltre che ad una perdita di fiducia nei confronti dell’insegnante – perché si avverte il tutto come un grande set di registrazione in cui si è solo una comparsa e dove l’autenticità scompare.

La tutela della privacy

La tutela dei minori e della loro privacy è un altro elemento da prendere in considerazione: dati sensibili e dati personali che vengono diffusi in maniera troppo superficiale sulle piattaforme.

Meta, ad esempio, permette di modificare l’accesso alle informazioni personali tramite una procedura molto lunga, che se non effettuata viene considerata come tacito assenso all’utilizzo dei propri dati.

Senza la realizzazione di questo iter, tutto – anche le foto e i dati relativi ai minori – diventa materiale di istruzione per il modello di intelligenza artificiale di Meta.

Per questo è importante che i maestri, i dirigenti scolastici e anche i genitori siano a conoscenza dei pericoli che la rete può riservare nei confronti dei loro figli.

È necessario dare spazio ad un processo di digitalizzazione e alfabetizzazione sulle strategie e le tecniche di protezione dei dati personali e sui media, in modo tale che la consapevolezza diventi il primo strumento utile.

Il consenso informato

Senza consapevolezza è difficile considerare il consenso dei genitori come un via libera al trattamento di determinati contenuti.

La maggioranza delle famiglie sono ignare delle dinamiche del web e non hanno gli strumenti adatti per difendere i loro figli.

Il trattamento dei dati personali è tutelato e regolato in Europa dal GDPR (General Data Protection Regulation), normativa sulla privacy in vigore dal 2018.

Foto: Mariia Shalabaieva/ Unsplash.

Il regolamento si occupa di disciplinare il trattamento dei dati personali – permettendone il controllo agli individui – ed impone obblighi molto stringenti a organizzazioni e aziende.

È importante ricordare che ogni tipo di regolamento o normativa europea prevale sugli ordinamenti nazionali; quindi, nessuna norma interna agli istituti scolastici può violare quanto detto e imposto dal GDPR.

Il tema del guadagno

Se la costruzione della propria brand identity sulle piattaforme funziona, al guadagno reputazionale si affianca quello economico.

Vincenzo Schettini, ad esempio, partendo dalle registrazioni durante le ore di lezione è arrivato alla conduzione di programmi televisivi, alla radio e alla pubblicazione di diversi libri, fino addirittura a essere ospite sul palco dell’Ariston.

Teachtoker
Vincenzo Schettini durante la registrazione del programma La fisica dell’amore (Wikicommons).

Qualora l’erosione di un rapporto che dovrebbe essere di fiducia, naturalezza e sostegno e la violazione della privacy degli studenti non costituiscano dei campanelli di allarme sufficienti, ecco una terza motivazione.

Sdoganare questo tipo di comportamento significa modificare irrimediabilmente l’aspettativa sul modello di insegnamento del futuro.

Non problematizzare questo fenomeno equivale ad accettare che la dedizione di un professore al proprio lavoro e ai propri studenti venga eclissata dalla sete di fama e denaro.

TeachToker, tra guadagni facili e precarietà

Gli insegnati, in Italia, vivono in una situazione di profonda precarietà rispetto a quelli di altre nazioni europee.

Nel nostro Paese, ad esempio, l’anticipazione della presentazione delle graduatorie GPS – Graduatorie Provinciali per le Supplenze – per il biennio 2026/2028 a febbraio grava sulla possibilità di dichiarare alcuni titoli che i docenti acquisiscono in primavera.

Inoltre, i criteri di valutazione dei requisiti utili all’ascesa in graduatoria sono diventati più selettivi e richiedono certificazioni di lingua e informatiche ulteriori.

La carta docente – un aiuto economico fornito dal Ministero – sta tardando ad arrivare e gli insegnanti sono costretti ad affrontare autonomamente queste spese.

TeachToker
Carta docente (SCL Service).

Data la situazione in cui versa l’istruzione italiana, l’idea di intraprendere un’attività secondaria – anche sul web – economicamente proficua non è poi così anomala.

Meglio i Social Teacher?

In questi giorni il dibattito pubblico, dopo anni di indifferenza, sembra aver improvvisamente scoperto il mondo dei TeachToker. E, come al solito, alle poche condanne equilibrate hanno fatto da contraltare moltissimi anatemi contro ogni forma di tecnologia digitale.

Ma il nodo del caso TeachToker è piuttosto un altro: la modalità con cui vengono realizzati i contenuti.

Se i social venissero utilizzati in maniera corretta, con onestà intellettuale e responsabilità, senza dare in pasto all’algoritmo i propri studenti, si tratterebbe di un uso proprio e legittimo delle piattaforme.

Non sono pochi, infatti, i profili di professori ed esperti nella formazione docenti che, fuori dalle aule scolastiche, utilizzano i loro account per divulgare e chiarire tematiche legate all’istruzione.

I contenuti spaziano dalla spiegazione dei concorsi pubblici, alla condivisione di modelli d’apprendimento; da videolezioni a nozioni e curiosità sulla materia d’insegnamento.

E non bisognerebbe nemmeno chiudere aprioristicamente alla partecipazione dei ragazzi – magari dietro anziché davanti alla telecamera –, purché si tratti di percorsi co-progettati e condivisi con la dirigenza e le famiglie che mettano al centro la tutela e la crescita dei giovani.

Al fenomeno TeachToker potremmo accostare, allora, e forse preferire quello dei Social Teacher: insegnanti che hanno a cuore il loro mestiere e i loro studenti, e che cercano di portare avanti con passione un lavoro che sta affrontando numerose criticità.

Federica Ciminari

(In copertina immagine generata con l’Intelligenza Artificiale)


I TeachToker sono davvero necessari? – Un’ alternativa migliore è un articolo di Federica Ciminari. Clicca qui per altri articoli di Cultura!

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