Con sedici nomination agli Oscar e un incasso record, “Sinners” può essere davvero considerato solo un goffo tentativo di mescolare generi diversi come south gothic, gangster e horror gore? Attraverso la musica blues e il cliché dei vampiri, Ryan Coogler esplora il rapporto tra la comunità nera e il suo passato coloniale.
Più di due gangster
Ambientato nel Sud degli States degli anni Trenta, Sinners segue le vicende di Smoke e Stack Moore, due fratelli coinvolti nell’impresa di fondare un juke joint “per noi [neri] e gestito da noi”.
Michael B. Jordan – che ha collaborato con Coogler anche in Fruitvale Station (2013) e Black Panther (2018) – ha interpretato entrambi i ruoli, sulla scorta dell’antesignano The Prestige (2006). In un’intervista rilasciata a People, l’attore ammette di essersi sottoposto a un duro addestramento per riuscire a rendere, persino attraverso la postura, “i diversi modi di reggere il trauma” dei due personaggi.
Pur essendo gemelli, Smoke e Stack mostrano peculiarità evidenti già dalla scelta dei costumi: il primo indossa un basco blu, mentre il secondo una fedora rossa.

Il blu è comunemente associato alla calma, ma nella cultura centroafricana è il colore del cielo, dell’acqua e di tutti gli elementi che infondono la vita. L’haint blue è anche il colore con cui vengono confezionati i talismani e gli amuleti protettivi. Non è un caso che sia proprio Smoke a salvare il ‘piccolo’ Sammie dalle grinfie dei vampiri. Al contrario, il rosso simboleggia il sangue, la violenza e il presagio di morte.
Coogler si sarebbe ispirato al racconto di Noah e Logan Miller per rappresentare l’amore fraterno e incondizionato. In un periodo di ristrettezza economica, i due registi sarebbero infatti giunti a scontrarsi pur di lasciare all’altro l’ultimo boccone. Il legame tra i fratelli Moore appare indissolubile anche quando Smoke sarà costretto a combattere contro Stack, ormai divenuto un demone.
Non devi scusarti. L’hai sempre fatto [proteggermi]
I fratelli adottano i loro soprannomi quando, dopo essere tornati dal fronte, cominciano a lavorare per la malavita organizzata di Chicago. I soprannomi non rappresentano solo un vezzo del regista, ma l’etichetta che la società impone ai personaggi e che soffoca le loro vere aspirazioni.
La prima volta che sentiamo il vero nome di Smoke (Elijah) è quando, trafitto da un proiettile, il ‘gangster’ immagina di vedere Annie con la loro bambina tra le braccia.
Un tributo al blues
Ma il vero protagonista del film è senza dubbio Sammie, cugino dei Moore e musicista blues.
L’opera si apre con un piano sequenza sui campi di cotone e con un’inquadratura dal basso della chiesa battista del pastore Jedidiah, padre di Sammie, per questo chiamato Preacher Boy. Queste due fotografie racchiudono la doppia natura del blues, nato dai field holler, i richiami urlati dei mezzadri, e dalla musica sacra.
Quando Sammie si esibisce per la prima volta al juke joint sulle note di Lie to You, la pista da ballo si popola, come per magia, di figure provenienti da ogni epoca della musica nera, dai danzatori Zouli della Costa d’Avorio ai deejay.

Nel Delta del Mississippi aveva raggiunto una certa fama la leggenda di Robert Johnson, un chitarrista recatosi al Crossroads per apprendere l’arte dello slide e del nommo, cioè il vibrato che si produceva nella cultura amerindia durante i riti di possessione. Fu proprio lo stesso Johnson ad alimentare la costruzione del suo mito, come risulta evidente dal titolo di una canzone come Me and the Devil Blues (1938).
Non stupisce, allora, l’atteggiamento diffidente del pastore, che vede il Blues come “musica per ubriaconi e donnaioli, che sfuggono dai doveri verso le loro famiglie per sudare l’uno sull’altro”.
La presenza di una canzone come The Rocky Road to Dublin sembra stonare all’interno di un film incentrato sulla condizione della comunità nera nel Sud America. Bisogna però considerare che il Mississippi era un vero e proprio melting pot di culture, compresa quella degli immigrati irlandesi fuggiti dalla cosiddetta ‘Grande Carestia’ e da secoli di persecuzione religiosa. Un’altra pellicola, Black1847, mette in scena proprio la crudeltà dei colonizzatori inglesi attraverso l’immagine di carri pieni di grano pronti a partire, ma verso la madrepatria.
Secondo la teoria razziale di Cedric Robinson, la whiteness, anche quando nata dall’oppressione straniera, consolida se stessa attraverso l’esclusione, o meglio, l’assimilazione dei neri. Come dirà Delta Slim, raccontando della vicenda del suo amico Rice, ucciso brutalmente dal Ku Klux Klan alla stazione dei treni: “Ai bianchi. A loro il Blues piace, ma non le persone che lo fanno”.

I vampiri guidati da Remmick riescono a penetrare nel ‘paradiso nero’ costruito da Smoke e Stack attraverso Marie, un’outsider, ‘troppo bianca’ per i neri e ‘troppo nera’ per i bianchi, manipolandola con la promessa di poterla salvare. Le predicazioni dell’irlandese sono infuse di parole come ‘amore’ e ‘fratellanza’ e rappresentano la reiterazione di quelle tendenze razziali e coloniali che sono state perpetrate dapprima al suo popolo.
Dopo avervi ucciso avremo un paradiso qui sulla terra
Quando Sammie prova ad allontanare i vampiri – tradizionalmente nemici della Chiesa – pronunciando il Padre Nostro, questi si uniscono inaspettatamente alla preghiera e il ragazzo viene immerso nell’acqua a simulare una sorta di battesimo profano. Sarà soltanto la chitarra, imbracciata da Sammie come un’arma, a sortire un qualche effetto, non soltanto su Remmick, ma su tutti i suoi ‘proseliti’.
Da uno Stack ormai ‘convertito’ veniamo infatti a sapere che le menti dei vampiri sono connesse tra loro: nell’ “utopia post razziale” (The Gospel Coalition, 2025) delineata da Remmick non c’è spazio per l’individualità, ma solo per una massa indistinta e senza memoria.
Faremo della bellissima musica insieme
La scelta di chiudere il film in maniera circolare, con Sammie che torna nella chiesa del padre, gremita di fedeli vestiti di bianco, e che rifiuta di abbandonare la chitarra, rappresenta la più grande espressione di libertà intesa come ribellione e rivendicazione identitaria.
Un film sulla libertà
Nel tentativo di convincerlo a lasciarlo entrare, Remmick rivela a Smoke che il dragone del Ku Klux Klan, Hogwood, ha venduto ai due fratelli la segheria per tendere loro un’imboscata e compiere un massacro. È in questo momento che il vampirismo si offre come unico modo per raggiungere la libertà. Ma di quale libertà si tratta?
Secondo Misty Avinger, lo scontro tra Smoke e i membri del Ku Klux Klan, che segna l’epilogo dell’arco narrativo del personaggio, sarebbe la realizzazione di quel desiderio perverso della comunità nera di invertire, almeno per una volta, i ruoli. Non è un caso che Smoke indirizzi contro i suoi nemici lo stesso fucile con cui aveva offerto servizio al Paese durante la Grande Guerra, senza ricevere – peraltro – alcun riconoscimento.
In una recensione pubblicata su Bright Lights intitolata The Price of Being Let In: “Sinners” and the Lie of Liberation, leggiamo come Coogler sembri mettere in scena una “brutale scelta di sopravvivenza”. La pallottola che colpisce Smoke, proprio quando la quiete sembra essere calata sul campo di battaglia, simboleggia come la resistenza non sia altro che un lampo fugace.

D’altro canto, non possiamo escludere che Smoke abbia avuto una catarsi. Per lui – che aveva fatto della formula “il denaro è potere” il suo mantra – la libertà sta nel riuscire a rifiutare il denaro sporco che Hogwood continua a offrirgli, anche in punto di morte.
Nella scena post credit, quello che il film indica più volte come ‘peccato’ – le relazioni adulterine, le grandi bevute, la musica – svela il suo significato nascosto di ‘libertà’ o ‘epifania’. Quando, sessant’anni dopo, Stack, finalmente libero dall’influenza di Remmick, farà visita a Sammie (ormai Buddy Guy) nel suo club, quest’ultimo confesserà di ricordare quella notte, nonostante tutto, come “la più bella della sua vita”.
Maria Biscotti
(In copertina, una foto di Sinners da Vogue)
”Sinners”: Un horror sui vampiri? è un articolo di Maria Biscotti. Clicca qui per altri articoli della sezione Cinema!
